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ESSERE LUCE

Non aiuti nessuno se ti perdi nei mali del mondo. Quindi la sola domanda che ti devi porre quando ti senti arrabbiata o persa è: “Perché non mi amo? Come posso apprezzarmi di più?”

(Anita Moorjani) 

Ci può capitare nella vita di farci sopraffare dal dolore. 

Può essere un dolore nostro, o di qualcuno a cui vogliamo bene, di parenti o amici. 

Mi è capitato in passato di essere sopraffatta dal dolore, o perché rientravo in contatto con vecchie ferite, o perché sentivo su di me tutta la sofferenza del mondo: guerre, bambini denutriti o abbandonati, malattie, morte. Anche adesso qualche volta mi capita. Tempo fa giudicavo male chi non si lasciava toccare da queste cose, pensavo che chi non risuonava con quelle sofferenze era insensibile e superficiale. 

Poi qualcosa è cambiato, ho conosciuto il mio Sè transpersonale che mi chiedeva di far risplendere la mia Luce, ho conosciuto la gioia originaria dei bambini, e ho letto i libri di Anita Moorjani che mi hanno “illuminato”. Anita dopo aver patito tutte le sofferenze di una malattia terminale ha vissuto uno stato di premorte e poi è tornata nel nostro mondo per diffondere il messaggio spirituale dell’Aldilà. Queste sono le sue parole:

Quando sono venuta in questo mondo 

le uniche cose che sapevo erano amare, ridere

 e far splendere la mia luce.

Poi, crescendo, mi hanno detto di smettere di ridere.

“Prendi la vita sul serio”, dicevano,

“se vuoi farti strada.”

Così smisi di ridere.

La gente diceva: “Stai attenta a chi ami,

se non vuoi che il tuo cuore venga spezzato.”

Così smisi di amare.

Mi dicevano: “Non far splendere la tua luce 

perché attiri troppo l’attenzione”.

Così smisi di splendere 

e diventai piccola

e appassii

e morii

solo per apprendere, appena morta,

che tutto ciò che conta nella vita, 

è amare, ridere e far splendere la nostra luce!

Leggere i libri di Anita mi ha sollevato da un enorme peso: non dovevo essere infelice, anzi, il mondo spirituale mi vuole felice, ci vuole tutti felici. 

Mia nonna da lassù mi vuole felice. 

La cosa più utile che posso fare all’Universo è amarmi e essere felice. 

Solo se mi amo posso dare amore agli altri, posso aiutare gli altri, altrimenti farò loro un danno. 

Mal comune mezzo gaudio non è funzionale, ma purtroppo molto diffuso. Si pensa erroneamente che se stai male tu e io mi deprimo con te è un bene perché mi sento meno in colpa, mi sembra quasi di farti un favore. 

In realtà se io trovo la luce, la gioia e la serenità dentro di me posso darne un pezzetto anche a te. Se riconosciamo che il fine della nostra vita è splendere ed essere felici, saremo a cavallo e potremo essere di aiuto a tutti.

Ma il mondo è talmente intriso di sofferenza che come faccio a essere felice? 

Un altro aiuto per rispondere a questa domanda ce lo da Thich Nath Hanh. Il monaco zen da me tanto amato ci mette in guardia: tutti noi abbiamo dei semi di sofferenza dentro di noi, e le altre persone possono, spesso inavvertitamente, innaffiare questi semi facendoli germogliare. 

Ma i semi sono già dentro di me, l’altra persona non è causa della mia sofferenza, l’ha solo risvegliata e forse ha pensato che, facendo soffrire anche me si sarebbe sentita meglio, in realtà non ha fatto altro che diffondere più sofferenza. Io stesso più o meno inavvertitamente ho ferito molte volte altre persone. 

Così passo passo la sofferenza si diffonde nel mondo sempre più.

Come fare allora per essere felici e non soccombere alla catena della sofferenza?

