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A COSA SERVE LA SOFFERENZA?

Ricordo era il 2008 e io e Alberto siamo andati a un ritiro a Roma condotto da Thich Nhat Hanh e dai monaci di Plum Village. In una delle conferenza il grande maestro zen stava parlando della sofferenza. Disse che lui non avrebbe voluto crescere un suo ipotetico figlio in un mondo dove non ci fosse stata sofferenza perché in quel mondo non avrebbe imparato la compassione e l’amore. Certo, diceva, non bisogna creare sofferenza in più, nel mondo ce n’è già abbastanza: bisogna imparare a prendersi cura della sofferenza che c’è in noi e accoglierla senza giudizio, bisogna trasformarla.
Ricordo in quel periodo provavo abbastanza sofferenza e rabbia e ero molto spaventata da essa, e mi chiedevo perché al mondo c’era così tanto dolore e perché dovevamo soffrire.

Sono passati 10 anni da allora, e molte volte me lo chiedo ancora.
Sopratutto mi dispiace quando sono i bambini che devono soffrire…i bambini che sono così puri e non hanno colpe.

Ricordo quando nacque Lorenzo che aveva delle coliche accompagnate da pianti disperati, e un’amica di mia mamma, Mercedes, disse:

“Ma almeno ai piccoli non potevano risparmiargliela questa sofferenza?”

La sua battuta mi colpì molto e questa domanda, a cui non ho dato risposta mi rimase molto in testa. I buddisti potrebbero dire che è il karma delle vite passate, quindi in qualche modo in un’altra vita avremmo seminato dolore che in questa cerchiamo di espiare.
Ma io sinceramente non amo pensare alle vite passate, preferisco pensare al presente, a questa vita e a quello che noi possiamo fare oggi per migliorarla e per cambiare noi stessi.

Penso che Thay avesse ragione: la sofferenza ci serve per diventare più compassionevoli.

Provare compassione significa comprendere in maniera empatica la sofferenza altrui.
Se non abbiamo mai provato dolore nella vita non possiamo capire cosa provano gli altri quando stanno male. Se invece abbiamo sofferto sappiamo cosa vuol dire e riusciamo a metterci nei panni dell’altra persona e starle vicino. Non occorre aver provato le stesse esperienze, gli stessi dolori, basta aver contattato la sofferenza dentro di noi e saremo in grado di capire anche quella degli altri.

Le persone che non entrano in contatto con la sofferenza e il dolore sono meno empatiche, più distaccate, più fredde.

Chi ha sofferto, ed è riuscito a contenere la sua sofferenza, sa prendersi cura anche di quella degli altri ed è in contatto con l’Amore. Queste persone sono quelle più autentiche, più sensibili, quelle che vorresti avere al tuo fianco per tutta la vita. Sono quelle che hanno saputo trasformare le ferite in perle, come mi dice spesso Virgilio, il mio maestro, citando un monaco tedesco di cui adesso in ricordo il nome.

Io penso che la sofferenza ci capiti nella vita proprio per farci diventare persone migliori.

A mio parere, anche quando ci capitano degli avvenimenti esterni, tremendi e difficili, ci capitano per farci cambiare:

– o stiamo vivendo troppo nell’ego, e quindi abbiamo bisogno di soffrire per diventare più umani, meno Super, più veri e buoni.

– oppure abbiamo del dolore nascosto che volgiamo cacciar giù nell’inconscio, non vogliamo affrontarlo. Quindi questi accadimenti sollecitano la sofferenza per farla emergere in modo che possiamo prendercene cura una volta per tutte per diventare persone migliori.

In entrambi i casi il fine spirituale è positivo, anche se si soffre.

L’insegnamento ultimo è sempre quello di ampliare il nostro cuore e amare di più.

E quindi, mi direte, questo post è un elogio della sofferenza?

Mah, detta sinceramente preferisco stare nella gioia…però la gioia vera è quella di chi sa amare tutto e tutti e prova grande compassione per gli altri, non è la gioia dell’Ego che si erige sopra le altre persone pensando di essere migliore.

