CONTENUTO DA UN BEBE’

Ieri sera me la sono vista brutta: addormentare da solo la piccola Luce (8 mesi) che chiede ancora il latte materno.

Se le viene una crisi, e le viene quasi sempre prima di addormentarsi, solo la sua mamma con il suo latte la riesce a tranquillizzare tanto da spedirla dritta dritta nelle nanne più profonde.

Ma se ha una crisi e la mamma non è disponibile, io cosa faccio?!?

Riavvolgiamo il nastro: Lorenzo (5 anni) ha iniziato a fare un pò più di capricci in questo periodo. Cammina poco e vuole sempre salire sulla pedana del passeggino (anche se ha più energia di una centrale elettrica): io molte volte mi incaponisco per non farlo salire scatenando grandi discussioni e pianti, ma poi con Eleonora abbiamo capito che fa così perchè una volta c’era lui su quel passeggino, e non sua sorella…

E così anche tanti altri suoi comportamenti e richieste di attenzioni (soprattutto verso Eleonora) si collegano ad una necessità di recuperare un po’ di affetto che si sente mancare per via della nuova arrivata.

Inoltre, come sempre accade quando nasce un nuovo figlio, il fratello maggiore diviene automaticamente ancora più grande ai nostri occhi, e si tende a resposabilizzarlo di più, quasi come se non fosse più un bambino, ma già un adulto che deve collaborare e aiutare nel ménage domestico.

Così ci siamo detti che dovevamo coccolarlo di più e la sera, quando Lorenzo ha chiesto di essere addormentato dalla mamma anzichè dal papà, non ci siamo sentiti di dirgli di no.

La Ele è andata ad addormentare Lorenzo, e la piccola, che avevo in braccio, appena capito che quello stare in braccio al papà forse non sarebbe stato così ‘temporaneo’  ha cominciato a piangiottare, via via con toni sempre più alti… soprattutto quando Eleonora ha chiuso la porta della camera di Lorenzo!

PANICO: le volte che ho addormentato io Luce da quando è nata – quindi circa 240 giorni –  si contano sulle punte delle dita di una mano, forse delle prime due/ tre dita…

Così la tengo in braccio e comincio a camminare avanti e indietro per la sala, sobbalzandola un pò a simulare il movimento della macchina che la fa addormentare in 5 nanosecondi. Appena entro in sala però spalanca gli occhi: c’è troppa luce, sta per iniziare a piangere, e quando inizia il rischio di escalation verso crisi isterica è elevatissimo.

Giro su me stesso come Roberto Bolle e, sempre tenendola stretta in braccio, pigio l’interruttore della luce del lampadario e subito dopo con tre passi di danza ‘pachidermica’ attraverso la stanza e schiaccio l’interruttore “a piede” della piantana che fa una luce che sembra quella dei negozi di frittelle al Luna Park. Rimane accesa solo quella piccolina vicino al divano.

Luce comincia a socchiudere gli occhi, si calma, bene: 1 a 0 per me.

Poi si sente un rumore secco di un elicottero provenire dalla televisione: riapre gli occhi e mi fissa terrorizzata come se le pale dell’elicottero roteassero esattamente fra la mia testa e il soffitto.

‘Porca pupazza…’ mi dico ‘…la tele è sempre spenta proprio ora doveva far sto’ rumore!’

Da quando è nato Lorenzo la tele è diventata solo di suo appannaggio: la accendiamo soltanto per fargli vedere i cartoni, noi non abbiamo più tempo di vederla, non so quant’è che con la Ele non vediamo un film.

Stanotte però è accesa per un caso particolare: a pranzo è successa la tragedia del “Ponte Morandi” crollato nell’autostrada di Genova, e non riesco a spegnere la TV perché neanche attraverso le immagini riesco a credere a quanto è successo.

Questa tragedia ha avuto un forte impatto su di me appena ne ho appreso la notizia: anche se non vivo più a Genova da anni mi sembra ieri l’ultima volta di esserci passato sopra. Quel ponte ha una valenza particolare per tutti i genovesi: suggestivo, lungo, così trafficato che spesso lo attraversavi a passo d’uomo… Ma soprattutto legato alle partenze per tutti i viaggi nel ponente ed ai ritorni, quando percorrendolo ripetevi a te stesso: “E’ fatta, sono arrivato a casa…” perché quegli enormi piloni simboleggiavano anche lo svincolo di Genova Ovest, spesso usato dai genovesi per rientrare in città.