Bisogna riconoscere le emozioni di rabbia e tristezza dentro di noi e prendercene cura. Se qualcuno mi ferisce devo innanzi tutto accogliere il mio dolore, capire dove ha origine e fare qualcosa per trasformarlo. Quando il dolore sarà stato trasformato potrò comunicare all’altra persona la mia sofferenza e potremo così chiarirci. Scoprirò che anche l’altra persona aveva una sofferenza e che, probabilmente, non voleva intenzionalmente farmi soffrire. 

Di recente ho capito che noi abbiamo sempre due scelte: quando qualcuno ci ferisce possiamo curare la sofferenza dentro di noi e interromperla, oppure possiamo scagliarla contro qualcun altro e farla così circolare. Se la scagliano contro qualcuno questa prima o poi ci tornerà indietro. 

Per vivere bene è importare ritornare al nostro nucleo centrale di amore incondizionato, dimorare lì per un po’, riposare lì per un po’. Se c’è della sofferenza non bisogna scappare da essa ma viverla con amore e compassione. 

Quando questa sarà passata è importare ritrovare la luce dentro e fuori di noi, e tenerla sempre in mente come una cometa da seguire. 

Seguire l’amore per noi e per gli altri è la strada giusta. Splendere senza sentirsi in colpa nè vergognarsi è la nostra missione.

Eleonora

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MAMMA, ESISTE DIO?

Ieri ero molto triste per delle vicende che sono accadute di recente, una volta quando ero triste scappavo…alzavo la posta in gioco, bruciavo un po’ di vita collezionando stimoli che non mi facessero sentire la tristezza. 

Ricordo quando avevo circa 18 anni, un sabato sera, i miei genitori hanno litigato, mio padre si è infuriato e ha rotto un piatto scaraventandolo a terra. Lui è una persona molto buona, ma la gestione delle emozioni non è mai stata il suo forte. Anche se urlava spesso, non aveva mai fatto un atto del genere. Per inciso i mei genitori sono ancora insieme e forse si amano più adesso di allora. Ricordo che ho preso il motorino e correndo sono andata al Calipso, era il bar dove ci si trovava con gli amici. Penso di aver bevuto 3 o 4 “ Montenegri” di fila, non so come è andata a finire la serata, se in discoteca, se in giro con le amiche per bar, o con qualche spasimante che ci provava e io dicevo di no per sentirmi forte. 

Ci sono stati tanti anni così. 

Quella serata poteva essere simile a tante altre, ma non ricordo la fine. Però ricordo quel piatto, e quei Montenegri nel bicchiere di vetro: il colore di quell’amaro era uguale a quello del piatto rotto. 

Sono passati 22 anni da allora e io sono praticamente un’altra persona. Non bevo, non rompo più il cuore degli uomini (forse qualche volta quello di mio marito ma vabbè, questa è un’altra storia), non vado in discoteca e nemmeno fuori con le amiche. Mi occupo dei bambini, scrivo, faccio counseling per aiutare delle persone e lavoro su di me più o meno ininterrottamente. 

E ora non scappo più, non scappo dalle persone nè dalle emozioni. A furia di immergerti nelle emozioni spiacevoli queste si trasformano, non fanno più paura, sono forti certo, ma ora sento che le posso sopportare. 

Ieri ho deciso di andare a salutare Dio. È da qualche tempo che mi sto riavvicinando alla parola Dio… per un po’ mi trovavo meglio a parlare di Amore Universale, ma non so perché ora sto  familiarizzando nuovamente con questo termine cristiano. Forse perché Lorenzo ogni tanto mi fa delle domande spirituali. Ieri per esempio, mentre lo stavo addormentando mi ha chiesto a bruciapelo: “Mamma esiste Dio?” 

Gli ho risposto un Sì secco, senza esitazioni. I miei genitori, quando ero bambina, mi dicevano di NO, tanto che io e mia sorella dubitavamo anche dell’esistenza del Pontefice: “Papà, ma ci esiste il Papa?” 

Non ho voluto dirgli che per me Dio è più che altro Amore Universale, di come anche la fisica quantistica ormai è in accordo con il potere della preghiera, con la connessione delle anime e con l’esistenza di un’energia cosmica d’Amore che sostiene il mondo… Gli ho detto semplicemente che esiste Dio, che è il padre di Gesù, ma che è anche il padre suo e mio e, quando perplesso mi ha detto che suo padre era Alberto, ho ribattuto che anche Gesù aveva un padre umano che era Giuseppe. Insomma sembrava abbastanza convinto e io in qualche modo me la sono cavata anche questa volta. 