Forse, per arrivare alla vera gioia, quella compassionevole, un po’ dobbiamo soffrire…

 

Eleonora

 

Se vuoi approfondire il tema della “compassione” puoi leggere anche questo post:

LA COMPASSIONE: UNA VIA PER IL PERDONO

 

 

 

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CONNESSIONE

L’altro giorno, mentre mi avviavo in ufficio dopo aver accompagnato Lorenzo all’asilo, un quadro naturale mi si è parato davanti ed ha rapito la mia attenzione. Attraverso il parabrezza potevo vedere un bel sole mattutino riflettersi giallo sulle acque dell’Adige proprio al fianco della strada che stavo percorrendo.

Ho scattato qualche foto “mentale” a quel panorama e mi sono sentito in contatto con il momento che stavo vivendo, con il sole, il fiume, la macchina, la strada, il mio respiro.

Mi sono sentito profondamente “connesso”.

Connesso con me stesso e con quello che mi circondava in quel momento. Ho subito pensato alle altre mattine: ma perché non ricordo in maniera altrettanto vivida qualche momento delle altre mattine?

Pensandoci un po’ su mi è venuto in mente che in genere le altre mattine, tornando dall’asilo, riempio il vuoto che si é creato da quando Lorenzo é sceso dalla macchina con telefonate, musica, messaggi di whatsapp, video di youtube, podcast.

La cosa ironica è che anche tutte queste attività implicano una “connessione”: prendo il cellulare e grazie alla rete telefonica o internet riesco ad accedere a tutti i servizi di cui ho bisogno.

O di cui credo di aver bisogno.

Come diceva Gianni Dattilo (Psicologo, Psicoterapeuta e Didatta della SIPT) in una conferenza a Taormina mi sono reso conto che continuiamo a giocare con le parole, e riusciamo anche a prenderci in giro da soli.

Dattilo parlava degli schermi “touch”, che richiamano il contatto fisico, mentre in tutte le comunicazioni via ‘schermo’ (anche ‘touch’) il contatto fisico non può esserci.

Allo stesso modo, oggi nel novantanovepercento dei casi in cui parliamo di “connessione” ci riferiamo al collegamento a qualche rete: quante volte ci é capitato di dire “Scusa, non ti sento bene, qui la connessione non é buona….” oppure “Non ti ho risposto perché non c’era connessione…”, o ancora “Se perdo la connessione richiamami che sto entrando in galleria (se siamo in macchina) o in ascensore (se siamo a piedi)…”.

Ormai nessuno parla più della connessione con noi stessi, con l’ambiente, con le emozioni delle persone.

Più siamo “virtualmente” connessi, più siamo “fisicamente”, “emotivamente” e “intimamente” sconnessi.

Quando tengo in braccio mia figlia Luce, ora che ha due mesi, se la cullo e intanto guardo il telefonino, lei si sveglia e si mette a piangere.

Se invece la guardo mentre la cullo, ogni tanto mi accorgo che mi dá una occhiata, e, rassicurata dal fatto che ho l’attenzione su di lei, richiude gli occhi e si lascia cadere addormentata.

I bambini ci aiutano a collegarci alla realtà, quella vera, che respira, non quella degli schermi (vedi anche il delicato Post di Eleonora “PRESENZA” sul tema).

É sempre più difficile scollegarci da telefonini, tablet e computer, gli stimoli elettronici sono seduttivi, stimolanti, gratificanti e creano una fortissima dipendenza. Ma il loro nutrimento é della loro stessa consistenza, virtuale, e alla fine non fanno altro che prosciugarci, di energia, di risorse, di tempo, e ci lasciano più vuoti di prima di utilizzarli.

Collegarci al presente invece ci consente di toccare la realtà, quella che ci sta intorno e che noi stessi viviamo, e di provare tutte quelle sensazioni intense e coinvolgenti che rendono la vita degna di essere vissuta.

Trovo che la natura sia spesso una buona via per ritrovare questa connessione: un paesaggio innevato, un prato fiorito, un mare luccicante, una distesa di foglie autunnali, un sole riflesso sul fiume, uno sguardo di un neonato riportano istantaneamente al presente, ad un silenzio interiore e ad una gioia calma in grado di riempirci da dentro.

