È difficile scrivere in questo momento di profonda tristezza e di disorientamento. In un paio di settimane si è passati dalla chiusura delle scuole alla quarantena forzata. Tanta confusione nelle comunicazioni non ha aiutato nessuno a capire ciò che stava succedendo e, soprattutto, a comprendere che la situazione era veramente grave… così, contagio dopo contagio, il Coronavirus si è diffuso in tutto il paese.
La nostra generazione, e anche quella dei nostri genitori (se hai tra i 30 e i 50 anni) non ha conosciuto direttamente la guerra e, forse i drammi più grandi che ricordiamo, sono stati i disastri nucleari di Cernobyl nell’86 e Fukushima nel 2011, e nel nostro paese i terribili terremoti dell’Aquila nel 2009 e dell’Emilia nel 2012. Ma un virus che mettesse in ginocchio prima la Cina, poi l’Italia, l’Europa e quasi il mondo intero è una calamità simile a una guerra mondiale che non abbiamo mai vissuto.
Sono girate sul web delle riflessioni sul fatto che tutto ciò è capitato perché “ci dovevamo fermare”, che forse la razza umana, così poco evoluta a livello spirituale, “dovrebbe estinguersi”, che c’è “troppo inquinamento e troppa fretta”, che “si pensa solo ai soldi”, che “le relazioni ormai si sono perse”. Sono riflessioni interessanti e soprattutto condivido il fatto che sia noi come “individui”, che noi come “collettività”, abbiamo da imparare qualcosa dal dramma che stiamo vivendo, e quando (e se) ne usciremo non saremo più gli stessi.
Ora, però, per affrontare una quotidianità così diversa, dobbiamo escogitare qualcosa per stare bene.
Come sempre sta a noi scegliere se finire nel buco nero della depressione o reagire cercando l’insegnamento e l’opportunità di crescita.
Se sei in salute e sei “semplicemente recluso in casa”, come la maggior parte (per fortuna) degli italiani puoi ringraziare l’Universo per il solo fatto di stare bene.
Vediamo alcune cose che possiamo fare:
– Se hai la fortuna di fare “smart working” puoi imparare questa nuova modalità, immaginandola come un training poichè sempre più sarà il lavoro del futuro. Puoi apprezzare inoltre il fatto di poter lavorare in un ambiente protetto.
– Se non stai lavorando puoi scrivere una lista delle cose che avresti sempre voluto fare “quando avresti avuto tempo”, ma che non hai fatto: per esempio pulire bene la casa, buttare via le cose vecchie che non servono più, leggere quel libro o vedere quel film, preparare un corso, imparare una lingua, cucinare, cucire, dipingere, suonare.
La creatività in particolare nasce nei momenti di vuoto, la creatività ci avvicina al Divino ci rigenera nel profondo, ci fa stare bene.
Io personalmente ho deciso di fare al mattino i cinque tibetani e la sera una mezz’ora di yoga, cerco di cucinare cibi sani e prendo integratori che mi danno forza fisica e mentale, per il resto mi occupo della casa e della mia famiglia, e cerco di impegnarmi a farlo nel migliore dei modi (purtroppo non sempre mi riesce 😩).
-Si può uscire a correre o per una passeggiata (certo rispettando le norme di sicurezza). Penso che sia molto importante uscire un po’ tutti i giorni: scendere mezz’ora per buttare via l’immondizia, fare la spesa o semplicemente per fare una corsetta può essere un toccasana.
– Possiamo tenere un diario: scrivendo tre pagine al giorno butteremo fuori preoccupazioni e pensieri.
-Possiamo pregare o fare meditazione: accendiamo una candela, ascoltiamo il respiro e concentrarci sul nostro centro interiore, la parte più vera di noi. Lì tutto è pace. Etty Hillesum, morta in un campo di concentramento, è riuscita a trovare la sua parte più profonda, nonostante la sofferenza. Il contatto con questa parte divina le ha dato una pace infinita capace di farle affrontare il periodo della guerra con una serenità per noi sconcertante.
