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IL NOSTRO VUOTO (…e come riempirlo)

Certe volte proviamo un gran senso di vuoto, molte volte è difficile capire perché. Magari va tutto bene, non c’è un solo motivo per cui lamentarsi….il sole splende, siamo con le persone che amiamo, eppure emerge questa emozione dal profondo.

Thich Nhat Hanh dice che alle volte la sofferenza che proviamo non è nemmeno nostra: potrebbe essere che i nostri genitori, o i nostri nostri antenati, non avendola sciolta dentro di loro, ce l’hanno tramandata.

Non è facile stare con quel vuoto, io per anni nemmeno lo sentivo.

Siamo abituati a scappare dal dolore e quindi lo copriamo con tante abitudini coprivuoto: mangiare, bere, fumare, fare sesso, stare attaccati a dispositivi elettronici, guardare serie tv, film dell’orrore ecc.
Io per molto tempo lo coprivo con più o meno tutto quello che ho citato (forse tranne i film dell’orrore).
Negli ultimi anni tolte molte “strategie anestetizzanti” lo coprivo in modo totalmente inconsapevole con la rabbia: mi arrabbiavo, magari con la persona amata, per piccole cose e rimanevo arrabbiata per tutta la giornata. In questo modo rovinavo la mia vita e quella dell’altro, ma non sentivo il vuoto.

Dare la colpa agli altri è un modo semplice per non sentire la propria sofferenza, in fin dei conti è colpa di qualcun altro se stiamo male, se ci hanno rovinato la vacanza, se ci hanno rubato il portafogli che avevamo lasciato in vista, o bottato la macchina, se nostro figlio fa i capricci o nostro marito non aiuta in casa.
Insomma arrabbiarsi è uno stratagemma facile per non sentire la sofferenza.
Se però si inizia a fare un lavoro di evoluzione personale, come ho fatto io (togli di qua, togli di là, smetti di bere, smetti di fumare, ti sposi, non vai più al cinema, ami di più), a un certo punto ti trovi sola con il tuo vuoto.
Non è colpa di nessuno, nemmeno tua, è solo una sensazione profondamente umana di solitudine che a me emerge fisicamente con un peso sul petto (ma ognuno può avere le sue somatizzazioni).

L’altro giorno ho fatto l’esercizio di meditazione del Saggio (vedi post Tu sei luce) e ho chiesto a lui il perché di questo vuoto.
Mi ha risposto che “solo sentendo il vuoto avrei potuto riempirlo con ciò che desideravo…con l’Amore”.
Una risposta strana, non facile da capire lì per lì.
Poi ho intuito che effettivamente quando siamo anestetizzati al vuoto, alla sofferenza, non riusciamo nemmeno ad amare.

La corazza che ci creiamo come forma di protezione diventa un’armatura che non ci fa sentire il dolore, ma nemmeno l’amore.
Si deve passare dal sentire “quella cosa lì”.

Per migliorare le cose posso però far intervenire la Volontà.

Posso sentire il vuoto, e quindi non rimuoverlo o ricacciarlo nell’inconscio, ma posso anche decidere di riempirlo con quello che mi fa stare bene.

Ci sono tre aspetti della mia anima che mi fanno stare bene e amare la vita: l’amore, l’altruismo, la creatività.

Sento il vuoto, ascolto le sensazioni corporee che produce, e poi dico ok adesso ti riempio.
Per esempio prendo in spalle mio figlio e iniziamo a saltellare per la strada, lui ride felice, io pure. Ecco sto riempiendo il vaso vuoto con l’Amore.

Sento il vuoto e mi metto a cucinare dei muffin prelibati da regalare a parenti e amici, oppure telefono a un’amica in difficoltà, o compro un regalo per qualcuno…ecco ora sto riempiendo il vaso con l’Altruismo e la Generosità.
Sento il vuoto e mi metto al computer e monto un video dove dentro c’è tutto il bello che trovo nel mondo, oppure posso scrivere un post o un racconto…ecco ora sto riempiendo il vaso con la Creatività.

Non è facile stare con quel vuoto, ma è pur vero che senza di esso sarei meno amorevole, meno altruista, meno creativa.

