Compatire viene dal latino dal latino cum patior essere con l’altro nel soffrire.
La compassione è l’unico strumento che abbiamo a nostra disposizione per perdonare qualcuno.
Molti di noi, che fanno un percorso di crescita personale o spirituale, si trovano ad essere molto arrabbiati con genitori, parenti o con partner o amici che ci hanno fatto, e forse ci fanno ancora, soffrire. Il problema è che serbare rabbia e rancore per queste persone ci fa rimanere costantemente nella sofferenza, e quindi stiamo sempre male e non riusciamo a liberarci da queste catene.
Perdonare, come dicevo in un mio post precedente (vedi Perdonare… come fare e perché!), è l’unico modo per liberarci e stare meglio con noi stessi.
Ma come fare a perdonare?
Attraverso la compassione.
Avere compassione per qualcuno vuol dire innanzi tutto mettersi nei panni dell’altra persona e magari ripercorrere con lei la storia della sua vita, della sua infanzia.
Scopriremo, sempre, che chi ferisce è stato ferito a sua volta.
È impossibile che una persona che ha avuto molto amore e un’infanzia serena possa infliggere violenza o grandi sofferenze.
Se si può trovare una colpa in chi semina sofferenza è quella di non avere avuto la forza di cambiare, di farsi aiutare. Ma non è sempre possibile farlo, solo pochi decidono di prendersi in mano e di voler trasformare se stessi, certe volte, anche pur lavorando su di sè, vecchie ferite tornano a galla e si impadroniscono di noi contro la nostra volontà.
Più impareremo a perdonare noi stessi più saremo capaci di provare compassione per gli altri, e quindi finalmente a perdonarli.
Certo perdonare non vuol dire farsi trattare male, diventare i capri espiatori di chi soffre e ci scarica addosso le sue sofferenze, o rimanere ancorati a relazioni distruttive: vuol dire prendere le dovute distanze, scegliere di allontanarsi se, per la nostra incolumità fisica e psichica, è importante farlo, ma osservare la situazione con distacco e sentire dentro di noi che anche l’altro soffre e proprio a causa della sua sofferenza sta infliggendo dolore anche a noi.
Può essere utile guardare la persona che ci sta ferendo come un cane abbandonato e ferito che ringhia e morde perché è stato a sua volta maltrattato.
L’altro giorno ho letto un passo molto bello in un libro di Thich Nhat Han (“Quando bevi il tè stai, stai bevendo le nuvole” – vedi link in fondo alla pagina), una testimonianza di Sister Chan Khong proprio riguardo alla compassione:
“Durante la guerra in Vietnam c’erano molti boat people, e un giorno fummo sconvolti venendo a sapere che centinaia di profughi in fuga sulle barche venivano derubati e violentati dai pirati.
Eravamo tutti furibondi con i pirati; Thay, però, dopo svariati giorni di meditazione intensiva, ci disse:
“Non condannateli. Se voi avete un buon Maestro è perché sono nato in un buon ambiente, sono stato cresciuto con amore, ho avuto insegnanti e amici che mi hanno voluto bene; e così sono diventato quel che sono. Io non ho un sé separato, dunque il mio essere è composto di tutti gli elementi di un ambiente così buono; i pirati invece sono cresciuti ignorati dai genitori, non hanno ricevuto alcuna istruzione, nessuno ha insegnato loro ad amare e prendersi cura delle persone; sono vissuti in un ambiente pieno di violenza in cui è normale odiare gli altri, picchiarsi a vicenda: è così che sono diventati pirati.”
Quel che mi ha colpito in questo brano, oltre alla compassione infinita del maestro zen, ottenuta tra l’altro attraverso intensa meditazione, è quando parla del fatto che queste persone hanno un sé separato, scisso. Se, come me, credi che ogni essere abbia una parte di natura divina, l’anima o il Sè, come lo vogliamo chiamare, possiamo notare che le persone che infliggono sofferenze così grandi agli altri, sono separati da questa loro Vera Natura.
Sembra che la violenza, l’indifferenza e la mancanza di amore facciano in modo che l’anima si ritiri dal corpo e che essa non possa più manifestarsi. Ma quelle persone non erano nate così, la sofferenza è stata loro inflitta da altri uomini in catene che si tramandano da generazioni. Come diceva Etty Hillesum in un brano citato in un mio post precedente (vedi “Tutti fanno del loro meglio”), queste persone andrebbero curate prima che diventino un pericolo per gli altri.