-Sarebbe meglio non continuare a leggere gli aggiornamenti dei giornali sul numero di contagi e di morti. La paura ci penetra nelle ossa e ci paralizza. Se non riusciamo a smettere di farlo, cerchiamo almeno di darci un tempo breve, che non invada tutta la nostra giornata, e poi mettiamoci a fare qualcosa di amorevole per noi e per gli altri.
– Chiamiamo e videochiamiamo gli amici, i parenti, i vecchi maestri, chiunque ci venga in mente per un saluto, facciamolo tutti i giorni. È vero che la tecnologia ci ha allontanato, ma questo virus ci ricorda quanto sia difficile non avere contatti con i nostri simili. Ora possiamo sfruttare la tecnologia per fare l’opposto: per riavvicinarci, per dirci “ti voglio bene, mi manchi, come stai….” con un messaggio, un vocale o una videochiamata.
E, ancora una volta, se ci prende lo sconforto e la tristezza ricordiamoci che siamo sul divano a leggere e non in rianimazione. Mandiamo con il pensiero amore e gratitudine per chi sta male e per chi lavora incessantemente per salvare vite umane, e non sprechiamo la vita che ancora abbiamo nel peggiore dei modi.
-Se siamo particolarmente desiderosi di evolverci possiamo chiederci cosa possiamo imparare da questa esperienza e quale può essere il nostro contributo in un momento del genere.
– E poi cari amici, sì, ripetiamoci che finirà bene, visualizziamo tutti la fine di questa drammatica vicenda, visualizziamoci al mare o in montagna, a festeggiare il compleanno di nostro figlio o dei nostri genitori in compagnia, all’aperitivo con gli amici e al parco coi bambini, visualizziamo tutto ciò che amavamo della nostra vita “precedente” e che vorremmo fare di nuovo e sentiamo la gioia per ciò che (speriamo il più presto possibile) avverrà. Questo atteggiamento non vuol dire essere ingenui e poco realisti, vuol dire usare un potente mezzo che tutti abbiamo, la visualizzazione, per creare la realtà che vorremmo. Farlo tutti insieme la renderà più potente.
Rileggiamo ora insieme due citazioni che ci aiutano a riflettere…
Da Libertà in prigione di Roberto Assagioli
“Mi sono reso conto di essere libero di poter scegliere tra due atteggiamenti diversi nei confronti della mia situazione, dando ad essa un certo significato, oppure un altro, utilizzandola in un modo o in un altro. Potevo ribellarmi o sottomettermi passivamente, vegetando, oppure potevo indulgere nel malsano piacere dell’autocommiserazione, assumendo il ruolo del martire. Oppure ancora potevo prendere la situazione con umorismo considerandola come una nuova ed interessante esperienza. Potevo trasformarla in un periodo di riposo, o in un periodo di pensiero intenso su questioni personali, riflettendo sulla mia vita passata, o su problemi scientifici e filosofici; oppure potevo approfittare della situazione per sottopormi a un training delle facoltà psicologiche e fare esperimenti psicologici ben precisi su me stesso. O, per concludere, potevo farla diventare un ritiro spirituale: finalmente lontano dal mondo. Non avevo alcun dubbio: dipendeva da me.”
Dal Diario di Etty Hillesum
“Se rimarremo vivi, queste saranno altrettante ferite che dovremo portarci dentro per sempre. Eppure non riesco a trovare assurda la vita. E Dio non è nemmeno responsabile verso di noi per le assurdità che noi stessi commettiamo: i responsabili siamo noi! Sono già morta mille volte in mille campi di concentramento. So tutto quanto e non mi preoccupo più per le notizie future: in un modo o nell’altro, so già tutto. Eppure trovo questa vita bella e ricca di significato. Ogni minuto.”
“Si deve anche essere capaci di vivere senza libri e senza niente. Esisterà pur sempre un pezzettino di cielo da poter guardare, e abbastanza spazio dentro di me per congiungere le mani in una preghiera.”