Certe volte penso che sia il mio cuore che, tolta l’armatura che lo proteggeva, fa più male, ma sente anche molto di più…ha bisogno di cure per guarire, ha bisogno di Amore per rafforzarsi.

Un giorno (spero presto) diventerà forte, luminoso e splendente come quello del mio Saggio.

Eleonora

 

 

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LA TRAPPOLA DEI PENSIERI (e delle emozioni…).

L’altra mattina stavo andando in Vespa in ufficio, più o meno come tutte le mattine.

In realtà non era proprio come tutti i giorni: ero intrappolato nei pensieri, stavo continuando a rimuginare su una discussione avuta con mia moglie.

A dirla tutta avevamo discusso la sera prima, poi siamo andati a dormire senza chiarirci e la mattina ero ancora arrabbiato.

Così andando in Vespa stavo ancora pensando alle cause della lite ed ai nostri rancori.

Tutto concentrato nella mente, e rapito in parte dall’emozione della rabbia, non stavo notando cosa c’era intorno a me.

A un certo punto non so cosa sia successo: mi sono accorto che era una bellissima giornata, con un sole luminoso che brillava in un cielo azzurro e terso. La pioggia del giorno prima aveva spazzato via tutto lo smog che si era accumulato a Verona nei giorni precedenti e il vento aveva fatto il resto cancellando le nuvole e portando un’aria effervescente e profumata. La temperatura era fresca ed avvicinandoci alla primavera non si sentiva quel gelo pungente tipico di qualche settimana prima.

E poi ero ben coperto, quindi mi potevo godere il sole, l’aria limpida e il senso di libertà che ti trasmette girare in Vespa senza sentire freddo.

Per andare al lavoro, inoltre, seguo un itinerario che sembra quello delle guide turistiche: passo in mezzo al parchetto dell’Arsenale con i suoi meravigliosi pini marittimi, lascio il Castello Scaligero sulla destra e costeggio il fiume Adige lungo un viale ricco di alberi, poi attraverso il fiume passando su Ponte della Vittoria, un ponte con delle belle riproduzioni di statue equestri realizzate in bronzo, e mi tuffo nel centro storico di Verona.

Quando ho cominciato ad immergermi nel presente, osservando quello che c’era, ho smesso di pensare ai motivi della rabbia.

Poi mi sono concentrato sul mio corpo: quel giorno (ed anche oggi che sto scrivendo per fortuna) ero in perfetta salute.

Sai quando il corpo sta bene, non hai neanche un dolore a partire dall’alluce del piede fino ad arrivare alla punta dei capelli, e non hai nemmeno l’ombra di un raffreddore, allergia, tosse o mal di testa.

Dovremmo brindare tutti i giorni che stiamo bene di salute: spesso non ci pensiamo e ci ricordiamo di quanto sono importanti quei momenti quando siamo sofferenti per qualche malanno.

Ho ringraziato il cielo per essere in salute e mi sono sforzato di capire come era possibile che qualche secondo prima non notassi tutto quello che avevo e che c’era intorno a me vivendo anestetizzato nei pensieri di rancore e rabbia.

Pian piano i pensieri ed il cattivo umore hanno iniziato a diradarsi.

Mi sono detto: “Ok, i problemi non si sono ancora sciolti, ma sarebbe da folli rimanere attaccati a quei pensieri anziché godersi questo magnifico momento presente: sole, aria pulita e salute perfetta. Ci ripenserò dopo…”.

Questo piccolo passaggio di consapevolezza (smettere di “rimuginare” e concentrarsi sul presente) in Psicosintesi si chiama ‘disidentificazione’.

Questo non vuol dire ‘rimuovere’ i problemi, ma dimenticarli per qualche momento in cui ci concentriamo su qualche altro aspetto presente della realtà:

– se abbiamo un pensiero o una emozione invadente possiamo provare a sentire un po’ le sensazioni del corpo…,

– se é il corpo a soffrire possiamo provare a concentrarci un po’ sui pensieri o sull’immaginazione, …

Poi possiamo tornare ai nostri problemi e, senza farlo apposta, avremo una diversa consapevolezza e attitudine: riusciremo a ‘inquadrare’ meglio le nostre preoccupazioni, o quantomeno ad abbracciarle anche con qualche parte gioiosa di noi, e sicuramente troveremo soluzioni più creative per affrontarle!

