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LE 5 TIPOLOGIE DI PERSONE DA EVITARE (O FORSE NO…)

Navigando su internet capita spesso di imbattersi in articoli che cercano di spiegarci quali sono le “persone che dovremmo evitare” nella nostra vita…

Ecco alcuni titoli trovati oggi: “8 tipi di persone da evitare” – Vanity Fair,  “13 persone da evitare” – D.it Repubblica, “Le 5 Tipologie di Persone da evitare a tutti i costi…” – Ascolta il tuo Cuore, “6 tipi di persone da cui è meglio stare alla larga (secondo la terapeuta)” – Corriere della Sera, “Dal narcisista allo scroccone: 10 tipi di uomini da evitare” – Corriere.it, “Cinque categorie di persone da evitare” – La Mente è Meravigliosa, “5 tipologie di persone da evitare assolutamente” – Ninja Marketing, …

Insomma, tutti vogliono convincerci che se stiamo male è perché siamo circondati di persone “da evitare”.

Entrando nei vari articoli si scoprono i ‘fantomatici’ profili di queste persone per noi “tossiche”: il narcisista, l’insicuro, lo scroccone, il prepotente, l’imbroglione, l’egoista, il manipolatore, lo sfruttatore, il criticone, il maniaco del controllo fino ad arrivare al paranoico, al dipendente da alcool, droga, ecc. ecc.

Certo che detta così le persone descritte non sono quelle che sceglieremmo per andare a fare una vacanza alle Maldive… infatti il suggerimento principale degli articoli è quello di fare “piazza pulita” di questi soggetti se vogliamo vivere in modo pieno e felice.

Non importa che ruolo abbiano queste persone nella nostra vita: che siano colleghi, amici o addirittura familiari, il consiglio è quello di troncare ogni rapporto con loro.

 

In un bel film di animazione che ho visto settimana scorsa con mio figlio Lorenzo, “Coco”, si parla proprio dell’eliminazione dai ricordi del capostipite di una famiglia da parte dei suoi stessi familiari, che arrivano a rinnegare insieme a lui anche la musica (il suo tratto dominante) e il suo volto (strappato dall’albero genealogico che veniva usato per le offerte nel giorno dei morti).

Senza “spoilerare” il film a chi non lo ha visto, anche in questo caso si scoprirà come questa censura non fosse la cosa più giusta da fare…

Eppure devo ammettere che è capitato anche a me qualcosa di simile nella mia vita: durante una vacanza avevo litigato con un amico (per i soliti futili motivi) e quando ero tornato avevo stampato le foto della vacanza, ma nel sistemarle nei raccoglitori ne avevo tagliate un paio per non rivedere più la persona che mi aveva ferito.

Ero proprio arrabbiato e non volevo più incontrare quella persona.

Questo è capitato più di venti anni fa ed ora devo ammettere che sono invecchiato: non farei più una cosa simile ed ho cambiato radicalmente il mio punto di vista.

Oggi credo che le persone che incontriamo, o che abbiamo incontrato, siano le persone giuste per noi, anche quelle che ci fanno soffrire. In qualche modo queste persone ‘capitano’ nella nostra vita per farci affrontare qualche paura o ferita che se non risolviamo non ci permette di progredire nel nostro cammino evolutivo.

Ad esempio, nel mio caso, sicuramente la ferita che si era smossa nella vacanza era quella dell’orgoglio: anche se ancora non l’ho risolta del tutto, ora sono un po’ migliorato.

Spesso sono ferite o sofferenze che ci portiamo dietro da tanto tempo, magari da quando eravamo bambini.

Da piccoli non potevamo affrontarle, e la fuga poteva anche essere un giusto meccanismo di difesa. Ma se oggi ci comportiamo come allora, “eliminando” queste persone, sarà come continuare a scappare dalle nostre ferite, e, purtroppo, quindi continueremo ad incontrare persone simili.