 

Alberto

 

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SPAZZARE VIA I SENSI DI COLPA

In questo periodo la relazione con mio figlio quattrenne non è facile: con l’arrivo della sorellina è un po’ in crisi, ma non lo manifesta con ostilità verso la bambina ma con amore morboso. Ogni volta che la allatto ci salta intorno e le da mille baci, le mette le mani sul musetto, la accarezza o fa lo stesso con me in un mix di amore e aggressività. E così finisce che, anche se so che è normale, che devo evitare di sgridarlo, che bisogna dare molto amore e attenzione soprattutto a lui, alla fine faccio il contrario di ciò che “dovrei” fare e perdo la pazienza, soprattutto quando sbaciucchia la bimba pieno di virus influenzali.
Così immancabilmente mi sento in colpa proprio perché so che sto sbagliando, e più lo sgrido più la situazione peggiora: come un adolescente si chiude in camera sua, sbatte la porta e accende lo stereo.

I sensi di colpa possono essere utili o dannosi a seconda di come li “usiamo”.

Non sono utili quando si trasformano in senso di inadeguatezza: bisogna infatti distinguere le due cose.

Senso di colpa vuol dire che mi pento per avere fatto qualcosa che va contro i miei valori, senso di inadeguatezza (vergogna) vuol dire che penso di non andare bene come persona.

Il senso di colpa puo’ essere utile, il senso di inadeguatezza è deleterio.

Dico che il primo è utile perché è un campanello di allarme che ti dice: “cambia rotta”.
Se riesco a cambiare rotta senza passare a sentirmi inadeguata allora ha avuto una funzione positiva.
Se invece continuo a darmi addosso e dirmi che non vado bene allora diventa distruttivo.

Utilizzare il senso di colpa in modo costruttivo si può.

Ho riflettuto molto in questi giorni e ho capito che il problema del senso di colpa è che “la cosa ormai è fatta…” non si può tornare indietro.

Non poter tornare indietro nel tempo e cancellare quello che abbiamo fatto ci si fa soffrire.

Allora come fare?

Collezionando momenti felici.
Sì penso che questa sia la soluzione.

Se ormai ho sgridato Lorenzo non posso più farci niente, l’ho fatto: sono umana e come tutti gli esseri umani alle volte perdo la pazienza.
Però, per rimediare, posso inserire nella nostra relazione più momenti felici che vadano ad attenuare quelli infelici.
E così decido di addormentarlo io la sera leggendo delle storie che ci piacciono, e magari ascoltare delle canzoni insieme prima di dormire: spegniamo la luce e chiediamo a Siri (il comando vocale del telefono) “riproduci Buonanotte Fiorellino” oppure “Riproduci Rimmel” o “ Riproduci Sara di Bob Dylan” e così gli sto facendo conoscere delle canzoni che hanno segnato la mia adolescenza e giovinezza e tra noi sotto le coperte si viene a creare un momento magico.

Il segreto sta nel fare qualcosa che piace anche a me, così riesco a mettere delle emozioni positive in quel che facciamo e la mia gioia contagia anche lui. Quando Siri non capisce quello che chiediamo Lorenzo si piega in due dalle risate, in realtà quella è la parte che gli piace di più!

In questo periodo mi sento in colpa anche con Regina, la mia gatta storica che ormai ha 16 anni e non sta tanto bene, mi dispiace trascurarla per stare dietro “solo” ai bambini. Però anche con lei funziona l’azione positiva per scacciare via i sensi di colpa: quando la vedo lì un po’ mogia seduta da qualche parte mi avvicino le parlo, la accarezzo e le dico che mi dispiace non starle dietro come vorrei e che so che non sta bene, ma faccio fatica a fare tutto. Lei fa le fusa e io mi sento meglio.

Usare il senso di colpa per avvicinarsi al modello ideale che abbiamo in testa è molto costruttivo e impedisce che a lungo andare si insinui il senso di inadeguatezza.