Alberto

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PULIZIE DI PRIMAVERA (ovvero Spaceclearing che passione)

È da tanto che volevo scrivere un post sullo Spaceclearing ma essendo un argomento troppo importante per me tergiversavo sempre.

Per me lo Spaceclearing è una vera e propria passione, di quelle che appena ne parli ti brillano gli occhi. Ho letto tantissimi libri a riguardo, ho tenuto corsi e seguito delle persone che volevano approfondire l’argomento.

Sono inoltre fermamente convinta che fare Spaceclearing sia un modo molto efficace e piuttosto veloce per cambiare la propria vita, evolversi ed attirare ciò che desideriamo.

La settimana scorsa, con l’arrivo anticipato della primavera, e riprendendo in mano il secondo libro di Marie Kondo, sono rientrata “nel vortice dello Spaceclearing”.

Entrare nel vortice dello Space, come dico io, vuol dire ripassare ogni angolo della casa, buttare via tante cose inutili, risistemare gli spazi, ma soprattutto fare il punto su “in che tipo di casa voglio vivere” e “che tipo di persona voglio diventare”…perché le due cose sono profondamente connesse!…
Vuol dire che per due tre settimane non penso ad altro e butto, pulisco e sistemo tutto quasi trattenendo il fiato.
Ogni volta che esco dal vortice sono una persona diversa e succedono moltissimi cambiamenti nella mia vita.

Ormai sono anni che faccio Spaceclearing almeno una volta all’anno.

All’inizio è stato un lavoro impegnativo, non conoscevo nemmeno le basi dello Spaceclearing e non ero abituata a buttare. Nella mia famiglia non si butta via niente: l’altro giorno, a casa dei miei, mentre ero alla disperata ricerca di un caricabatterie per il cellulare di mio papà (che ovviamente non ho trovato), da un cassetto sono saltate fuori le mie bomboniere di nozze ancora con confetti dentro… di cinque anni fa!😝

Insomma quando ho capito che la vita era più semplice è più bella se la tua casa è essenziale, pulita e ordinata, non ho mai smesso questa pratica che considero come una meditazione.

Come si fa lo Spaceclearing?

Si passano in rassegna tutti ciò che c’è in casa: i vestiti, le scarpe, i libri, i documenti, gli utensili per la cucina, i ricordi… tenendo in mano gli oggetti decidiamo se quella cosa ci piace ancora o no, se ci rende felici, se la usiamo…altrimenti la ringraziamo e la lasciamo andare.

Questo processo influenza moltissimo il nostro inconscio e, se riusciamo a vivere nella nostra casa ideale, saremo anche più capaci di fare delle scelte, di attivare la volontà e di attirare quello che desideriamo nella vita.

Un buon esercizio proposto da Lucia Larese nel suo mitico primo libro è quello di scrivere su un foglio quali sono le nostre intenzioni, i nostri desideri, prima di iniziare il processo dello Spaceclearing.

Si potrebbe scrivere “voglio perdere 5 chili, voglio trovare un fidanzato, voglio cambiare lavoro, voglio rimanere incinta ecc.” poi ci si impegna al massimo in questo percorso di riordino e ci ritroveremo dopo un certo periodo a constatare se quello che ci eravamo prefissati si è realizzato o meno.

A me si sono realizzati un sacco di progetti, altri sono in corso d’opera, comunque credo che lo Spaceclearing abbia dato sicuramente una gran mano.

Il mondo migliore per iniziare, per chi è alle prime armi, è di munirsi di un manuale e attenersi alle sue regole e ai suoi suggerimenti. Oltre al già citato Spaceclearing della Larese c’è il mitico “Magico potere del riordino” della Marie Kondo.
La regola che la Kondo mette alla base del suo libro è che fare Spaceclearing in realtà è molto semplice:

prima si elimina il superfluo, poi si assegna un posto a ciò che abbiamo deciso di tenere.