 

Allora cosa fare quando ci capita di frequentare qualcuno che ci fa soffrire?

Passare più tempo possibile con lui e ringraziarlo dei suoi atteggiamenti che ci infastidiscono?

Non esageriamo.

Il punto è un po’ quello spiegato da Eleonora in un vecchio Post (“Il gioco degli incontri”):

 

  • in primo luogo dobbiamo fare mente locale del contesto in cui ci troviamo quando una persona ci irrita (dove sono, cosa sto facendo, che rumori ci sono intorno a me, cosa sto pensando,…)
  • in secondo luogo dobbiamo fare uno sforzo grandissimo e “non reagire” e osservare che stati d’animo provo: rabbia? tristezza data da sensi di colpa? disgusto? paura?
  • successivamente possiamo fare qualche respiro e poi possiamo toglierci dalla situazione che ci sta generando ansia
  • poi, con calma, quando siamo da soli, possiamo riflettere e cercare di razionalizzare su qual è il comportamento dell’altra persona che ci ha indisposto e, facendoci un bell’esame di coscienza, verificare se per caso anche noi non abbiamo un aspetto del nostro carattere che gli somiglia: capita spesso di scoprire che sotto sotto anche noi abbiamo dei lati in comune con la persona che ci fa irritare (anche se moriremmo piuttosto che ammetterlo!!!)
  • altre volte invece  la persona tocca un nostro punto debole: quando l’avremo individuato potremo capire qual è la nostra ferita e potremo prenderci cura di questa finché, pian piano, non guariamo.

 

Sintetizzando il lavoro, quello che dovremmo fare è accogliere l’altro, così come è.

 

Un altro passaggio molto importante è quello di non ridurre le altre persone ai soli ‘difetti’ che ci indispongono: anche noi possiamo indisporre gli altri per qualche lato del nostro carattere, ma noi non siamo solo quel lato del carattere, e così nemmeno gli altri.

Quando riusciamo ad andare oltre i difetti degli altri, stando con i loro atteggiamenti anche ‘negativi’ senza farci intaccare da questi perché li abbiamo elaborati, non ci sarà bisogno di EVITARE nessuno perché ci saremo rafforzati, e avremo scoperto il dono che queste persone in realtà hanno portato nella nostra vita.

 

“Amate i vostri nemici” Gesù (Matteo 5, 43-48)

 

“Il tuo nemico è un Buddha”

 

“Gli altri siamo noi” Umberto Tozzi

 

Alberto

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AMARE SE STESSI

Oggi chiacchieravo con una mia amica milanese al telefono, compagna di Psicosintesi e di un pezzetto di vita. Era un po’ giù di morale, per un progetto che fatica a partire, perché si sente sola e con pochi soldi. 

Riflettevo come, nonostante il lavoro personale, gli studi, le letture, la terapia ecc. si possa facilmente tornare ad essere tristi, a sentire la ferita che si apre, a fare fatica a vivere…insomma la capivo. Io in questo momento sto piuttosto bene, ma basterebbe poco pure a me per essere insoddisfatta e triste. 

Ho consigliato alla mia amica di leggere un paio di libri, che a me hanno veramente “svoltato” come si suol dire. I libri sono quelli di Anita Moorjani, una donna malata di tumore che, arrivata allo stadio terminale della sua malattia, ha avuto un’esperienza di premorte e poi è tornata indietro ed è guarita. Al di là del fatto che Anita è la dimostrazione che si può guarire anche da malattie gravissime, il punto saliente del suo messaggio è che l’Aldilà è un luogo d’Amore Incondizionato e che noi tutti siamo amati in modo incondizionato. 

Lei afferma che ciò che l’ha fatta guarire è sapere che lei stessa era Amore e che l’Universo la amava. 

Non c’è giudizio nell’aldilà e non c’è colpa ci sono solo pura Consapevolezza e Amore.