“Alla fine, noi abbiamo solo un dovere morale: reclamare larghe aree di pace in noi stessi, più e più pace, e di rifletterle verso gli altri. E più pace c’è in noi, più pace ci sarà nel nostro mondo turbolento
“La paura è senza motivo. Essa è immaginazione, e vi blocca come un paletto di legno può bloccare una porta. Bruciate quel paletto.”
(Rumi)
Faccio una premessa: febbraio non è mai stato un mese facile per me, come per tante altre persone. Il grigio e il freddo iniziano proprio a stufare, imperversano le influenze, siamo tutti carenti di sole e vitamina D. Di recente una mia conoscente ha dovuto affrontare un lutto molto pesante. Un amico ha scoperto di avere un tumore. E poi è arrivato in Italia il Coronavirus.
Non mi sono mai voluta occupare del Coronavirus e, anche se alcuni amici da mesi cercavano di farmi portare l’attenzione lì, ho cercato “di strane alla larga”. Ma poi, improvvisamente, è sbracato in Lombardia e pure in Veneto, hanno chiuso le scuole, le chiese, i cinema, hanno detto alla gente di stare a casa e di fare scorte alimentari. A me è sembrata tutto un po’ esagerato. A ben vedere ci sono cause di morte più diffuse e più gravi: bambini ammalati di tumori, l’aria che respiriamo è irrespirabile, neonati morti in culla…nessuno se ne preoccupa. Per questo virus c’è stata invece una mobilitazione totale. Però non sono un virologo, né uno scienziato e nemmeno un dottore. Non so se c’è un senso in queste misure precauzionali e in questo allarmismo. Ho sentito tesi complottisitiche sul perché questo virus “è stato diffuso” e del fatto che vogliono dimezzare la popolazione…oppure vendere più vaccini possibile, potrebbe essere tutto vero, ma io sinceramente non-lo-so.
Beh, ieri sono uscita a fare due passi lungo l’Adige, uno strano silenzio aleggiava in città, le poche macchine andavano piano come quando c’è il blocco del traffico e stanno circolando abusivamente. La gente non si guardava negli occhi. Ho sentito l’energia della città e questa energia aveva qualcosa a che fare con le parole “Paura” e “Fine del mondo”. Due giorni prima si festeggiava il carnevale per strada come se nulla fosse. Sono rientrata in casa e mi è venuta voglia di mettere la musica alta e di ballare. I miei bambini si sono scatenati con me al suono di “ I like chiopin, Vamos a la playa e Torero che cha cha”.
Oggi c’era la nebbia e di nuovo dalla finestra della cucina mi sembrava che fuori vivesse una città fantasma. Ho deciso di andare in gioielleria a far allargare alcuni anelli che erano lì da mesi, e stringerne uno vecchio di mia nonna. In quella gioielleria normalmente devi fare ore d’attesa, oggi non c’era veramente nessuno…avevo tre/quattro commessi solo per me! Ho fatto le mie commissioni felice, sorridevo alla gente per strada. In profumeria ho comprato un rossetto rosso mentre una signora anziana si affacciava a chiedere alla commessa se era arrivata l’amuchina. Poi, nel pomeriggio, a casa ho dipinto una tenda con tanti fumetti divertenti e di nuovo mi è presa questa voglia di ballare.
Non ho paura del Coronavirus, so che la vita di tutti noi è appesa a un filo, forse questo virus, vero o pompato che sia, mi ha semplicemente ricordato di celebrare la vita. Oggi ci sei domani chissà. Ma non per il Coronavirus…per qualsiasi cosa. “Si muore non perché hai una malattia, si muore perché si nasce” disse una volta Gemma Martino, una famosa oncologa. Non sappiamo quando ce ne andremo. Ma se oggi va tutto bene conviene godere il presente. Ama le persone che ti stanno accanto, canta, balla!
La morte fa paura a tutti perché non ne abbiamo esperienza, o, se una parte di noi ne ha già avuto esperienza, non se la ricorda. Chi ha avuto esperienze di pre morte dice che la morte è un luogo di Amore e di Pace, una sensazione di benessere totale, un volare liberi e felici, un ritrovare chi hai amato e ora non c’è più, un fondersi con Dio. Anche chi crede in queste cose ha comunque un po’ di paura. Ma non possiamo paralizzarci in casa dalla paura.