Nella “maratona di riordino” di questi giorni non ho eliminato moltissimo, perché la mia casa ormai è già veramente essenziale: però ho sistemato e pulito con cura ogni cassetto, recuperato e appeso alcune foto a cui tenevo (che mi piacevano ma avevo deciso tempo fa di mettere via) ho reso essenziale la cucina eliminando vecchie teiere rotte e comprato dei canovacci nuovi e piccoli oggetti graziosi che me l’hanno fatta amare di più. Ho inoltre rimesso mano alla stanza di mio figlio Lorenzo affinché non sia mai sommersa dai giochi e dai vestiti…

Mi è piaciuta una regola che ho trovato nel secondo libro di Marie Kondo:

“sistema ogni cassetto come se fosse il cassetto di esposizione di un negozio (es intimo, trucchi, gioielli..) ogni volta che lo aprirai avrai un brivido di gioia”.
Inoltre lei dice:

“metti in ordine cassetti e armadietti come se li dovesse aprire qualche estraneo e tu non ti dovessi vergognare di quello che c’è dentro.”

Queste due “chicche” mi hanno fatto capire l’importanza di tenere ordine anche dentro di noi… magari abbiamo una bella facciata, ma cosa c’è dentro?

Siamo ordinati e essenziali o regna dentro di noi la confusione? Come sono i vostri armadi? E il mobiletto del bagno? I faldoni dei documenti? Il cassetto della cancelleria? Il baule dei giochi di vostro figlio? La credenza?
Beh la mia casa era bella e in ordine all’apparenza, ma dentro era ancora un bel pasticcio. Ora, dopo circa due settimane di lavoro, posso dire che anche dentro è a posto…potete passare ad aprire i cassetti!
Fare Spaceclearing è una grande soddisfazione..una gioia della vita, provare per credere!!
Eleonora

P.S. Mio padre, prendendomi in giro, mi dice che a forza di fare Spaceclearing mi rimarrà solo una sedia e un materasso…😬

 

 

 

 

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SAPER METTERE I LIMITI

Una riflessione che mi sembra importante condividere è quella sull’imparare a mettere limiti.

Pochissimi di noi sono in grado di farlo, e la cosa peggiore è che per la maggior parte delle volte non siamo nemmeno consapevoli di cosa voglia dire mettere limiti e farsi invadere.

Tutto ha origine quando eravamo piccoli e gli adulti invadevano molte volte il nostro spazio vitale: stavamo giocando e bisognava uscire di corsa per andare a scuola, eravamo in bagno e qualcuno bussava prepotentemente alla porta, volevamo dormire e ci svegliavano, non volevamo mangiare più e ci obbligavano a farlo, eravamo al telefono (magari in adolescenza quando non esistevano i cellulari) e dovevamo buttare giù.

Sicuramente in un modo o nell’altro ognuno di noi è stato invaso, chi più chi meno.

E così anche oggi, nella nostra vita, ci troviamo continuamente a essere invasi e noi stessi invadiamo gli altri.
Le persone meno consapevoli sono quelle che più invadono e più si fanno invadere.

Ma come ci facciamo invadere oggi che siamo adulti?
Quando non sappiamo dire di no.

Abbiamo paura che se diciamo di no, la persona a cui viene “messo un paletto” si sentirà respinta e non ci vorrà più bene.
In realtà è vero il contrario: una persona centrata, che sa mettere i limiti, è proprio quella che ha relazioni più soddisfacenti.

Visto che non sappiamo dire di no spesso inventiamo scuse, o vere e proprie bugie, che ci allontanano dalla relazione.
Altre volte invece diciamo di sì e facciamo quello che la nostra parte più profonda non vuole fare: ospitiamo qualcuno a casa per più tempo di quello che desidereremmo, andiamo al cinema, a una cena o a una festa anche se quella sera vorremmo stare a riposare sul divano, cuciniamo e puliamo la casa magari quando siamo malate, stiamo al telefono un’ora ad ascoltare i problemi di un’amica o di nostra madre, e poi ci accorgiamo che non abbiamo fatto quello che realmente volevamo fare… Facciamo l’amore con il partner anche se non ne abbiamo voglia solo per compiacerlo, quando forse la nostra necessità in quel momento sarebbe più quella di parlare con lui e di condividere i nostri bisogni…

Insomma tutti ci facciamo invadere continuamente.

Fra l’altro, spesso un sì detto per compiacere qualcun altro dà anche il via a una somatizzazione fisica: ci ammaliamo. Il nostro corpo ci fa evitare di fare quello che non siamo riusciti a esprimere a parole.