Ciò che Anita afferma non è una novità né per le dottrine spirituali più antiche che ho studiato, né per tanti saggi con cui ho parlato, e nemmeno per il mio Saggio interiore. Però sentirselo dire così bene, in modo così semplice e così convincente in qualche modo “ti entra dentro”. 

Amare se stessi. 

È così difficile farlo. 

Come si fa ad amare se stessi in modo incondizionato soprattutto se siamo stati amati in modo imperfetto dai nostri genitori? 

Anita ci spiega che si può farlo, e si può farlo sapendo che l’Universo, o Dio, come volete chiamarlo, ci ama profondamente in modo incondizionato. 

Siamo amati. 

Provate ad andare a fare una passeggiata pensando che siete un essere meraviglioso amato dall’Universo. Vi assicuro è una sensazione bellissima. Un po’ come quando siete innamorati… sapete che per il vostro partner siete unici e meravigliosi. Ma l’innamoramento in una coppia non dura. E anche la consapevolezza di essere amati dall’Universo non è costante: tendiamo a dimenticarcelo. Bisognerebbe ripeterselo ogni giorno. Ogni tanto penso che dovrei rileggermi quel libro ogni due settimane per riuscire a mantenere dentro quella consapevolezza. 

Qualcuno potrebbe però obiettare che non si sente così speciale… invece tutti lo siamo. A me basta vedere i bambini o i fiori.

Pensate a un bambino piccolo, o a un fiore appena sbocciato:  quanto amore e quanta meraviglia suscitano? Poi pensiamo a un bell’albero adulto, sano e forte, e poi a un albero secolare anziano. Ognuno di noi, come ogni creazione universale, è unico e perfetto nelle sue peculiarità. 

Come fai a non amare un bocciolo di ciclamino o una sequoia? E un bel pino? 

Anche noi siamo parte di questa creazione…come tanti pesci colorati che vivono nella barriera corallina. 

Un Universo che ci ama permette anche a noi di amarci….e se mio marito non mi ama come vorrei, o se i miei genitori mi hanno ferito, o se mio figlio dice che sono “brutta”…. “echissenefrega” (passatemi il termine)! Se c’è un Universo così immensamente più Saggio e Potente che crede che io sia un essere speciale tutto il resto passa in secondo piano. 

E pure la morte non fa più paura, o ne fa molta meno… perché se tornerò nell’Amore Universale da dove sono venuta, sarà come tornare tra le braccia di una mamma immensamente buona, o di una amata nonna. 

E se scopro che tutti noi siamo così amati, guarderò anche gli altri con più amore e solidarietà e ci sentiremo veramente fratelli e non esseri che devono competere per avere più amore perché l’Amore Universale è Infinto. 

Secondo Anita tutti i problemi del nostro mondo vengono dal fatto che ci dimentichiamo di essere così speciali e così amati: cerchiamo di camuffarci e di elemosinare amore e riconoscimento… ma non ne abbiamo bisogno, l’unica cosa di cui abbiamo bisogno è sapere chi siamo ed esprimere la nostra verità qui sulla terra. 

Ognuno di noi ha la sua nota specifica e le sue peculiarità e deve portare il suo contributo nel mondo, far splendere la sua luce.

Eleonora

 

Ps.Se volete approfondire l’argomento e leggere i libri di Anita li trovate qui:

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IL REGALO PIU’ BELLO

 

L’altra sera mentre stavamo sistemando la cucina ho detto ad  Eleonora:

“Ah, poi bisogna ricordarsi di pagare il corso di inglese di Lorenzo… Pingu’s English…”

“Chissà poi se serve..” ha risposto Eleonora: in effetti non abbiamo ben chiaro cosa abbia imparato Lorenzo negli ultimi 2 anni frequentando questa scuola il sabato mattina.