Insomma ieri sono andata a trovare Dio. 

Per me Dio è lì, sopra alla spiaggetta di Castelvecchio, quando c’è il sole che si riflette sull’Adige e i gabbiani volano in cielo urlando di gioia. 

È il mio luogo sacro, il mio rifugio. Non sono scesa giù alla spiaggetta perché avevo Luce nel passeggino, così mi sono seduta su una panchina a sentire il sole sulla pelle… nonostante la mia sofferenza si stava bene. 

A un certo punto si è avvicinata una vecchietta e, con la scusa di conoscere la mia bambina, si è seduta vicino a noi e ha iniziato a chiacchierare.

Ecco Dio in quella signora novantenne che mi racconta della sua infanzia, del suo lavoro, della casa dove abitava da bambina, delle camminate sulla Marmolada negli anni 50, del disastro del Vajont, del fatto che era appena andata dal dentista e che ora vive con le suore perché non ha nessuno. “Zitella per vocazione” mi dice. Avevo proprio bisogno di una nonna oggi. A un certo punto si ferma e mi dice: “La annoio?”, “No, anzi mi fa piacere!” le rispondo. Allora prosegue, dice che viene spesso lì, com’è bello. Mi chiede come si chiama la mia bambina, “Luce”, le dico e mi aspetto il solito commento: “Lucia?!? – No, Luce. – Ah che nome strano, ecc. ecc.”

Invece mi dice: “Luceeeeeee che bello…ma tu sei la Luce del tuo papà e della tua mamma!!”

Luce la guarda a metà tra il sorridente e il perplesso, non è una che si scompone molto. Poi la signora mi saluta e mi dice di tenermi stretta la mia famiglia perché gli affetti sono la cosa più importante. Le chiedo il suo nome, e la ringrazio. Se ne va con il suo bastone e quel suo modo di fare dolce e rude al tempo stesso. 

Guardo l’acqua e il sole. Le persone che hanno vissuto la premorte parlano di un sole splendente che non acceca e un mare immenso, nell’Aldilà. Forse anch’io li ho già visti e la mia anima in qualche modo se li ricorda. Luce ha fame, tolgo il blocco dal freno e mi incammino verso casa, spero di rivederla quella Signora, penso.

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LA PARABOLA DELLA SCARPETTA PERDUTA

Oggi ero veramente stanca: sonno addio, malattie dei bambini, tempo uggioso, indolenzimento da yoga ecc. Però dovevo andare a fare la spesa perché domani Lorenzo ha “la gita a raccogliere le castagne” con l’asilo e dovevo prendere qualcosa per il suo pranzo al sacco, inoltre, giusto per tirarmi la zappa sui piedi, mi sono proposta, nella chat genitori, di organizzare io la merenda post corso di circo per i bambini. Perdipù ricevo un invito a pranzo dai miei genitori, così decido di andare al Pam e poi da loro, e, nonostante la stanchezza di procedere con le commissioni. Vesto Luce con giubbino, cappello, scarpette di pile, la carico in passeggino e via. 

Al Supermercato sono un po’ di fretta perché so che i miei ci tengono agli orari, soprattutto mio padre, quindi butto nel carrello tutto ciò che mi ispira e vado velocemente alla cassa automatica, dove una simpatica cassiera, mentre io prezzo tutte le cibarie, cerca di intrattenere Luce che la guarda un po’ sospettosa. 

Uscite dal Super ci incamminiamo verso casa “dei nonni” e ormai quasi arrivata al cancello mi accorgo che Luce è riuscita a togliersi e a far cadere una scarpetta. Chissà dove le è caduta, penso, ma “voglia zero” ti tornare indietro: suono il campanello e entro a casa dei miei. Racconto l’accaduto a mia mamma, e lei dice di aver incontrato proprio quella mattina una signora con il passeggino che aveva perso anche lei una scarpa della bimba. “Di solito qualche passante le trova e le mette su un muretto”, mi dice. 