Capire questo ci può aiutare a fare un passaggio importante perché solo attraverso la comprensione si può arrivare alla compassione e quindi al perdono. E ci può aiutare a cercare di essere noi i primi a spezzare le catene di sofferenza dentro di noi e di dare amore, o quanto meno far soffrire il meno possibile gli altri.
Questo il libro di Thay: Quando bevi il tè, stai bevendo nuvole
È da qualche anno che rifletto su questa massima spirituale “più sei più hai”. Apparentemente è semplice da capire, in realtà è difficile da applicare e richiede un costante lavoro di miglioramento di sè.
Vediamo questi versi del Vangelo:
Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
(Matteo 6,25-33)
Anche il buddismo afferma qualcosa di simile: con la legge del karma tutto quello che tu semini raccogli, addirittura in un video Pier Giorgio Caselli dice che fino ai 21 anni viviamo scontando il karma delle nostre vite precedenti, dopo di che siamo liberi di costruire la vita che vogliamo.
Al di là di reincarnazione e vite precedenti, cose su cui non amo molto riflettere in quanto penso che sia importante agire in questa vita, indipendentemente che ci sia o meno una vita dopo, è importante il concetto di fondo: se vivi in modo retto, giusto, in nome dell’Amore allora avari indietro Amore e Abbondanza.
Tutto quel che semini raccogli insomma.
Nel Vangelo addirittura se cerchi il regno di Dio avrai anche abbondanza “economica” e sostentamento.
Ma cosa vuol dire cercare il regno di Dio?
Vuol dire vivere cercando di fare del nostro meglio per fare del bene a noi e agli altri, vivere amando.
Ama e fa ciò che vuoi diceva Sant’Agostino.
La nostra vita è invece una ricerca continua di successo, fama, denaro, potere… è una vita spesso permeata dalla competizione e dall’arrivismo: tutte queste cose ci allontanano dall’Amore, dall’Altruismo. E ci fanno soffrire, e ci fanno magari perdere pure l’abbondanza, la salute e le relazioni più importati.
Basterebbe invece vivere nell’Amore e saremmo felici e vivremmo pure nella prosperità. Basterebbe, certo: facile!
Non è facile per niente perché ci sono delle parti di noi egoiste che vogliono semplicemente il loro interesse. La nostra vita allora rischia di diventare una lotta continua tra ideali belli e amorevoli e parti arrabbiate, depresse, scontente, deprivate. In realtà non deve essere per forza una lotta: se noi non combattiamo quelle parti, ma cerchiamo di accoglierle come se fossero un bambino o una bambina che fanno i capricci, possiamo tenerle a bada, dare loro meno importanza, e guardare invece alla vetta di ciò che vogliamo diventare.
Tutti abbiamo delle parti inconsce “basse”, poco evolute, non dobbiamo giudicarci peché non siamo abbastanza puri di cuore, però possiamo scegliere di migliorarci e questa è una nostra responsabilità.
Sono sempre rimasta colpita da una relazione causa-effetto che ho notato verificarsi costantemente nel mio cammino.
Ad esempio faccio alcuni lavori di volontariato: oggi sono principalmente scrivere questo blog e fare video che diffondano valori etici e spirituali. Ogni tanto faccio anche atti di generosità: regalare tutto quello di cui non ho più bisogno, adottare una bimba a distanza, prestare denaro ad amiche che passano momenti di crisi, aiutare persone straniere in difficoltà con la lingua e la burocrazia italiana, ecc. Non cerco un tornaconto in queste azioni, sono cose che mi sento di fare perché mi fa piacere farle. Questo ha fatto si, penso, che mi tornassero indietro moltissime cose belle sia spirituali che materiali: tantissimi vestiti per mio figlio, regali, aiuti gratuiti da tante persone diverse, e soprattuto Amore nelle forme più diverse.
Senza saperlo ho applicato ciò che diceva il Vangelo… ed ha funzionato!
Molte volte però sono insoddisfatta e ingrata e vorrei di più: la mia parte piccola vuole riconoscimento, atti di amore gratuiti e prolungati, più soldi, più salute, più abbondanza. Molte persone passano lo loro vita a lamentarsi perché non hanno abbastanza amore, soldi, lavoro, riconoscimento, case, macchine, ecc., leggono libri sulla legge dell’attrazione, fanno riti e pratiche esoteriche e nulla nella loro vita cambia: queste tecniche non funzionano!
Perché?