“Non so se sta imparando…” ho ripreso “…ma di certo l’inglese è il regalo più bello che gli possiamo fare, è la cosa più utile che lo potrà aiutare da grande…”

 

Sono fermamente convinto che l’inglese sia importante nella vita.

I miei genitori avevano insistito molto perché lo studiassi e fin da piccolo ero andato a corsi pomeridiani per impararlo, anche se mi annoiavo e non ne volevo sapere. Più tardi nella vita però ho riconosciuto di come lo studio dell’inglese mi avesse aiutato, su vari livelli: professionalmente, perché quando ho iniziato a lavorare la conoscenza della lingua mi ha aperto numerose possibilità, la prima fu quella di lavorare all’ufficio Erasmus della mia Università. Poi mi ha aiutato socialmente, infatti quando andavo all’estero riuscivo a comunicare con tutti e non ero in imbarazzo… e infine mi ha aiutato nel capire i testi delle canzoni che ascoltavo di gruppi stranieri, nel leggere e comprendere articoli di materie che mi interessavano scritti in lingua originale.

 

Poi ho guardato Lorenzo (5 anni) che ci osservava silenzioso vicino al seggiolone della piccola Luce e mi sono rivolto direttamente a lui dicendogli: “Sai Lorenzo che l’inglese è il regalo più bello che ti possiamo fare?!”.

Mi aspettavo qualche sua domanda, tipo: “Ma a cosa mi serve?” o “Perché è importante?”…

Invece Lorenzo è stato zitto qualche secondo, poi ha indicato sua sorella di 9 mesi e ha detto:

“Questo è il mio regalo più bello…”.

Poi ha aggiunto: “Il papà e la mamma sono i miei regali più belli….”.

 

Finché riusciamo ad ascoltare i nostri piccoli, e finché loro non perderanno la speranza di parlare con noi, avremo la possibilità di riscaldare il nostro freddo mondo con il calore che sprigionano i loro cuori.

“Sì, Lorenzo, anche tu sei il nostro regalo più grande, non un corso di inglese…”.

 

 

«Gli chiesi perché pensasse che i bianchi fossero tutti pazzi.
“Dicono di pensare con la testa”, rispose.
“Ma certamente. Tu con che cosa pensi?” gli chiesi sorpreso.
“Noi pensiamo qui”, disse, indicando il cuore».

Colloquio tra Carl Gustav Jung e il capo indiano Lago di Montagna

 

 

Alberto

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COME GESTIRE LA SOFFERENZA?

Se si sa come soffrire si soffre meno, afferma il maestro zen Thich Nhat Hanh.

Ma come si fa a soffrire meno?

La maggior parte delle volte non è tanto la sofferenza a creare un probelma quanto la nostra reazione alla sofferenza: ci diamo addosso quando stiamo male, sia dal punto di vista fisico che psichico. 

Vorremo essere in forma e essere felici.

Probabilmente quando eravamo piccoli i nostri genitori non ci hanno abbracciato abbastanza quando piangevamo, anzi si infastidivano (quante volte facciamo noi stessi così oggi con i nostri figli?), e ci dicevano di smetterla, che “se non smettevamo ci avrebbero dato due schiaffoni perché almeno così avremmo pianto per qualcosa”.

Ma poveri i nostri genitori, evidentemente i nostri nonni avevano fatto così con loro. E così via, catena dopo catena.

Per questo motivo oggi non siamo capaci di contenere la nostra sofferenza e tendiamo a darci addosso quando stiamo male.

Ma più ci diamo addosso più stiamo male. Diventa un cane che si morde la coda. 

Allora come fare?

Immaginiamo noi quando eravamo bambini di 5 anni tristi e piangenti: immaginiamo di abbracciare quel bambino o quella bambina e cullarla dicendo “ora passa”. Possiamo farlo sdraiandoci sul letto, ascoltando il respiro e immaginando di dare amore a quel bambino. Oppure possiamo farci una tisana calda, un bagno caldo, una passeggiata in mezzo alla natura. Se abbiamo un partner possiamo chiedergli di abbracciarci e stare con lui o lei sdraiati sul divano in silenzio. Oppure possiamo chiamare un’amica fidata e dirle che siamo tristi.

