L’AMORE NEL QUOTIDIANO

Molto tempo fa ho sentito una storia che mi aveva colpito molto.

 

LA CATTEDRALE

“C’era una volta un giovane che aveva la madre malata e decise di andare al tempio per fare un voto in modo che potesse guarire.

La strada era lunga e passava dalle cave di pietra della collina.

Lì vi erano centinaia di uomini che tagliavano pietre sotto un sole cocente con piccozze rudimentali.

I loro volti e i loro corpi erano segnati dal caldo e dalla fatica, e battevano la pietra con un ritmo cadenzato, stanco e ripetitivo.

Mentre proseguiva il sentiero, ancora in basso sulla collina, chiese ad un uomo con un’espressione accigliata che cosa stesse facendo, e quello si fermò e rispose bruscamente: “Non ci vedi?! Sto spaccando pietra con tutta la forza che mi é rimasta nel corpo…”.

Il giovane si scusò e proseguì il suo cammino, quando ormai era a metà collina vide un altro uomo, anche lui impolverato, ma più tranquillo dell’uomo in basso… non si trattenne e gli  chiese che cosa stava facendo.

Questo rispose: “Eh, sto lavorando… Grazie a questo lavoro posso mantenere mia moglie e i miei due figli…”. Non era arrabbiato e mentre parlava continuava a picconare la roccia. Il suo volto sembrava però triste per la sorte che gli era capitata.

Il giovane ringraziò per la risposta e continuò il suo sentiero. Aveva sete ma c’era troppa polvere anche per aprire la borraccia e bere.

Dopo quaranta minuti arrivò in cima alla collina. Anche lì c’erano uomini che tagliavano pietre, era il punto più alto della cava. Notò un uomo che più degli altri aveva uno sguardo fiero mentre portava avanti il suo compito. Così lo avvicinò e gli ripeté la domanda: “Che cosa stai facendo?”.

L’uomo, sereno nell’animo e fermo nei modi, lo guardò con occhi limpidi e scintillanti, e gli rispose con voce calma: “Guadagno il salario per mantenere la mia famiglia, tagliando pietre che serviranno per costruire quella meravigliosa Cattedrale che puoi scorgere laggiù…”.

Col braccio teso e l’indice puntato indicava una grandissima costruzione bianca, ancora in fieri, in fondo alla valle. Nonostante la stanchezza che non era da meno degli altri due uomini incontrati, sembrava felice di quello che stava facendo e con più energia.”

 

LUCE

Mia figlia Luce ha sette mesi.

Mi capita di darle le pappe a cena e il biberon all’una di notte.

I suoi bocconi sono lenti e cadenzati: a darle da mangiare mi sento come l’uomo che da le picconate nella cava. Mentre le metto in bocca un cucchiaino mi guarda con gli occhi spalancati, un po’ persi. Non trattiene bene le pappe, un po’ si sbrodola e si sporca tutta la faccia.  Tra un cucchiaino e l’altro si guarda in giro, cerca suo fratello Lorenzo, vede se c’è la mamma nei paraggi, osserva il gatto che mangia i croccantini…

Sono tentato di distrarmi in queste pause e guardare il cellulare.

Se lo faccio la trovo lì, mi fissa perché ha finito il suo boccone e aspetta che gliene dia un altro, un po’ meravigliata per l’attesa.

Quando le dò il biberon la scena si ripete.

La tengo in braccio e lei dormicchia mentre ciuccia il latte. Ma appena mi distraggo col cellulare non si sa come lei faccia a capirlo, si ferma e mi osserva, con il suo solito sguardo interrogativo, e se non me ne accorgo subito accenna anche un pianto. Appena smetto di distrarmi lei ricomincia a ciucciare, chiude gli occhi e si abbandona.

 

PRESENZA

Ho dovuto smettere di distrarmi e concentrarmi su quello che stavo facendo.

Mi sono reso conto che è bellissimo guardarla quando beve il latte dal biberon.

Come nella parabola dipende da me l’atteggiamento con cui faccio “il mio lavoro”.

Ho capito il valore di quel gesto: l’uomo che tagliava le pietre in cima alla collina sapeva che stava costruendo la Cattedrale: io sto dando da mangiare a un piccola, a un cucciolo d’uomo, una bambina che crescerà e sarà il futuro, il futuro della mia famiglia, forse sto facendo una delle cose più importanti della mia vita.

Cosa c’è di più importante che prendersi cura della vita?

Sicuramente su Facebook o Whatsapp non troverò qualcosa di più profondo in questo momento (vedi anche il Post “Connessione”).

 

Non c’è bisogno di dar da mangiare a un piccolo per comprendere che quello che stiamo facendo è di importanza vitale, qualsiasi cosa essa sia.

C’è chi mette tutto il suo impegno nel lavoro che fa, chi si prodiga per la sua famiglia o per i suoi genitori, chi sta vicino alle persone che hanno bisogno, chi si prende cura degli animali, chi organizza corsi aiutando le persone a stare insieme, o ad apprendere cose nuove, chi pesca, chi coltiva la terra, chi scrive, chi ascolta un amico in difficoltà, chi prepara una cena, chi fa l’elemosina, chi ripara qualcosa, chi dona oggetti o vestiti che non usa più.

Vedere l’importanza di quello che facciamo ci aiuta a mettere amore nei nostri gesti quotidiani, e ci permette di entrare in un flusso dove la nostra vita è piena e densa di significato.

 

Se riusciamo a vedere il senso dei nostri piccoli gesti quotidiani vedremo il senso della nostra giornata, e se vediamo il senso in ogni giornata avremo trovato il senso della nostra vita.

 

Chi l’avrebbe mai detto che dare il latte ad un bambino potesse risvegliare in me questa consapevolezza?

 

Alberto

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