IL NOSTRO VUOTO (…e come riempirlo)

Certe volte proviamo un gran senso di vuoto, molte volte è difficile capire perché. Magari va tutto bene, non c’è un solo motivo per cui lamentarsi….il sole splende, siamo con le persone che amiamo, eppure emerge questa emozione dal profondo.

Thich Nhat Hanh dice che alle volte la sofferenza che proviamo non è nemmeno nostra: potrebbe essere che i nostri genitori, o i nostri nostri antenati, non avendola sciolta dentro di loro, ce l’hanno tramandata.

Non è facile stare con quel vuoto, io per anni nemmeno lo sentivo.

Siamo abituati a scappare dal dolore e quindi lo copriamo con tante abitudini coprivuoto: mangiare, bere, fumare, fare sesso, stare attaccati a dispositivi elettronici, guardare serie tv, film dell’orrore ecc.
Io per molto tempo lo coprivo con più o meno tutto quello che ho citato (forse tranne i film dell’orrore).
Negli ultimi anni tolte molte “strategie anestetizzanti” lo coprivo in modo totalmente inconsapevole con la rabbia: mi arrabbiavo, magari con la persona amata, per piccole cose e rimanevo arrabbiata per tutta la giornata. In questo modo rovinavo la mia vita e quella dell’altro, ma non sentivo il vuoto.

Dare la colpa agli altri è un modo semplice per non sentire la propria sofferenza, in fin dei conti è colpa di qualcun altro se stiamo male, se ci hanno rovinato la vacanza, se ci hanno rubato il portafogli che avevamo lasciato in vista, o bottato la macchina, se nostro figlio fa i capricci o nostro marito non aiuta in casa.
Insomma arrabbiarsi è uno stratagemma facile per non sentire la sofferenza.
Se però si inizia a fare un lavoro di evoluzione personale, come ho fatto io (togli di qua, togli di là, smetti di bere, smetti di fumare, ti sposi, non vai più al cinema, ami di più), a un certo punto ti trovi sola con il tuo vuoto.
Non è colpa di nessuno, nemmeno tua, è solo una sensazione profondamente umana di solitudine che a me emerge fisicamente con un peso sul petto (ma ognuno può avere le sue somatizzazioni).

L’altro giorno ho fatto l’esercizio di meditazione del Saggio (vedi post Tu sei luce) e ho chiesto a lui il perché di questo vuoto.
Mi ha risposto che “solo sentendo il vuoto avrei potuto riempirlo con ciò che desideravo…con l’Amore”.
Una risposta strana, non facile da capire lì per lì.
Poi ho intuito che effettivamente quando siamo anestetizzati al vuoto, alla sofferenza, non riusciamo nemmeno ad amare.

La corazza che ci creiamo come forma di protezione diventa un’armatura che non ci fa sentire il dolore, ma nemmeno l’amore.
Si deve passare dal sentire “quella cosa lì”.

Per migliorare le cose posso però far intervenire la Volontà.

Posso sentire il vuoto, e quindi non rimuoverlo o ricacciarlo nell’inconscio, ma posso anche decidere di riempirlo con quello che mi fa stare bene.

Ci sono tre aspetti della mia anima che mi fanno stare bene e amare la vita: l’amore, l’altruismo, la creatività.

Sento il vuoto, ascolto le sensazioni corporee che produce, e poi dico ok adesso ti riempio.
Per esempio prendo in spalle mio figlio e iniziamo a saltellare per la strada, lui ride felice, io pure. Ecco sto riempiendo il vaso vuoto con l’Amore.

Sento il vuoto e mi metto a cucinare dei muffin prelibati da regalare a parenti e amici, oppure telefono a un’amica in difficoltà, o compro un regalo per qualcuno…ecco ora sto riempiendo il vaso con l’Altruismo e la Generosità.
Sento il vuoto e mi metto al computer e monto un video dove dentro c’è tutto il bello che trovo nel mondo, oppure posso scrivere un post o un racconto…ecco ora sto riempiendo il vaso con la Creatività.

Non è facile stare con quel vuoto, ma è pur vero che senza di esso sarei meno amorevole, meno altruista, meno creativa.

Certe volte penso che sia il mio cuore che, tolta l’armatura che lo proteggeva, fa più male, ma sente anche molto di più…ha bisogno di cure per guarire, ha bisogno di Amore per rafforzarsi.

Un giorno (spero presto) diventerà forte, luminoso e splendente come quello del mio Saggio.

Eleonora

 

 

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