Non sempre sarà possibile trovare qualcuno che si prenda cura di noi al momento giusto, ma provare non nuoce. Per questo è importante trovare un modo anche da soli di accogliere il dolore.

Coccolarsi è smettere di darsi addosso. 

Possiamo pregare o parlare con un nostro caro che non abita più in questo mondo e chiedergli aiuto e conforto.

E poi possiamo renderci conto che la sofferenza ha una sua utilità: se ben usata ci può rendere persone migliori.

Se sappiamo accogliere il nostro dolore sarà più facile in futuro accogliere e capire anche quello degli altri.

La sofferenza ci può rendere persone più compassionevoli, possiamo sentire che tutti in qualche modo prima o poi soffrono, non solo noi. Siamo tutti connessi gli uni con gli altri. 

Dopo esserci coccolati un po’ possiamo decidere di lasciare andare la sofferenza, e ringraziarla per essere venuta a insegnarci qualcosa.

Ora possiamo scegliere l’antidoto più adatto alla sofferenza: l’Amore. 

Facciamo un atto di amore verso qualcuno, prendiamoci cura di una pianta, coccoliamo un bambino o un animale, oppure facciamo ciò che più ci piace fare: disegnare, scrivere, ballare, cantare. 

L’Universo ci vuole felici, ci vuole come quando eravamo bambini gioiosi. 

Ma attenzione: l’Universo non ci critica se siamo tristi, ci prende in braccio e ci culla se glielo lasciamo fare.

Cerchiamo di recuperare quella parte di noi che ancora si fida di un Universo Amorevole, che ancora sa amare.

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I LIKE CHOPIN

Ieri a Torri del Benaco c’era “il Carnevale settembrino”: una manifestazione locale con tante attività per bambini che si conclude in grande con i fuochi d’artificio sul lago.

Siccome i fuochi sono un “evento speciale” abbiamo deciso di sfidare la pigrizia, le abitudini casalinghe, e gli orari dei bambini e di andare a vederli.

Luce dormiva già nel passeggino, mentre Lorenzo (per fortuna) aveva fatto un riposino nel pomeriggio e sembrava riuscire ad aspettare bene le 23.30.

Alle 23.00 ci siamo accaparrati una panchina vista lago al porticciolo, una delle migliori a sentire “una local”, e ci siamo seduti in attesa. Lorenzo mi è salito in braccio mentre, per intrattenerci nell’attesa, avevano fatto partire le casse con della musica piuttosto alta e disparata: dalla dance anni 90, alla Pausini al latinoamericano. 

A un certo punto sento l’inconfondibile attacco di pianoforte dei Gazebo, mi volto verso Alberto e affermo sicura: “ I like Chopin”. Lui annuisce. Poi mi metto a cantare seguendo alla perfezione il testo. Lorenzo mi chiede stupito come faccio a conoscere così bene quella canzone. Gli dico che la metteva sempre mia mamma quando ero piccola, e immediatamente vengo catapultata nei primi anni 80, quando avevo 4/5 anni, l’età di Lorenzo oggi. 

Siamo nel salotto di via Farinata degli Uberti, a Verona, è domenica mattina e mia mamma lava i bicchieri e le pentole della sera prima. I miei hanno dato una cena, una delle tante in quel periodo, è finita con tutti un bel po’ brilli che ridono, discutono animatamente di politica, e ballano in salotto. Noi bambine siamo potute stare sveglie forse un po’ di più davanti alla tele, ma poi siamo state mandate a letto con la solita frase: “Andate a salutare gli ospiti”. Ci siamo affacciate timide al salotto, in pigiama, e tutti ci hanno detto in coro: “Buonanotte!”, poi la mamma ci ha dato un bacino veloce sotto le coperte ed è tornata di là.  Io e mia sorella abbiamo chiacchierato un po’ fino a che le voci provenienti dal “mondo degli adulti” si sono fatte sempre più confuse e noi siamo scivolate nel sonno.