Dopo il pranzo, quando mi accingo a tornare a casa, seppur controvoglia, decido di ripercorrere la strada e vedere se trovo la scarpetta di Luce/Cenerentola. Il fatto che oggi non abbia messo le lenti a contatto ma indossi gli occhiali non è d’aiuto perché con gli occhiali vedo anche meno: mi guardo in giro, ma non vedo scarpette rosa taglia 19. 

“L’avrò persa al Pam”, mi dico, così sempre buttando un occhio qua e là, arrivo al Supermercato dove trovo la simpatica cassiera di due ore prima che ora è seduta in cassa, così  le chiedo se hanno trovato per caso la scarpa. La signora che stava pagando proprio in quel momento mi dice: “L’ho vista io! All’inizio della via ,vicino alla banca!” Grazie a questa signora evito di fare un giro a vuoto tra le corsie. La ringrazio molto dell’indizio e esco. 

“Che stanchezza, mi dico, sono appena passata di lì e ora mi tocca ritornare indietro una terza volta”. Mi armo di pazienza e penso che in fondo mi fa bene camminare…. “dai Eleonora, provaci per l’ultima volta, poi se non la trovi amen, non sarà la fine del mondo”. Arrivo vicino alla banca, non vedo nulla, sto quasi per abbandonare l’impresa, quando,  strizzandi meglio gli occhi la vedo: eccola lì sopra un muretto di fronte alle strisce pedonali, come diceva mia mamma. Sorrido, afferro la scarpetta e felice la faccio vedere a Luce: lei noncurante se la fa rimettere al piede. Passa di lì una signora che, probabilmente percependo la mia gioia, sorride e fa i complementi alla bimba: le racconto che veniamo dalla caccia al tesoro della scarpetta. Ci mettiamo a ridere e ci salutiamo come due vecchie vicine di casa. 

E in quel momento ho un’illuminazione: una storia banale come questa mi mostra come nella vita, se affronti le cose con leggerezza, fiducia e un certo grado di distacco, ottieni quello che vuoi. Mi vengono in mente episodi di rilevanza ben maggiore come la ricerca di una gravidanza, l’acquisto di una casa, lo scrivere un libro. Se segui quei semplici passaggi (in genere) ce la fai: mi sembra quasi una legge cosmica.

L’episodio della scarpa di Luce ci può insegnare come fare per raggiungere i nostri obiettivi, o esaudire i nostri desideri. 

Cercherò di spiegarmi meglio: vediamo insieme cosa accade nella “parabola della scarpetta”…

1- DEVO RISOLVERE UN PROBLEMA O RAGGIUNGERE UN OBIETTIVO 

Mi accorgo che Luce ha perso una scarpa: non mi arrabbio, non mi incaponisco, non vado contro me stessa e il mio bisogno di mangiare-riposare ed essere puntuale. Scelgo di occuparmi dopo del problema con fiducia che si potrà risolvere.

2- CONDIVIDO IL PROBLEMA SENZA ESAGERARE NÈ SMINUIRE

Racconto a mia madre l’avvenimento e lei mi fa capire che è un problema comune. Probabilmente nella vita non sei sola, nè l’unica che deve affrontare un problema simile.

2- MI METTO IN MOTO

Quando sono pronta, anche se sono stanca e non ne ho voglia, mi metto alla ricerca. Attivo la volontà (un minimo di impegno e di sforzo bisogna mettercelo).

3- CHIEDO AIUTO

Chiedo aiuto alla simpatica cassiera con cui avevo chiacchierato poco prima. Bisogna sempre chiedere aiuto, mai essere così orgogliosi di pensare di non avere bisogno degli altri.

4- ACCOLGO LE SINCRONICITÀ

Per coincidenza la signora che sta pagando alla cassa ha visto la scarpetta. Quando chiedi avvengono le sincronicità giuste: “chiedi e ti sarà dato”.