Alla fine se penso ai momenti più felici della mia infanzia sono proprio momenti in cui i miei cari facevano qualcosa con me e si divertivano a farla: quando mio papà mi faceva fare “la giravoltola” alla fermata del pulmino dell’asilo, quando mia mamma si inventava delle storie di fantasia e ce le raccontava durante le passeggiate in montagna, quando mia nonna giocava a nascondino con me e mia sorella e ci cantava la canzone di Lady Oscar.
Magari hanno fatto anche tanti errori che mi ricordo e mi hanno segnato, però guai se nella mia memoria non ci fossero quei momenti felici.

Non rimuginiamo troppo sugli errori: aumentiamo il numero dei momenti felici con le persone che amiamo. Come mi disse un giorno mia sorella “l’importante è che prevalga il bene” 🙂

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SORRIDI E LA VITA TI SORRIDE

Forse questo argomento l’ho già trattato in qualche post, ma penso che sia veramente importante ragionarci ancora un po’ su.
Poco fa, in seguito al messaggio di un’amica ho iniziato a riflettere: quando le cose vanno male, tutto tende ad andare male, quando siamo felici tutto tende ad andare per il verso giusto.

Ci sono un sacco di proverbi popolari che ribadiscono questa sorta di legge dell’attrazione: “sorridi e la vita ti sorride, i guai non vengono mai da soli, ….”

Ricordo che, ancora secoli fa, avevo capito questa legge cosmica grazie alle mie vicende amorose: quando ero in ansia perché il mio fidanzato, o possibile fidanzato, non mi chiamava, e stavo ad aspettare ore o giorni la chiamata lui non chiamava mai, oppure se provavo a chiamarlo io non rispondeva. Se invece ero a divertirmi con le amiche e mi “dimenticavo di lui” allora mi cercava. Quando entravo in paranoia lui si allontanava. Da qui vengono i detti che “in amore vince chi scappa ecc.” e le canzoni tipo Teorema “prendi una donna trattala male” ecc…
In realtà più che vincere chi scappa, vince chi sta bene di suo, chi è indipendente, chi è autentico, chi cerca in se stesso i modi per essere felice e non fa dipendere la sua felicità dall’altro. Questa è la grande verità.

Col tempo la mia teoria si è confermata anche nelle amicizie: ogni volta che uscivo a fare una passeggiata e chiamavo le mie amiche, magari perché ero sola e presa male, immancabilmente nessuna mi rispondeva al telefono. Provavo a chiamare anche 5-6 persone e più ero presa male più nessuno mi rispondeva. Allora mi arrabbiavo e diventavo sempre più triste. Poi, col tempo e l’esperienza, ho deciso di non insistere più, ma di godermi il paesaggio, o magari ascoltare un po’ di musica in cuffia. E immancabilmente quando la mia energia era cambiata le persone mi cercavano.

Poi ho notato pure che quando avevo bisogno dell’aiuto di Alberto, in casa, o con Lorenzo, ero stanca e nervosa e speravo che lui tornasse a un’ora decente dall’ufficio, lui tornava invece tardissimo e io ero sempre più arrabbiata. Quando invece non avevo bisogno di lui, ero serena e tranquilla, allora arrivava inaspettatamente un’ora prima…

Che destino crudele dirai tu, e lo dicevo anch’io: “…Possibile che quando uno sta male non trova sostegno? E che quando sta male gli vanno tutte storte?”

Più avanti ho notato che funziona così anche per il lavoro e per gli affari, e pure per la salute. Più la nostra energia è alta più tutto si incastra e va per il verso giusto, e le persone ti cercano, e guadagniamo bene, ecc. più invece siamo “scarichi” e negativi più ci ammaliamo, ci rubano la bici, facciamo un incidente, gli affari si arrestano, nessuno ci vuole.

Ci ho messo un po’ a farmene una ragione: non è colpa degli altri che non ci amano abbastanza, è semplicemente come se emettessimo delle onde negative che tengono le altre persone “alla larga”.

L’Universo però forse ci vuole insegnare una cosa con questo “giochetto”, o forse semplicemente ci sono delle leggi cosmiche che sono così semplici che sembra impossibile non impararle: “bene attira bene, male attira male”.

Scoperto questo non sarà difficile interrompere il circolo negativo, o quanto meno lavorare per interromperlo. Se invece continuiamo a dare la colpa agli altri o al fato non faremo altro che peggiorare le cose e ci attireremo sempre più negatività e eventi avversi.