E la domenica mattina ecco il gracchiare di quel 33 giri fatto ripartire ogni volta sulla stessa canzone: “I like Chopin”, bella e struggente, simile alle emozioni di mia madre, un po’ felice un po’ malinconica, mentre lava i piatti in vestaglia, come quegli strani anni ‘80. 

Abbraccio Lorenzo e mi rendo conto di come il mondo sia completamente cambiato in 35 anni. Allora c’era il mondo degli adulti e il mondo dei bambini. Erano mondi separati. I miei genitori parlavano di politica, di arte, di letteratura…discorsi lunghi e incomprensibili per noi. Non potevi interromperli se no si arrabbiavano. E se si arrabbiavano volavano schiaffoni. Ti fumavano addosso. Un bacino sulla guancia e 5 minuti in braccio dopo cena erano le uniche effusioni affettive e io e ma sorella ci addormentavamo da sole. Se ti svegliavi nel cuore della notte andavi in bagno e facevi tutto da te, per non disturbare. L’asilo, le elementari, le maestre, l’alimentazione…ogni cosa era “quella che veniva”, nessuno ci faceva caso.

Oggi tutto ruota intorno ai bambini: alle cene non si parla d’altro. Quale asilo, quale attività extra scolastica, come sono le maestre, i compiti, i pediatri, il cibo, le ricette, lo svezzamento o autosvezzamento, vaccini sì o vaccini no. Non c’è più il mondo degli adulti e il mondo dei bambini, ci sono i bambini e i genitori che sono “bambini mezzi cresciuti” che cercano di colmare i loro vuoti affettivi coccolando e proteggendo i loro figli. 

Alcuni dicono che era meglio quando si stava peggio, che i genitori di oggi sono un disastro. 

Io non lo so. 

So che in effetti ascolto “I like Chopin” e sento quel bisogno “di affetto” e “di mamma” mai colmati, e stringo mio figlio e gli do tanti baci e mi pento per averlo sgridato poco prima, e penso che sto cercando di dare amore a lui e a me insieme… 

Ma provo anche una grande nostalgia per quel mondo anni ‘80, per le bambine che eravamo e penso ai miei genitori e provo grande amore per loro, per i loro ideali, il loro desiderio di rendere il mondo migliore con la politica e con il lavoro. Provo tenerezza e anche compassione per l’amore “non abbastanza dato”, per i momenti sprecati dietro ai giornali, ai libri, ai film, dietro a quella freddezza intellettuale, mentre più coccole e più baci avrebbero fatto bene a loro come a noi. 

Guardo il lago nero mentre i primi colpi “di cannone”, annunciano l’inizio dello spettacolo pirotecnico, anche quello un po’ anni ‘80.

 Bisognerebbe vivere ogni istante pienamente, penso, come fanno i bambini, perché in un attimo ti trovi tu che hai 40 anni, e poi non potrai più tornare indietro, e i tuoi figli cresceranno così in fretta, e a me manca quella Eleonora di 5 anni… figuriamoci quanto mi mancherà Lorenzo piccolo.

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COME AFFRONTARE LE SFIDE

Che la vita sia una scuola dove ognuno di noi debba evolversi e crescere è ormai chiaro più o meno a tutti. Chi non ha imparato una lezione continua a ripeterla all’infinito fino a che “non l’ha capita”. 

Ma cosa si deve imparare? 

Secondo me bisogna imparare ad amare se stessi e gli altri in modo incondizionato e quindi senza giudizio alcuno. 

Questo processo è lungo e laborioso e richiede molta umiltà e attenzione.