E come invadiamo gli altri?
Cercando di convincerli a fare quello che non vogliono fare: insistendo quando dicono “No”, manipolandoli per ottenere quello che vogliamo noi.

Imparare a mettere i limiti per noi stessi è l’esercizio migliore anche per smettere di invadere gli altri: più divento sensibile al mio bisogno, più sono in contatto anche con il bisogno dell’altro.

Ma come fare per riconoscere se stiamo dicendo un “Si” perché lo vogliamo veramente o solo per non creare un dispiacere?

Ascoltandoci.

Ascoltiamo con attenzione il corpo: quando ci sentiamo invasi sentiamo un disagio fisico, un senso di irrigidimento in tutto il corpo, abbiamo la sensazione di sentirci bloccati contro un muro, o svuotati di energia.

Un buon mondo per riflettere su quello che desideriamo veramente è quello di prendere tempo di fronte a una richiesta (non bisogna sempre dare subito una risposta): “Guarda ti ringrazio dell’invito, ci penso e ti faccio sapere” è un buon modo per non essere affrettati.

Certo poi è importante, una volta chiarita in noi la risposta, comunicarla velocemente all’altra persona e non lasciarla in sospeso.
Prendersi il tempo per decidere è sicuramente un buon modo per ascoltarsi e analizzare tutte le parti di noi.

Un altro punto importante da ricordare è anche un altro: concediamoci il diritto in un secondo tempo di cambiare idea.

Non c’è niente di male a prendere in mano il telefono e dire:

“Scusami, mi sono ascoltata a fondo e non me la sento di uscire questa sera, sono troppo stanca.”

Certo l’altra persona potrà rimanere inizialmente delusa, ma se sapremo comunicare in modo sincero la nostra fragilità scopriremo che la relazione tra noi e l’altro diventerà più autentica.

Quali sono i vantaggi del sapere mettere i giusti limiti?
Più sicurezza e rispetto per sé stessi, senso di essere padroni della propria vita, attenzione ai propri bisogni e a quelli dell’altro, meno ansia.

Vi lascio con due frasi da ricordare sempre per chi, come me, sta imparando a mettere i limiti:

Quello che fai per il tuo bene lo fai anche per il bene dell’altro.

(Enzo Liguori)

Quando dici SÌ agli altri, assicurati di non dire di NO a te stesso.

(Paulo Coelho)

 

Eleonora

 

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UNA PRATICA PER LA FELICITÀ: 5′ di meditazione mattutina

Apro questo post con le parole di Nico Rosberg, Campione Mondiale di Formula 1 a dicembre 2016.

“Meditazione. È stata l’arma in più, quest’anno. Un’arte che puoi praticare ovunque, camminando, correndo, sul letto appena ti svegli. Sia chiaro, è un lavoro non una magia, ma se si pratica con costanza e serietà a poco a poco aiuta a migliorare.

A me è servito: sono sicuro che dieci anni fa, in una situazione come quella in cui mi sono trovato negli ultimi dieci giri di Abu Dhabi, la gara decisiva, con Lewis che rallentava davanti e io schiacciato tra le due Red Bull e Vettel…

Sono certo che mi schiantavo.

Invece ero pronto.

Non dico che fossi sereno, anzi ricordo che durante la manovra di sorpasso su Verstappen vedevo tutto rosso ed ero tesissimo.

Però c’ero.

E l’ho portata a casa… Dovrebbero farlo tutti, insegnarlo a scuola: viviamo al limite, sempre connessi incapaci di annoiarci o di stare soli. Accumuliamo storie e siamo sempre meno lucidi. Io, ancora oggi, la prima cosa che faccio ogni mattina è venti minuti di meditazione. Poi è stato molto importante anche parlare. Con il coach abbiamo parlato di tutto, compresi mio padre e Lewis”.

Nico Rosberg, 31 anni, pochi giorni dopo essere stato incoronato Campione del Mondo, ha annunciato il suo ritiro dalla Formula 1 con questo discorso.

 

Io non corro ai 300 km/h e non rischio la vita tutti i giorni come fa lui, ma anche io ho iniziato la meditazione mattutina, anche se la mia storia é un po’ diversa.