Se siamo vivi dobbiamo celebrare la vita. Viverla più intensamente. Spegnere i cellulari e la tv, stare nella Natura, fare l’amore, giocare con i bambini e ridere….soprattutto ridere.
Tich Nhat Han, un monaco vietnamita, dice che tutti i giorni dovremmo meditare sul fatto che prima o poi invecchieremo, ci ammaleremo e moriremo. Questo non vuol dire piangersi addosso, o chiudersi in casa in depressione, vuol dire che ogni passo che facciamo su questa terra dovremmo ricordarci del miracolo che è la vita, dovremmo ringraziare per tutte le cose belle che abbiamo, cercando di vivere nel presente e non perdendo tempo in ansie per il futuro o rimpianti per il passato.
“La paura ci fa vivere un miliardo di volte cose che non si avverranno mai…” dice Assagioli.
Qualcuno potrebbe obiettare che la paura è un’emozione atavica e che “non si può fare niente, se si ha paura”. In realtà possiamo sempre scegliere “dove stare”… possiamo accogliere la paura e poi scegliere di dedicarci a ciò che ci dà gioia. Allora ci accorgeremo che dentro di noi tutto può cambiare in pochi istanti.
“Ricordatevi sempre di accogliere ogni giorno che viene come un dono e come una sorpresa: così manterrete intatto dentro di voi il gusto della vita.” Roberto Assagioli
Da bambina guardavo “Piccoli fan”, un programma degli anni ‘80 in cui i bambini si esibivano a cantare davanti al pubblico. Nonostante mio padre dicesse che era un programma “spazzatura” e che quei poveri bambini sembravano “scimmie ammaestrate”, io desideravo un giorno essere lì sul palco. Oppure, in alternativa, mi sarebbe piaciuto fare l’attrice delle pubblicità. A 18 anni ho fatto una comparsata nel videoclip di Vasco “Siamo soli”, ero bionda, magra e carina, ma nessuno mi ha mai scritturato per un film. A 24 anni, finta la scuola del cinema, ho lavorato in Rai per l’Isola dei famosi, ho conosciuto un sacco di Vip, ma poi ho capito che il mondo della tv non era fatto per me, nemmeno dietro le quinte.
Allora ho studiato regia, e ho girato cortometraggi e documentari, ora sognavo di diventare “una regista famosa”. Quando avevo 28 anni ho vinto un primo premio con Lisbonsensible, un mediometraggio musicale che parlava di una ragazza in piena crisi esistenziale. Poi ho girato tanti video più o meno interessanti, ho scritto una bella sceneggiatura che è ancora in un cassetto.
A 33 anni mi sono sposata e quando avevo 35 anni è nato Lorenzo, sono diventata Counselor, e quattro anni dopo è nata Luce. Ho iniziato la mia attività di Counselling legata al libro che ho scritto per favorire la gravidanza. Alcune donne sono rimaste incinte naturalmente: l’ultima aveva 42 anni e una decina d’anni di tentativi alle spalle. Ce l’abbiamo fatta! Lei è rimasta incinta, io però non sono diventata famosa.
Ho sempre pensato che prima o poi avrei sfondato… forse era un desiderio di riscatto per essere stata, da piccola, una bambina molto buona e piuttosto invisibile.
Volevo essere vista. Volevo lasciare un segno.
Ultimamente però mi sono trovata a pensare che forse non avrei mai più girato film, e che magari il mio libro non sarebbe mai diventato un bestseller, e che, anche se ho aiutato solo una decina di donne a rimanere incinte (e non un centinaio o un milione), va già bene, cioè a loro la vita è già cambiata sicuramente.
Magari la mia vita è così, fatta di piccole cose, di passeggiate lungo l’Adige, di bagni nella vasca grande insieme ai miei bambini, di qualche serata perfetta con gli amici, di piccoli appunti scritti in questo blog che chissà poi chi leggerà, di guardare i tramonti sul lago, di litigate con mio marito e di serate invece perfette a contemplare le stelle.