Molte volte non ci ricordiamo che siamo “a lezione” e quindi ripetiamo gli stessi errori più e più volte fino a che non arriva una mazzata più grossa… l’unica (forse) in grado di farci cambiare rotta.

Ma come si può fare a capire quale lezione stiamo imparando?

Ricordo che qualche anno fa lessi, su consiglio di Yoav Dattilo, un libro di Yehuda Berg: “Il potere della Kabbalah”. Non ricordo molto di quel libro, anzi mi piacerebbe rileggerlo con la consapevolezza di oggi, però mi è rimasto impresso un concetto chiave: “di fronte alle difficoltà della vita hai due possibilità, o ritirati e rimanere nella tua ferita (nella tua zona di comfort ovattata dai meccanismi di difesa), oppure affrontare la sfida “dell’Avversario” è così facendo assistere a un piccolo miracolo”. 

Vi faccio alcuni esempi:

– mi infastidisco con la maestra dell’asilo di mio figlio per qualcosa che è successo. Opzione uno rimugino, magari sparlo in giro, ma non le dico nulla perché nella mia vita non sono abituata ad affrontare i problemi. Opzione due vado direttamente dalla maestra e le spiego che ci sono rimasta male per la cosa che è successa.

– mio marito dimentica una ricorrenza tipo anniversario di fidanzamento, matrimonio, ecc. Opzione uno non dico niente, tengo dentro la rabbia, mi offendo e gliela faccio pagare poi con frecciate e cattiverie. Opzione due vado da lui e gli dico, col cuore aperto, che ci sono rimasta male, che mi ha fatto soffrire.

– devo dire di no a qualcuno per qualcosa che so che lo farà soffrire. Opzione una trovo una scusa, invento una bugia, mando un sms. Opzione due affronto la persona direttamente: a voce per telefono o di persona, spiego le mie motivazioni senza paura ammettendo le mie debolezze ma senza svalutarmi.

Insomma ci sono mille esempi in cui ci troviamo di fronte a due strade: quella apparentemente più facile ci dà una gratificazione immediata. Questa strada corrisponde un po’ a nascondere la testa sotto la sabbia: così facendo siamo come dei bambini che non vogliono farsi carico delle responsabilità della vita, e probabilmente in questo modo ci troveremo di nuovo davanti alla stessa sfida in futuro.

La seconda strada è più difficile, crea un senso di disagio e di resistenza dentro di noi, però, una volta affrontata, ci farà sentire meglio… se scegliamo la seconda via siamo cresciuti, abbiamo salito un gradino sulla scala della nostra evoluzione. 

Possiamo anche dire che abbiamo scelto la via dell’Amore.

Attenzione: non è che in automatico di fronte a un problema bisogna scegliere sempre la strada più difficile.  Bisogna ascoltarsi e sentire qual è la via più in linea con i nostri valori più profondi, quella che ci farà sentire persone migliori. 

Berg dice che se agiamo seguendo la seconda via avremo sconfitto “l’Avversario” e fatto entrare più Luce.

Vediamo negli esempi sopra citati cosa succede:

  • parlando con la maestra la scopro attenta e disponibile, ammettendo le mie perplessità lei si dimostra sensibile e più attenta alle esigenze di mio figlio. (Amore per me e amore per l’altro).
  • mio marito si scusa per la dimenticanza, do’ a lui la possibilità di rimediare e mi esercito col perdono, facendo pace ci ritroviamo più uniti di prima. (Amore per l’altro).
  • La mia franchezza e apertura suscita empatia nell’altra persona che accoglie un no detto “col cuore in mano”. (Amore per me e rispetto per l’altro).

Un altro modo per capire il da farsi di fronte a una scelta difficile è quello di porsi la seguente domanda: 

“Se io fossi Saggio e senza paura cosa farei?”

E ricordiamoci che seguendo la strada del Saggio faremo entrare più Luce.

 

Eleonora

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