Continuo a ripensare a tutte le volte che l’ho percorso nella mia vita, dalle vacanze in Costa Azzura di quando ero bambino, alle sciate invernali nel basso Piemonte, dalle giornate al mare, alle serate nelle discoteche del Ponente Ligure con gli amici…  Dentro sono sconvolto dalle emozioni, la più forte è l’incredulità: è impossibile pensare che quel tratto di strada sia crollato.

Ti continui a immaginare una delle volte che l’hai attraversato e ti vedi precipitare nel vuoto.

Si risveglia una paura atavica dentro di me, la paura di cadere, di morire senza neanche sapere perchè, impotente di fronte all’ineluttabile. Un po’ quella paura che mi fa evitare sempre le griglie dei tombini quando cammino sul marciapiede, come se fossero delle voragini pronte ad inghiottirmi.

Poi sorge l’emozione della tristezza che cede subito il posto alla rabbia: come è potuto accadere? Come è possibile che le Autostrade non controllino la solidità della rete stradale? Con che fiducia possiamo rimetterci ora in viaggio con tutti i viadotti e i cavalcavia che attraversano l’Italia?

Se fosse stata una calamità in qualche modo potremmo accettare una disgrazia, ma sentendo la parola “cedimento strutturale” la paura si impadronisce di me ed anche la mia fiducia verso le autostrade ha un “cedimento strutturale”. E’ tutto il giorno che sono angosciato, che rincorro le notizie, su internet, col cellulare, col computer e stasera anche con la televisione.

Afferro il telecomando e diminuisco il volume ‘dell’elicottero’ che fa le riprese dall’alto della sciagura.

La piccola Luce torna a socchiudere gli occhi: 2 a 0 per me verso l’addormentamento.

Continuo a girare per la stanza, luce fioca, volume basso della televisione in sottofondo, e vasche avanti e indietro come se fossi in Via Montenapoleone a Milano: sento che lentamente la piccola si fa più pesante fra le mie braccia…

“Ok si sta addormentando, continua così Alberto…” mi dico.

A un certo punto mi accorgo di tenere in braccio un piccolo sacco di patate: la piccola dorme profondamente, non mi sembra vero.

Spengo la televisione.

Mi sdraio sul divano e la tengo in braccio. Non penso neanche per un secondo a metterla giù, sul divano o nel lettone di là, mi sembrerebbe di abbandonarla, e un esserino così non si abbandona. Forse la tengo perché averla lì in qualche modo mi consola.

Me la tengo sdraiata su di me, non voglio altro in questo momento.

Mi metto vicino alla luce piccola e riesco anche ad aprire un libro: io, la piccola, il libro.

Sono più calmo.

Le immagini del ponte si fanno più sfocate dentro di me.

Luce respira piano piano appoggiata sopra il mio petto, e sono invaso da un sentimento di amore verso quel piccolo essere cicciottello che si è abbandonato completamente fra le mie braccia. Anche se sono io a tenerla, è lei che in qualche modo contiene me.

Arriva Eleonora che ha appena addormentato Lorenzo, mi vede così e, un pò commossa un po’ meravigliata dalla scena mi dice: “Te la tieni lì?”.

E io le rispondo: “…E quando mi ricapita…”.

 

Come sempre alla fine seguire l’amore moltiplica l’amore: assecondare una legittima richiesta di affetto di Lorenzo mi ha fatto affrontare una difficoltà e poi mi ha rimesso in contatto con l’amore.

Non è stato facile: l’amore viene dopo che siamo riusciti ad attraversare le nostre paure, rimanendo in contatto con il presente e prendendoci cura delle persone vicine a noi.

Mettersi in gioco non è facile, ma premia tutte le volte.

Proprio grazie a questa piccola prova sono riuscito a contenere la piccola, a farla addormentare, e la cura verso di lei mi è stata restituita, il sentimento di tenerezza che mi ha ispirato ha curato un po’ anche il mio cuore, turbato dalle notizie provenienti dalla mia città natale ma ancora intero, e ancora capace di amare.

Il compito dei vivi è vivere, andare avanti, e mettere tutto l’impegno partendo da noi stessi e dal contesto in cui viviamo per far sì che le cose nel mondo vadano un pochino meglio.

 

Alberto

 

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