Ho avuto questa intuizione in cui forse il senso della vita non è diventare qualcuno, ma accettare di non essere nessuno.
Da poco abbiamo cambiato casa per cui ho sospeso per un mesetto il lavoro per cercare di starci dentro tra scatoloni, lavori, bambini, idraulici e elettricisti. Non ho più scritto post, non sono andata avanti con il mio libro, non ho fatto consulenze. Mi sono detta pazienza, riprenderò quando sarà possibile, quando avrò qualcosa da dire, quando Luce andrà all’asilo…
Non è sempre facile accettare di non essere nessuno… accettare di non essere nessuno ti avvicina un po’ alla morte, perché ti sembra di non lasciare nessun segno. È una sensazione strana: da una parte senti di apprendere una lezione di umiltà, dall’altra è anche una liberazione, il “non dover essere”.
La teologa Antonietta Potente ha da poco tenuto un corso su questa necessità di “essere invisibili”, di imparare a farsi in disparte, a non voler primeggiare a tutti i costi. Penso però che diventare invisibili non voglia dire abbruttirsi e deprimersi, tutt’altro, vuole dire essere grati per quello che si ha e soprattutto per quello che si è. Amarsi nonostante i difetti, ma accogliendo e valorizzando i nostri pregi. Se ti liberi del “dover essere” ti puoi trovare a essere molto felice semplicemente in presenza di persone care, o mentre gusti del buon cibo e un bicchiere di ripasso, mentre senti il sole sulla pelle in una mattina di gennaio, o quando balli “a pazza gioia” con con una bambina di due anni.
L’altro giorno mi sono soffermata sul testo di una canzone di Elisa dal titolo “Vivere tutte le vite” e in particolare su questi versi:
E non voglio vivere tutte le vite
Vedere ogni posto nel mondo
Fingere tutte le volte
Esser sempre forte
Uscirne senza graffi sulla pelle
Vedere ogni limite farsi più sottile
Sempre più deboli le mie paure
Non lasciarmi sfuggire neanche una foglia che si muove…
È proprio quello che avevo in mente mentre mi passavano in testa queste idee: se rinunci a voler fare per forza tutte le esperienze, se decidi che anche se non viaggi è lo stesso, se accogli la tua normalità, la tua banalità… ecco allora le tue paure si affievoliscono, ti accetti così come sei e puoi finalmente godere del presente, della quotidianità, puoi godere anche… di una foglia che cade.
Marco fa l’imbianchino.
E’ più di un semplice imbianchino: quando gli viene richiesto dal cliente, realizza delle pareti che sono delle vere e proprie opere d’arte. Può dipingere profili geometrici grandi tutta la stanza, realizzare a mano personalizzazioni di forme e colori, sagomare simboli e stemmi.
Un giorno sua nipote Giada gli chiede di colorare una parete della sua cameretta di giallo e di blu, i colori dell’Hellas Verona, di cui è una appassionata tifosa.
Tutte le domeniche che il Verona gioca in casa Marco, sua sorella Mara, il marito Paul e la figlia Giada vanno allo stadio insieme.
Marco è molto affezionato a sua nipote, le vuole bene come a una figlia, così le promette di colorare la parete come lei desidera. Lei è molto felice, perchè sa che Marco le farà una parete bellissima.
Passa il tempo ma Marco non trova mai un momento per colorare la cameretta di Giada: ci sono sempre nuovi lavori da fare, scadenze impellenti da gestire, problemi quotidiani da risolvere… e così continua a rinviare la parete a strisce “giallo-blu”.
Un giorno però Giada si sente male: la portano all’ospedale, le fanno gli esami e le trovano un male incurabile.
Giada ora ha 23 anni.
Marco si ricorda della promessa di 6 anni prima, parla con Bruna, sua sorella, per capire se si riesce a dipingere la parete, ma convengono che visti gli odori della pittura e le condizioni di salute della ragazza è meglio aspettare che si rimetta un po’.
Giada purtroppo non si rimette, e dopo sette mesi se ne va.
Marco va al funerale.