 

Il 1º gennaio del 2017 mi é scattata l’ansia da obiettivi per il nuovo anno: sembrava che dovessi fare in quest’anno tutto quello che non ho fatto nella mia vita.

Poi me ne sono accorto, mi sono calmato ed ho cominciato a selezionare le attività prioritarie e quelle meno.

Conscio dell’importanza delle pratiche quotidiane, ho scelto alcuni piccoli esercizi da fare ogni giorno che mi aiutano a mantenere un po’ di serenità.

Le ho disseminate nei diversi momenti della giornata ed é così che dal 1º gennaio di quest’anno tutte le mattine faccio 5′ minuti di meditazione.

Una cosa molto semplice, senza candele, incensi, musiche o voci guida.

Mi siedo sul tappeto in sala in una posizione comoda, ma non troppo, per non addormentarmi, e respiro con gli occhi chiusi.

Prima però faccio partire il conto alla rovescia sul telefonino, che mi avvisa quando sono passati i 5 minuti (sperando che non si scarichi la batteria del cellulare e mi lasci tutto il giorno con le gambe incrociate sul tappeto).

Durante la meditazione mi concentro sul respiro e sul riconoscere i pensieri che passano, senza scacciarli ma anche senza seguirli o trattenerli, lascio che passino.

Come dice Thich Nhat Hanh i pensieri sono come nuvole nel cielo della nostra mente, e come nuvole effettivamente vanno e vengono.

I rumori mi aiutano a tornare presente: quando sento qualche suono che viene dall’esterno, ad esempio una macchina che passa in strada, abbandono per un attimo i pensieri e torno presente. Mi concentro nel riconoscere il suono, lo seguo e poi lo lascio andare, senza trattenerlo.

Mentre respiro sento anche il corpo: se c’è qualche parte che mi dá fastidio, come il collo, una spalla o la schiena porto lì l’attenzione e sciolgo un po’ la parte, rilasso e respiro.

Delle volte i 5 minuti si dilatano all’infinito e mi sembrano un’ora. Non nascondo che, quando capita, apro un occhio e getto lo sguardo sullo schermo del telefonino ma, ogni volta, mancano più pochi secondi alla fine del tempo…

Altre volte invece il tempo vola: faccio un po’ di fatica iniziale a lasciar andare dei pensieri ricorrenti in quel periodo, e, quando finalmente ce l’ho fatta e comincio a godermi un po’ di pace, il telefonino inizia a squillare per ricordarmi che devo riprendere le mie attività mattutine (lavarmi, vestirmi, portare Lorenzo all’asilo, fare colazione, andare in ufficio, …).

Sembra strano, ma quel breve appuntamento mattutino é diventato un rito importantissimo per la mia giornata.

Non è indispensabile fare questa pratica la mattina, se uno non ha tempo per 1.000 motivi può anche farla la sera: l’unico avvertimento è che facendola la sera la mente è un po’ più “sovraccarica” dei pensieri della giornata e può essere un po’ più difficile lasciarli andare.

Se mi chiedete se grazie a questa pratica riesco a essere “zen” tutto il giorno vi devo deludere: mi preoccupo se avverto una minaccia, mi agito quando qualcosa non va come vorrei, reagisco impulsivamente se mi sento attaccato, mi spazientisco quando penso che qualcuno mi faccia perdere tempo, e, se attraverso un periodo difficile, faccio anche fatica a dormire durante la notte.

 

Ciononostante questa pratica mi porta un po’ più di vantaggi:

  1. maggiore presenza nel momento che sto vivendo e meno “viaggi mentali”/ fantasie ad occhi aperti
  2. maggior autocontrollo
  3. più consapevolezza delle emozioni che provo
  4. meno distrazioni nei momenti che trascorro con le persone vicine (siano essi i colleghi o mio figlio!)
  5. maggior attenzione all’ambiente circostante ed ai cambiamenti che avvengono intorno a me (anche il cambio di pettinatura di mia moglie!)
  6. maggiore lucidità nelle relazioni con gli altri

 

Non é facile concedersi anche solo 5 minuti di meditazione al giorno, lo so per esperienza, ma considerati i piccoli grandi benefici che questa pratica offre e l’assenza di controindicazioni, mi sento di consigliarla a tutti, anche perché é gratis, non bisogna aver studiato per farla né possedere nulla di particolare se non una casa, tanta buona volontà e… un timer per i 5 minuti!