Ok facile qualcuno mi dirà ma come uscire dal circolo del negativo?

Innanzi tutto è fondamentale non giudicarsi perché stiamo male o siamo negativi, ma accogliere ogni parte di noi con amore.
Se ci diamo addosso perché non siamo felici non usciremo mai dalla tristezza e anzi la rafforzeremo.

Anche fare finta che le cose vadano bene con un finto ottimismo non serve: l’Universo non si fa ingannare così facilmente, anzi. È per questo che il pensiero positivo fine a se stesso non funziona per niente! Non serve pensare positivo bisogna essere positivi, anzi prima ancora che positivi bisogna essere consapevoli!

Bisogna accettare la nostra negatività per poi trasformarla.

Dobbiamo quindi amarci così come siamo con quello che c’è.
Poi però dobbiamo fare degli atti di volontà per uscire da lì… dobbiamo Voler uscire da quel mood semplicemente perché ci fa soffrire, e noi tutti siamo degni di essere felici.

Con me funzionano alcune cose:

– Scrivere: sfogarmi scrivendo è il modo migliore per prendere consapevolezza di cosa sta accadendo dentro di me, di cosa mi disturba o mi fa star male, di quale vecchia ferita si è aperta ecc.
– Uscire a fare una passeggiata nella natura.
– Fare una doccia o un bagno.
– Fare yoga o meditazione.
– Mangiare meglio: frutta verdura al posto di dolciumi e bere molta acqua.
– Fare qualcosa di creativo: scrivere, disegnare, fare un video, cantare.
– Mettere in ordine e pulire la casa per renderla bella e armonica.
– Fare un regalo a qualcuno o dare amore a qualcuno facendo qualcosa per lui o lei.

Queste cose per me sono di grande utilità e denotano capacità di prendersi cura di me in modo sano con azioni costruttive e non distruttive. Le azioni distruttive, che all’apparenza sembra aiutino ma a lungo andare deteriorano sempre di più, sono invece per esempio: stare su internet, guardare la tv, fare giochini al computer, bere alcol, fare sesso compulsivo, mangiare troppo, ecc.

Quindi, quando tutto gira storto, invece di lamentarti della vita e degli altri, prova a chiederti: “Com’ è la mia energia in questo momento? Cosa posso fare per trasformarla? Riesco almeno a tirare fuori il mio quaderno e scrivere di getto tre pagine?”

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40

L’altro giorno stavamo cercando le candeline per la mia torta dei 40 anni e Alberto, frugando nel sacchetto delle candeline usate, tira fuori una serie di numeri passati, combina un 2 e un 4 e mi dice ridendo:

“Cosa daresti per tornare a quest’età?”

Improvvisamente si riaprono vari file e immagini in sequenza nella mia testa: 24 anni, Milano, la Scuola del Cinema, la laurea al Dams, i capelli neri lunghi, la “famme fatale”, un fidanzato che sembrava (ma non era)  il principe azzurro, il mio monolocale, i vari spasimanti, le serate, la scuola teatro, le feste, gli amici, le mostre a Palazzo Reale, il cinema, il mio senso di onnipotenza.

Poi mi vedo adesso sposata, due figli, le notti in bianco, Verona, l’Adige, il lago, il mio incessante lavoro di crescita personale, la parte vulnerabile, le nuove amicizie, no cinema, no alcool, no serate, no feste, la casa, il blog, i libri.

Due persone quasi completamente diverse e in mezzo 16 anni di differenza.
Certo una certa nostalgia c’è per quella sensazione di potenza, quella capacità di buttarsi, di rischiare, di credere in me stessa, quella smania di consumare la vita a grandi bocconi.

Però non tornerei mai indietro.

Perché l’inconsapevolezza di allora non mi aveva portato da nessuna parte, è stata “una bella vacanza”, ma senza le crisi, gli attacchi di ansia, la terapia, la Psicosintesi, la riscoperta della ferita non sarei mai dove sono oggi.