Continua a pensare a quella parete mai fatta, non può sopportare ancora quel peso, così dice a sua sorella che vuole fare quel lavoro, vuole mantenere quella promessa fatta a sua nipote, nonostante la cosa sembri non avere più senso…
Mara capisce: ora la parete della cameretta di Giada è giallo-blu, i colori della squadra che li univa, anche se lei non c’è più.
Tutti i giorni ci capita di vivere una storia simile a quella di Marco e Giada.
In tutti questi casi non ci rendiamo conto che stiamo perdendo occasioni: occasioni di “aprire il cuore”.
Aprire il cuore agli altri e a noi stessi.
Non ci accorgiamo che quei momenti non torneranno, non potremo un giorno riavvolgere il nastro e recuperare il tempo perduto, recuperare i gesti mancati.
Ma soprattutto non ci sarà un periodo della nostra vita dove saremo liberi da impegni e preoccupazioni, non ci sarà un’epoca in cui saremo finalmente “liberi” e avremo il tempo di rispondere di sì alle richieste dei nostri amici, dei nostri genitori, dei nostri figli, delle persone che incrociamo per strada, del nostro partner.
La vita è un susseguirsi di attività da fare, di imprevisti, di emergenze, di scadenze… la vita procede incessante e non ci lascia tregua…
La vita poi delle volte riserva tristi sorprese, portandoci via degli affetti prematuramente, prima che riusciamo a dire o a fare con loro tutto quello che vorremmo.
E quando una persona cara ci lascia per quel viaggio di cui non conosciamo la meta, l’unica cosa che ci rimane è andare al suo funerale, piangere la sua scomparsa sperando di abituarci presto alla sua assenza, sperando di soffrire il meno possibile.
Ma tutte le cose non dette e i gesti di amore non fatti rimangono con noi, pesano sulla nostra coscienza e non riusciamo a lasciarli andare.
Allora ci diciamo: “Se solo quel giorno fossi stato più gentile con lui… se solo quella volta l’avessi chiamata… se potessi tornare indietro non gli negherei quel favore che mi aveva chiesto… dovevo prendermi più tempo per stare con lei…”.
Ma ormai è tardi.
Ai morti non interessano più le nostre intenzioni.
Ma anche le persone vive, quelle che ci sono vicine o che incrociamo nella vita di tutti i giorni, soffrono la nostra ‘assenza emotiva’.
Allora sì che ci rendiamo conto che nella vita ci sono tante priorità, tante scadenze, ma una sola urgenza: l’urgenza di amare.
L’urgenza di amare è quella di dire ogni giorno “ti voglio bene” a una persona cara, di perdonare qualcuno per qualche torto che abbiamo subito senza covare il rancore, di mettere da parte noi stessi in qualche momento della giornata per essere disponibili alle richieste degli altri, di correre quando qualcuno ha bisogno, di ascoltare gli altri anche se questo delle volte ci costa fatica, di giocare anche solo cinque minuti con i nostri figli e raccontargli una storia, di abbracciare il nostro partner nel silenzio, senza un motivo particolare…
In questo modo saremo pronti ad andarcene, e a lasciar andare gli altri, vivendo una vita piena e in contatto con l’amore.
Alberto
P.S.
Un ringraziamento a Marco che ha condiviso con me la sua storia, a Bruna e Paul che ne hanno consentito la pubblicazione, e un pensiero di luce a Giada che vive nei ricordi dei suoi cari e tramite loro invia ancora il suo amore.