5- SEGUO LA NUOVA STRADA CHE MI SI APRE DAVANTI

Mi dicono che la scarpetta non è dove pensavo, devo accogliere la nuova situazione ed essere flessibile. Nonostante la stanchezza mi rimetto in cammino. Perseveranza e focalizzazione dell’obiettivo sono fondamentali per qualsiasi impresa.

6- SONO DISPOSTA A LASCIAR ANDARE 

Arrivata alla banca non trovo la scarpetta, accolgo “il fallimento” con spirito di accettazione. Accetto di non avercela fatta senza arrabbiarmi con il destino o con la vita … “pazienza”.

7- CE LA FACCIO

Quando stavo per tornare a casa, trovo la scarpetta proprio su un muretto.  Il premio finale di perseveranza e accettazione è il raggiungimento dell’obiettivo. In realtà la scarpetta era lì anche prima, ci ero passata davanti ma non l’avevo vista! Anche se la soluzione è sotto i tuoi occhi i tempi devono essere maturi.

8- RINGRAZIO E CONDIVIDO

Condivido la gioia con qualcuno, in particolare con quella signora incontrata per la strada. Mai tenere le gioie solo per sé.

 

Ogni tanto ti accorgi con soddisfazione che “così gira il mondo”, e allora perché non condividerlo in un Post?

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IL SUPERMERCATO DELLA FELICITÀ

Domenica è giornata di messa o supermercato.

Oggi mi è toccato il supermercato: domani all’asilo di Lorenzo c’è la festa di San Martino ed Eleonora doveva preparare i muffin, ma naturalmente ci mancavano metà degli ingredienti.

Poi si sa com’è: oltre alle uova, latte e burro la lista della spesa si è allungata… così ho chiamato il mio piccolo aiutante Lorenzo ed insieme siamo andati al supermercato Migross.

Lorenzo sembrava un cagnolino nel Paradiso degli Ossi: mi girava intorno scodinzolando e richiamando la mia attenzione su tutte le scatole di cioccolatini che vedeva, sui barattoli ‘magnum’ di Nutella, sui biscotti dei PJMasks e addirittura sulle noci di cocco di cui ora sembra essere goloso… per fortuna bastavano piccoli e decisi “No” per farlo desistere da questi improvvisi desideri che scoppiettavano come fuochi d’artificio.

Passando vicino alle cassette della frutta una signora anziana piuttosto ben vestita ha scontrato col carrello il cartello che segnava il prezzo al chilo dei Kiwi facendolo cadere per terra. Pensando di non essere stata vista, lo ha scostato un po’ col piede e ha fatto il gesto di tirare avanti per la sua strada.

Io mi sono fermato e, nel dirle che era caduto il cartello, mi sono chinato a raccoglierlo.

Non sapevo quale sarebbe stata la sua reazione: dal suo atteggiamento iniziale di noncuranza non avevo grandi aspettative in una sua collaborazione.

Però non ero neanche più di tanto infastidito: dentro di me ho semplicemente pensato che fosse il caso di rimettere a posto le cose.

Quando si è sentita chiamata in causa la signora però ha avuto una reazione che non mi aspettavo: si è giustificata sommessamente dicendo che il cartello si doveva essere agganciato al suo carrello…

Poi ha cercato di aiutarmi provando a ricostruire il cartello dei Kiwi che nel cadere si era aperto e smontato.

Viste le mie scarse doti manuali, dopo qualche tentativo di riparazione, abbiamo deciso di appoggiare il cartello nella scatola dei Kiwi in modo che fosse chiaramente leggibile anche se non proprio a posto.

Alla fine della piccola interazione ci siamo sentiti bene tutti e due, e ci siamo salutati col sorriso come fanno due conoscenti che si incontrano saltuariamente.

Poi con Lorenzo abbiamo ripreso la caccia al tesoro alla ricerca delle uova, del latte e degli altri ingredienti per la preparazione dei Muffin, aggiungendo qua e là nel carrello cose non previste ma che improvvisamente mi sembravano indispensabili da acquistare (lasagne già pronte, carne bio, spugna per lucidare le scarpe, …).

Smarcata la lista della spesa ci siamo diretti verso le casse con un carrello bello pienotto, non prima, però, di una breve sosta (senza acquisti!!!) all’angolo dei giocattoli.