 

Alberto

 

PS: Meditare significa anche vincere alcuni ostacoli che si presentano appena cominciamo questa nuova attività… in questo post ne ho raccolti alcuni: “I PRIMI OSTACOLI ALLA MEDITAZIONE”

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IL MIO BISOGNO, IL TUO BISOGNO.

Il secondo punto (per il primo leggi il post Autostima) che mi ha colpito della conferenza sull’autostima di Cristina Bassoli è quello riferito ai nostri bisogni e alle richieste relative ad essi.

Molte volte, in determinate situazioni che ci mettono a disagio, dice Cristina, è come se fossimo dei bambini piccolissimi con pannolone e biberon, andiamo quindi a chiedere sostegno e aiuto a qualcun altro: il nostro partner, nostra madre, degli amici. Ma può essere che anche loro in quel momento stiano affrontando un momento difficile della loro vita, e che magari, siano anche loro, metaforicamente come noi, con pannolone e biberon, ma che per esemipo non lo dicano.

Vi faccio un esempio: vi trovate improvvisamente a dover curare la mamma malata, ad accompagnarla a visite, in ospedale, a dover sostenerla anche da un punto di vista psicologico. Questa situazione vi mette paura ed è come se tornaste ad essere un bambino o una bambina piccola che non sa come gestire una cosa più grande di lei. Allora chiedete (o pretendete) che un altro parente si occupi con voi, o meglio al vostro posto, della situazione.

Il problema è che anche il vostro parente non si sente così a suo agio, e magari ha un figlio piccolo da gestire, o al lavoro le cose vanno male…insomma anche lui porta il pannolone ecco. Finisce così che vi arrabbiate con quella persona e rompete i rapporti: certe volte può far comodo scaricare la tensione sopra un capro espiatorio.

Però non vi rendete conto che voi avevate il pannolino e pure l’altro ce l’aveva. Voi avevate bisogno di sostegno, ma anche l’altra persona aveva bisogno.

Molte volte le incomprensioni e i malintesi nascono da situazioni del genere. Ecco perché, dice Cristina, noi dobbiamo imparare a prenderci cura di noi stessi e a contenerci da soli nelle nostre difficoltà.

Se io riconosco la mia parte piccola impaurita, aggiungo io, e mi disidentifico da lei, posso cercare dentro di me delle risorse, fare appello alla mia parte più adulta e saggia, e cercare di affrontare la situazione in modo più lucido. Oppure posso esprimere all’altro la mia difficoltà, posso mostrare di essere vulnerabile. Se anche l’altro fosse per caso capace di ammettere di essere lui stesso terrorizzato, di avere una parte piccola in difficoltà, forse saremo meno spietati con lui. Forse riusciremo una volta tanto a guardare al di là del nostro naso.

Allora si potrebbe comunicare in modo libero, ci si potrebbe aiutare per quel che ognuno può dare, senza accusarci a vicenda. E soprattutto senza nasconderci dietro a un muro di orgoglio a tirare frecce.

Questa immagine di due bambini a gattoni con il pannolino e il biberon in bocca mi ha molto aiutato, mi ha fatto sorridere.

Può essere utile a tutti noi per capire che nessuno ci può salvare, che è giusto chiedere aiuto ma alle persone giuste, spesso chi non aiuta certe volte semplicemente è più in difficoltà di noi, anche se fa la voce grossa o si nasconde dietro a una parte forte.

Impariamo a chiederci: “Qual è il mio bisogno? Ce la posso fare da sola in questa situazione o ho bisogno di aiuto? A chi posso chiedere aiuto? Chi è realmente capace di contenermi? E soprattuto, che bisogni ha la persona a cui sto chiedendo aiuto?”

Se un giorno saprò finalmente prendermi cura della mia parte piccola (col pannolino) e saprò venire da te (mamma, partner o amica) per desiderio e non per chiedere aiuto, qualche volta tu aiuterai me, qualche volta io aiuterò te, ma ne saremo consapevoli, e qualche volta staremo insieme solo per il gusto di farlo.

Non saremo più dipendenti, ma saremo finalmente interdipendenti.

 

Eleonora

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