Tante volte nei momenti di crisi mi sono chiesta perché non potevo riavvolgere il nastro e tornare a essere quella spensierata Super di prima, ci avrei messo la firma. Ma senza essere ripassata dalla mia ferita, aver recuperato la parte bambina, che era in possesso del cuore, non mi sarei mai sposata, non sarei rimasta incinta, non sarei qui a scrivere un blog, non avrei girato Lisobonsensible, non avrei perdonato i miei genitori, non avrei recuperato il rapporto con mia sorella…

Per questo penso che, anche se è doloroso, andare a lavorare su di noi, sulle nostre parti ferite, sia sempre una fatica che ripaga. Si soffre, ma poi tutto acquista un senso che prima non aveva.

E oggi stare qui mi piace, mi sento arrivata a una certa quota della scalata di questa montagna e ho voglia di perdermi una pausa e guardare il paesaggio da quassù: in fondo in fondo, alla base della montagna, vedo quella Eleonora di 24 anni che balla ubriaca alla sua festa di compleanno con una bottiglia di sambuca in mano, poi un po’ più su la vedo a New York con Alberto, un po’ più su sulla poltrona dello studio di Fiorella, sua prima terapeuta, poi sul palco con Serena che riceve il primo premio per Lisbonsensible, poi un po’ più su la vedo fare la meditazione camminata lungo l’Adige, più su a lavorare al computer montando video, poi sopra una gondola al funerale di sua nonna, più su la vedo litigare con Alberto e poi fare pace, più su a Genova al funerale del papà di Alberto, più su a fare snorleking a Bali, più su in sala operatoria quando le mettono testa a testa Lorenzo, più su la vedo in macchina mentre va a prendere Lorenzo all’asilo nel tremendo periodo dell’ambientamento, più su sta pulendo il vomito di Lorenzo, più su sta parlando con Virgilio il suo nuovo terapeuta, più su la vedo che cerca di consolarsi in attimi di smarrimento al telefono con le amiche, più su sta pregando, più su è in chiesa che sta accendendo una candela per un bambino in coma, più su è sdraiata per terra con le gambe in alto all’asilo mentre una mamma, incinta anche lei, la soccorre per un calo di pressione…

…Ed ora è come se fossi qui, in questa piazzola erbosa, a tre quarti dalla vetta, e sotto vedo strati di vita come fossero le risaie di Bali, e ammiro tutta la strada che ho fatto e mi godo la quota raggiunta.. e, mentre cambio l’ennesima tutina a Luce, le accarezzo le gambette e insieme ascoltiamo “Paura di niente”di Jovanotti e penso che sto proprio bene qui e non vorrei proprio tornare a 24 anni.

Certo 40 sono tanti, “iniziano gli Anta”, come mi ha ricordato un’amica di vecchia data, ci sono le prime rughe, i primi capelli bianchi, la pancia, la pelle più secca, ma chissenefrega, e poi guardo su verso la vetta e so cosa voglio per il mio futuro, so dove voglio arrivare e il mio modello ideale non è così diverso da oggi, sono solo un po’ più realizzata, un po’ più capace di amare a cuore aperto, un po’ meno timida, un po’ più paziente con Lorenzo, un po’ più sicura di me…ma tutto sommato la strada la posso vedere.

È la cima? Cosa c’è in cima?

Beh in cima mi vedo simile ad adesso solo più vecchia, più saggia e capace di aiutare tutte le persone che incontro nel mio cammino, mi piacerebbe essere serena e felice, in contatto con il mio Sè, e vorrei aiutare anche gli altri a ad esserlo.

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FARE LA PACE CON NOI STESSI

È da qualche giorno che mi ronza in testa un post che poi è una riflessione molto importante nel percorso di crescita di ognuno di noi.
Ho notato che quasi sempre quando ci sentiamo depressi e avviliti è perché ci stiamo dando addosso e criticando per qualcosa.
Il fatto è che non ci rendiamo conto di questo fatto: ci sentiamo semplicemente giù di morale.