Lorenzo ha dato un occhiata veloce (ma scrupolosa) a tutta la merce esposta come un esperto “scaffal manager” per concludere che, tutto sommato, non c’erano giochi da acquistare indispensabili per la sua sopravvivenza.

Siamo così giunti alle casse dove ho fatto la solita scommessa sulla “coda” che sarebbe stata più veloce: ho scelto quella di sinistra e ci siamo messi ad aspettare.

Proprio prima che arrivasse il nostro turno con la coda dell’occhio ho visto che dietro di me c’era un signore che non aveva neanche il carrello. Guardandolo bene ho appurato che aveva solo un cestino di acqua. Così gli ho chiesto se voleva passare davanti visto che avrebbe fatto presto e, ringraziandomi, ha accettato.

Dopo aver pagato l’acqua il signore ha salutato la cassiera e poi voltandosi verso di me mi ha salutato e ringraziato di nuovo.

Ho ricambiato il saluto e mi sono reso conto di come delle volte basta veramente poco per fare un piacere a qualcuno.

Poi siamo balzati in macchina con tre sacchetti di roba e ci siamo avviati a casa.

 

Grazie a Lorenzo, presenza saltellante ed entusiasta, e alle piccole accortezze verso persone sconosciute e incontrate casualmente sentivo che il mio umore era positivo.

Non che fossi arrabbiato prima di andare al supermercato, ma le pur brevi interazioni con le altre persone, i piccoli gesti di attenzione e la predisposizione “buona” anche verso i trascurabili contrattempi occorsi hanno fatto sì che anche la spesa a supermercato fosse diventata una piccola pratica per la felicità nel quotidiano.

Perché la felicità non è la vincita milionaria alla lotteria, ma i piccoli gesti di amore e di attenzione che possiamo avere giorno per giorno nel confronto dei nostri cari o delle persone che entrano in contatto con noi nella nostra vita.

Questa tesi è confermata anche in un libro che sto leggendo sulle emozioni (“Emozioni – La scienza del Sentimento”) dove si riportano studi che mostrano come la maggior parte delle persone che hanno vinto grandi somme non sono state rese molto felici grazie alle loro vincite.

Per la maggior parte dei vincitori l’euforia svanisce presto e si ritorna esattamente a come stavano prima della vincita: coloro che erano felici ritornano allo stesso grado di felicità, chi era depresso torna alla sua depressione.

Secondo “la banca dati della felicità” le cose che ci portano ad essere felici sono le cose che abbiamo sempre saputo: la salute, buoni amici e i buoni rapporti familiari.

Insomma, essere gentili con i familiari e le persone che incontriamo nelle nostre giornate dà un grande contributo alla nostra felicità quotidiana, ed è un obiettivo decisamente più ragionevole che riporre la propria felicità su un biglietto della lotteria o un “gratta e vinci”!

Alberto

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COME HAI AMATO?

Ho visto di recente un video su una signora francese, Nicol Dron, che ha avuto un’esperienza di premorte e si è fatta 45 secondi nell’aldilà. 

Ci sono tante persone nel mondo che hanno avuto questa esperienza e ciò che hanno visto coincide per tutti, a prescindere da razza, religione e ceto sociale. 

La donna che ha trattato di più questo argomento è Elisabeth Kubler Ross, una psichiatra svizzera che ha accompagnato moltissimi pazienti malati terminali alla morte. 

Anche mia nonna Emilia ebbe un’esperienza di premorte: dopo un’operazione a un rene finì in rianimazione, aveva 78 anni. Lì vide il tunnel, la luce e suo marito e suo figlio, che erano morti, e che la chiamavano. Non avrebbe voluto rientrare nel corpo, stava troppo bene lì. Invece rientrò e visse fino a 85 anni. Io avevo 13 anni e lei mi raccontò questa esperienza: io la ascoltavo scettica e, come gli adulti intorno a me, credetti che fosse un sogno, un’esperienza data dal coma farmacologico. 