Qualche settimana fa siamo stati a fare un weekend sul lago. Anche se era novembre e c’era freddo erano giorni di sole e un po’ di aria pulita ci avrebbe fatto bene. La domenica mattina abbiamo deciso di andare al Gardacqua, una piscina che ha una zona riscaldata con idormassaggi anche all’aperto. Io ero un po’ titubante perché Luce, la nostra bimba piccola, non ha nemmeno due anni e non sapevo come l’avrebbe presa. Devo anche ammettere che, da quando ho i bambini, non sono più abituata a fare quella vita “godereccia” che facevo prima. Niente cinema, poche cene fuori, zero tempo da dedicare alla coppia. Il mio tempo è fatto di doveri, incombenze, commissioni, vengono sempre prima i bambini e le loro esigenze. Quindi mi “faceva strano” andare al Gardacqua. Una volta dentro invece è stata una sorpresa: Lorenzo con i braccioli girava da solo tra la piscina dentro e quella fuori, e Luce ha ricevuto, da una bagnina, un bicchierino e delle palline così se ne stava o in braccio ad Alberto o seduta su dei gradini in acqua bassa a giocare… e io sono riuscita a farmi anche due o tre serie di idromassaggi all’aria aperta con le montagne innevate di fronte e il sole caldo sulla pelle.
Fantastico.
Dopo un paio d’ore siamo usciti e siamo andati a pranzare in centro a Garda. Visto il bel sole caldo i ristoranti avevano allestito tutti i tavolini fuori e la gente pranzava seduta al sole. Ho adocchiato una coppia di cinquantenni che mangiava una bruschetta al pomodoro e beveva uno Spritz Aperol, baciati dal sole. Avevano l’aria di chi si sa godere la vita. Ho indicato quel ristorante e ho detto ad Alberto: “Andiamo lì!” Volevo essere come quella coppia! Anche noi abbiamo ordinato spriz, bruschetta e patatine. Alla faccia delle diete macrobiotiche e del salutismo.
Questo è il senso della vita, mi sono detta, non il sacrificio e la fatica, ma stare al sole a godere uno Spritz con le persone che ami.
Godere la vita senza sensi di colpa, rilassarsi, stare nel corpo ascoltando le sensazioni che ti regala quando la temperatura è perfetta e i gusti sono appagati.
La vita è una fatica certo, lo è molto spesso, ma quante volte siamo noi a renderla tale perché non sappiamo godere delle cose semplici? Ci preoccupiamo, ci intristiamo, siamo in guerra con qualcuno e abbiamo sempre fretta. Facciamo la lotta con la realtà invece di godere quello che la realtà ci sta regalando.
Da poco tempo ho iniziato a godere anche lo stare a casa da sola con i bambini, anche la notte. Tempo fa facevo molta più fatica, forse a causa delle mie vecchie ferite di abbandono. Una volta era una lotta, una litigata continua quando Alberto usciva la sera senza di me. Adesso mi trovo nel lettone con i miei bambini che piano piano scivolano nel sonno, sono cuccioli, hanno bisogno di affetto e di contatto e si accoccolano addosso a me. Mi rendo conto di come sono fortunata e di che miracolo è la vita semplice. Sono lì nella pace e penso che nulla è da dare per scontato e che la gratitudine è la chiave per vivere bene.
Apprezzare i doni che abbiamo senza volere di più. C’è una sorta di commozione interiore nello stare così a contatto con qualcuno che ami più della tua vita… sai che devi semplicemente bere il succo di questa esperienza senza sprecare il tempo, senza buttarlo via.
C’è una poesia di Anita Moorjani, che ho già citato in precedenza, ma che mi piace ripassare:
Quando sono venuta in questo mondo
le uniche cose che sapevo erano amare, ridere
e fare splendere la mia luce.
Poi, crescendo, mi hanno detto di smettere di ridere.
“Prendi la vita sul serio”, dicevano,
“se vuoi fare strada.”
Così smisi di ridere.
La gente mi diceva: “ Stai attenta a chi ami,
se non vuoi che il tuo cuore venga spezzato.”
Così smisi di amare.
Mi dicevano: “ Non far splendere la tua luce
perché attiri troppo l’attenzione.”
Così smisi di splendere
e diventai piccola
e appassii
e morii
solo per apprendere, appena morta,
che tutto ciò che conta nella vita
è amare, ridere e far splendere la nostra luce!
Siamo così occupati a vivere cercando di gestire la vita, di controllarla, che spesso ci dimentichiamo delle sole cose veramente importanti della vita: gioire e amare.
Nell’Universo ci sono due forze contrarie: il maschile e il femminile. La forza maschile è quella legata alla Volontà, all’azione, al “fare”. La forza femminile è legata all’accoglienza, all’attesa, allo “stare”.