Per uscire da questo mood negativo è fondamentale riconoscere la battaglia che sta avvenendo dentro di noi: c’è una parte critica (il giudice interiore o l’adulto severo, possiamo chiamarlo in modi diversi) e una parte piccola che soccombe alle critiche (il bambino o la bambina ferita). La prima parte giudica la seconda con cattiveria e la sua critica va avanti con un dialogo interiore che è tendenzialmente sempre uguale e suona più o meno così: “non vai bene perché non sei abbastanza ….(bella, magra, in gamba, forte, non guadagni abbastanza, non fai carriera, non hai amici, non hai il fidanzato, non hai figli, non puoi permetterti una macchina nuova, non sei laureato, non sei in salute, non fai abbastanza sport ecc ecc)”.

Insomma ognuno ha il suo leitmotiv di critiche che si ripetono.
Tutto quello che la parte giudice biasima si potrebbe riassumere in “non sei abbastanza Super”, inoltre, la parte giudice non accetta la vulnerabilità della parte bambina.

Essere vulnerabili però è la chiave per entrare in contatto col cuore, essere vulnerabili significa poter amare e provare empatia per le sofferenze altrui.

La parte perfezionista fa fatica ad amare, senza la parte vulnerabile non siamo completi, magari siamo forti, estroversi, capaci di fare tante cose, ma il cuore è rimasto “imprigionato” nella nostra parte bambina.

Il fatto è che anche la parte “Super” ha la sua utilità: è quella che ci ha permesso di muoverci nel mondo, di lavorare, di vivere magari da soli, di cavarcela nella giungla della vita. Ha deciso di chiudere il cuore in cantina per non soffrire, e probabilmente, ai tempi, quando eravamo piccoli era l’unica cosa che poteva fare. Questa parte è fondamentale perché è forte e socievole, è capace di adattarsi.
Dentro di noi ogni parte ha la sua funzione, si potrebbe dire “non si butta via niente”, bisogna solo trasformare le parti e aiutarle ad evolversi.

Come fare allora a tenere entrambe le parti senza che facciano la lotta tra loro?

È necessario sviluppare una parte Saggia, un Io buono, un adulto amorevole, che prenda a braccetto la Super e la Bambina e le faccia dialogare, le aiuti a fare pace, le metta insieme.

Dalla sintesi della Super con la Bambina emergerà un adulto buono forte e amorevole, e questo è il modello ideale a cui io aspiro e a cui tutti noi dovremmo tendere.

Di recente, durante una visualizzazione su queste due parti di me, ho visto la mia parte Saggia che diceva alla Super: “Tu hai la forza” e alla Bambina: “Tu hai il cuore” e poi diceva all’Io “Tu le aiuterai a mettersi insieme!”.
Dopo di che vedevo la parte Super che prendeva sulle spalle la bambina e salivano verso la montagna assieme all’Io (la montagna rappresenta il cammino spirituale e evolutivo).

Di recente è scomparso Massimo Rosselli, allievo di Assagioli, psichiatra terapeuta e docente della Scuola di Counselling che io e Alberto abbiamo frequentato. Massimo per me era proprio la sintesi di forza e amore, “una grande mente e un grande cuore”, come lui stesso amava definire Roberto Assagioli.
Massimo poteva parlare a seminari per ore di fila, suonare il tamburo e fare riti iniziatici tutta la notte a 74 anni, ed era capace di commuoversi e piangere come un bambino se si toccava la sua anima. La sua sensibilità gli permetteva di aiutare le persone a stare meglio, a entrare in profonda empatia con loro. La sua forza gli ha permesso di lavorare sodo trasmettendo al mondo tanto sapere e aiutando un numero infinto di persone tra pazienti e allievi.
Ultimamente stanno circolando sul web due frasi famose di Massimo: “Ci vuole un grande cuore per contenere un grande dolore” e “La guarigione ha a che fare col cuore”.

Massimo rimarrà per me un grande modello ideale, tra poco compio i fatidici 40 anni, (che proprio non me li sento… mi sento sempre un eterna ragazzina)… è come se improvvisamente mi sentissi catapultata nell’età adulta. Beh per l’età adulta avrei un desiderio: diventare sempre più capace di amare, di accettare la mia vulnerabilità come una risorsa, e non come qualcosa da combattere,  e recuperare la mia forza e metterla al servizio del cuore.

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