Passarono gli anni e non pensai più a quell’episodio fino a che morì un amico dei tempi del liceo, aveva poco più di vent’anni, e mi diedero da leggere il libro della Kuber Ross: “La morte è di vitale importanza”. Ritrovai lì descritta l’esperienza di mia nonna.

Poi passarono altri anni e, visto che questo argomento mi ha sempre interessato, lessi i libri di Anita Moorjani che aveva vissuto anche lei un’esperienza di premorte. A seguito di un mio articolo su quest’argomento un’amica mi consigliò il video su Nicole Dron. 

Anche lì la stessa situazione: la luce, i parenti morti, la pace, l’amore incondizionato, il non voler tornare. Nella descrizione di Nicole Dron si trova molto del sapere che diffondono le religioni dal cristianesimo delle origini al buddismo. Questo video è molto bello, e, anche se per noi è difficile credere a certe cose, penso che l’esperienza descritta sia veritiera. 

Certe volte penso però che il Mistero non andrebbe spiegato, nè descritto, e che ognuno farà la sua esperienza di Esso prima o dopo, qui sulla terra, o al momento della morte. 

Però di quel video mi porto a casa due domande che fecero a quella donna: 

“Come hai amato?”

“Cosa hai fatto per gli altri?” 

Lei disse che non era una persona cattiva, che conduceva una vita “normale”, ma si era resa conto che per gli altri non aveva fatto proprio un bel niente e nell’aldilà aveva visto tante mani tese sulla terra che chiedevano aiuto.

L’Amore è l’energia Universale e vivere bene significa amare. 

“Ama e fa ciò che vuoi” diceva Sant’ Agostino. 

Bisogna partire con l’amare noi stessi, poi i nostri figli se ne abbiamo, il nostro compagno, i nostri parenti, i nostri amici, i nostri nemici, e poi tutti gli esseri. 

Questo tipo di esperienza richiede il cammino di una vita. 

Le nostre ferite profonde ci impedisco di amare o ci fanno amare male. 

Io personalmente sento spesso “un gap” tra ciò che la mia anima vorrebbe esprimere, l’amore che prova, e ciò che faccio poi invece, i miei comportamenti quotidiani. “Io vedo il meglio ma al peggior mi appiglio” come disse Yoav Dattilo in una intervista citando Ovidio. La domanda “Come hai amato?” presume non tanto la quantità dell’amore, ma la qualità. 

Si può amare bene o amare male. 

Amare bene per esempio è volere la felicità degli altri, lasciandoli liberi di essere diversi da noi, per esempio, o dicendo loro quello che pensiamo anche se può non far loro piacere, ma perché è importante per noi. 

Amare male è svegliarsi pensando di dare un bacio o un abbraccio e poi invece grugnire un “ciao”. Amare bene è lasciare che i nostri figli si sporchino nella sabbia e nel fango e lasciarli finire di giocare senza interromperli anche se noi vorremo fare altro. 

Amare bene è sapere mettersi nei panni degli altri. 

Amare male è essere gelosi. 

Amare male è dire “ti amo”, ma non essere presenti, non saper ascoltare, non sapere come dimostrarlo.

Per amare bene bisogna essere stati amati bene, altrimenti tenderemo ad amare male. 

Allora sembrerebbe che tutti siamo condannati ad amare male. 

Da un certo punto di vista sì perché siamo esseri imperfetti, ma amando le nostre imperfezioni possiamo migliorare. 

La consapevolezza di avere una parte che sa amare bene ci può spronare a ricontattarla e chieder consiglio a lei…per esempio. Se sento che sto amando male, e cioè mi comporto non come vorrei, posso fare un attimo di raccoglimento e chiedermi: “Come posso agire in questa situazione amando bene?”

Chiediamoci inoltre cosa stiamo facendo per gli altri: non bisogna essere Medici senza frontiere o Madre Teresa di Calcutta, ci sono mille modi per aiutare le altre persone. Amando i nostri familiari, e  amici, sorridendo alle persone, regalando un panino al mendicante fuori dal supermercato, tenendo pulito l’ambiente…ognuno di noi sa cosa può fare per gli altri.