Vivere in sintonia con l’Universo significa saper vivere in equilibrio tra queste due forze.
Molte volte i conflitti e le fatiche quotidiane sono legate allo squilibrio tra queste due forze. Alcuni di noi hanno troppa forza maschile: vogliono che le cose vadano come desiderano, cercano di controllare tutto con la mente, o con azioni “scomposte”. Altri di noi invece hanno un eccesso di femminile e quindi non agiscono in direzione della propria realizzazione e della realizzazione dei propri desideri. Aspettano passivamente che qualcosa accada.
Il giusto equilibrio sta nell’agire in modo che quello che vogliamo si realizzi, ma, dopo aver fatto le giuste azioni, bisogna far intervenire il lato femminile e cioè lasciare che il resto avvenga da sé, magari non nei tempi che noi avevamo stabilito.
Io, una volta, tendevo ad agire con la forza maschile e una volontà piuttosto forte, ora sto cercando di sviluppare quella che Yoav Dattilo chiama “il femminile della volontà”.
Cercherò di fare un esempio.
Voglio cambiare lavoro perché quello di adesso mi sta stretto: la mia parte maschile manda curriculum, contatta le persone che potrebbero dargli qualche suggerimento, sparge la voce in giro, fa ricerche online. Posso fare questa operazione per qualche mese, ma magari arrivo a un punto fermo: niente sembra muoversi verso la realizzazione del mio desiderio. A questo punto potrei essere sempre più nervosa e stanca e anche sfiduciata, e, se la mia energia è bassa, ad ogni azione fatta con ansia l’Universo risponderà con chiusura o in modo negativo.
È allora giunto il momento di fermarsi. Devo fare intervenire il femminile della Volontà, e quindi, avendo sempre presente il mio sogno, l’unica cosa che devo “fare” è imparare a “stare” ferma. Devo coltivare dentro di me la fiducia, devo analizzare le mie parti dubitanti, lasciare andare le mie parti rigide e mentali che vogliono tutto e subito, devo sostanzialmente “affidarmi all’Universo”.
Ma cosa vuol dire “affidarsi all’Universo?”
Ci sono tanti modi di affidarsi all’Universo, ognuno di noi può scegliere quello che più lo fa sentire bene. Si può pregare, fare meditazione, andare a fare una passeggiata in montagna o lungo il fiume, si può scrivere.
Io quando sono molto in difficoltà mi affido a mia nonna che non c’è più e le chiedo di darmi una mano, qualcosa che potrebbe suonare così: “Cara nonna, sono incastrata in questa situazione, non so proprio cosa fare, aiutami tu, fa che accada la cosa giusta per me”. Se ti affidi a Dio, a Buddha o a un parente caro che è in Quella Dimensione che noi non conosciamo è più facile lasciar andare il controllo.
Mi affido così all’Universo e lascio andare la pretesa di controllare e decidere tutto.
Lascio che passi del tempo, e lascio che l’ansia scenda e che torni il sereno.
Un’altra pratica molto bella si chiama “l’Anfora delle preoccupazioni”: prendo una scatola e scrivo le mie preoccupazioni di oggi su un foglietto, poi metto il foglietto nella scatola… ogni giorno, se voglio, posso scrivere una diversa preoccupazione.
E poi che faccio?
Niente. La lascio lì. Lascio che se ne occupi l’Universo.
A qualcuno sembreranno azioni semplicistiche e poco concrete, ma la bella (o brutta notizia, dipende dai punti di vista) è che noi controlliamo molto poco con la mente, e molto con le nostre forze inconsce, e ancor più con lo Spirito. Coltivare la fiducia e l’abbandono al flusso in realtà sono pratiche molto impegnative che richiedono forza e volontà.
Ricordo che a un seminario di qualche anno fa Carla Fani disse: “Bisogna imparare a seminare solo per il gusto di farlo, senza dover per forza aspettarsi che i frutti arrivino subito… potrebbero non arrivare mai, o arrivare tutti insieme, più avanti!”