Se vuoi vedere il video lo trovi qui:

http://https://www.youtube.com/watch?v=ETdMDaefrQU

 

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LE SINCRONICITÀ

L’altro giorno stavamo raccattando le nostre cose dalla spiaggia dopo un pomeriggio al lago quando una coppia si avvicina e inizia a fare i complimenti a Luce, la mia bimba di 10 mesi. Quasi per caso iniziamo a chiacchierare, e la ragazza mi dice che ha un bimbo che ha appena cominciato la materna e che in quel momento era a casa con la nonna perché loro avevano bisogno “di prendere un po’ d’aria”. 

Noto che la ragazza è molto sensibile e un po’ triste, chiacchierando mi racconta che il distacco con suo figlio l’ha un po’ buttata giù. Improvvisamente mi viene in mente anche a me l’anno in cui Lorenzo aveva cominciato a dormire all’asilo, e quel senso di vuoto improvviso, una grande tristezza e la mia cara ferita di abbandono che si riapriva. Le dico col cuore in mano: “eh sì mi ricordo bene com’era stata dura anche per me, avevo passato un momento molto difficile….” . 

Lei si illumina in viso, e mi dice “Allora dici che è normale?!?! Io pensavo di essere l’unica!.

Capisco che sta giudicando la sua sofferenza, cosa che molti di noi, ahimè, fanno. 

La rassicuro dicendole che il suo stato d’animo è più che normale, poi mi chiede cosa faccio, le dico del blog, dei libri, del counseling. Si ripete due tre volte il nome del blog per memorizzarlo e mi ringrazia per il “mini intervento di Counseling”. 

Questo incontro mi ha dato gioia, ho capito che non era stato un incontro casuale, ma una sincronicità: probabilmente in quel momento ero stata di aiuto a quella ragazza in crisi, come molte volte altre persone incontrate per caso sono state di aiuto a me. 

Ricordo nel lontano 2009 feci un viaggio a Parigi con Alberto, ma invece di goderci il weekend romantico litigammo tutta la notte a causa mia e delle mie ferite. La mia paura di amare e di farmi amare stava rovinando la vacanza e la relazione. La mattina eravamo ancora tristi e scombussolati e io ero ancora nella mia bolla emotiva, decisi però di assecondare la sua proposta di andare a fare un giro a Montmartre. 

Mentre zitti e arrabbiati camminavamo per le viette colorate piene di negozi incontrammo dei cantanti di strada: la ragazza aveva un’energia strabiliante, avrà avuto più o meno la mia età e mi ha subito conquistata. Quella musica aveva qualcosa di talmente gioioso che mi ha fatto immediatamente uscire dalla mia bolla emotiva, (che è diventata improvvisamente una bolla di sapone da scoppiare).

Io e Alberto siamo tornati ad amarci.

La ragazza dopo qualche mese è diventata famosa e ha scalato le classifiche di tutto il mondo con la sua “Je Veux”… Ebbene sì, i miei “aiutanti spirituali” mi avevano mandato niente popodimeno che Zaz!

Le sincronicità sono quelle coincidenze che arrivano al momento giusto: un corso, un sogno, un libro, una persona, una frase, un video.

Sono delle “orchestrazioni” astrali che ti aiutano a proseguire per la retta via.

Spesso avvengono nei momenti di crisi, e spesso quando, presi dallo sconforto e dalla tristezza preghiamo, e chiediamo aiuto ai nostri cari che non ci sono più, o a Dio, a Buddha all’Universo. Le sincronicità quasi sempre ti fanno fare un salto di livello, un salto di consapevolezza momentaneo: come successe a me a Parigi riuscii a uscire immediatamente dalla mia “bolla emotiva”.

La cosa che mi colpisce ultimamente è di essere diventata anch’io, con i miei libri e col blog, una sincronicità positiva per gli altri. Forse, finalmente, dopo anni di lavoro su di me, posso restituire un po’ dell’amore e della fiducia che ho ricevuto. 

Non che io abbia mai smesso di chiedere… certe volte quando Luce mi sveglia per la 50esima volta nella notte per ciccucciare chiedo “vi prego Nonna Gianna e Nonna Wally fatela un po’ dormire!” …

E (spesso) funziona…;)

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