Forse perché vorremmo tutto ciò senza cambiare di una virgola, senza lavorare sulla parte egoista piccola che c’è in tutti noi.
Più sei più hai.
Per avere di più bisogna “essere di più” e cioè dare di più agli altri, ringraziare per tutto quello che già abbiamo e, cosí, continuare a cercare il regno di Dio.
Dobbiamo cercare semplicemente, giorno per giorno, di diventare persone migliori.
Spesso, direi quasi tutti i giorni, ci capita di arrabbiarci con qualcuno che sia parente, collega di lavoro, capo, amico.
È molto importante riconoscere e accogliere la nostra rabbia: sicuramente abbiamo i nostri buoni motivi per esserci arrabbiati. Il fatto è che anche l’altro probabilmente ha i suoi motivi per avere reagito in modo da farci arrabbiare. Può essere che noi, all’inizio, non sappiamo e non capiamo le sue motivazioni, però sicuramente le ha.
Da qualche parte ho letto:
“C’è la mia verità, c’è la tua verità e poi c’è la verità”.
Questo significherebbe che non ha nemmeno tanto senso capire chi ha ragione e chi ha torto.
Però è importante, per prima cosa, non nutrire la nostra rabbia: ci sta sfogarci con un’amica, con qualcuno di fidato, ma è importante non rimanere troppo nella rabbia, staccarsi da essa. Possiamo fare dei respiri profondi, scrivere qualche pagina di diario, fare una meditazione, ma poi è utile lasciarla andare, dedicarsi a qualcosa d’altro che ci interessi: una passeggiata, un lavoro lasciato in sospeso, pulire casa, dare da bere alle piante, farci una doccia o un bagno. La nostra energia cambierà e quando torneremo a pensare alla situazione critica questa si sarà smontata.
I saggi dicono che è importante perdonare una persona perché la rabbia e il rancore avvelenano prima di tutto noi stessi.
L’energia della rabbia è talmente forte che provoca anche una certa attrazione: quando siamo arrabbiati siamo anche elettrizzati, un po’ carichi e la rabbia può esser funzionale a non farci sentire la sofferenza a farci stare su di morale. In realtà il suo carburante finisce per esaurirsi presto e, quando la carica svanirà, ci sentiremo stanchi e tristi. Per questo è importante non alimentare la rabbia rimanendo attaccati ad essa.
Spesso l’energia della consapevolezza, quando sarà tornata in noi, ci farà capire in qualche modo anche il punto di vista dell’altro e, forse, riusciremo a provare compassione per quella persona che ha agito male probabilmente per paura, per insicurezza, per un suo tornaconto personale… insomma mossa dalle sue parti meno “sagge”. Ci renderemo anche conto che pure noi abbiamo una parte piccola, magari un po’ egoista e presuntuosa, che forse ci ha fatto agire in modo poco empatico e compassionevole.
È importante ricordarsi che quando qualcuno ci fa arrabbiare o soffrire è perché sta soffrendo a sua volta e forse pensa, erroneamente, che facendo soffrire noi starà meglio.
Thich Nhat Hanh, il grande monaco buddista che ha insegnato la pratica della mindfulness all’Occidente, ha trasmesso una piccola pratica da fare per perdonare la persona che ci ha fatto arrabbiare o che ci ha fatto soffrire:
…prendi un foglio di carta e mettiti seduto a scrivere una lettera alla persona con cui hai qualche problema, una lettera che dice:
“Io non ti odio, non voglio che tu sia infelice. Anzi desidero che tu sia felice e in pace. Non voglio serbare alcuna rabbia contro di te. Il mio desiderio è che tu sia libero e che tu sia felice. Se sei felice anch’io trarrò beneficio dalla tua felicità.”
Anche se non spedirai la lettera o la mail ti sentirai molto meglio e la persona in questione lo percepirà anche a distanza.
In quello che scrive Thay c’è un aspetto molto importate da valutare che è il fattore Volontà: per perdonare bisogna prima di tutto volerlo, e saremo in grado di farlo solo se siamo consapevoli dell’importanza, per noi e per l’altro, di non stare in emozioni distruttive.
Se non vogliamo e non riusciamo a perdonare subito, possiamo prenderci un po’ di giorni, coccolarci, prenderci cura della nostra sofferenza e decidere di farlo quando anche noi staremo un po’ meglio. L’importante è comunque lasciare la situazione in “standby”, in pausa, per non continuare a mette legna sul fuoco (una pratica per la gestione della rabbia la trovi nel Post: “Quando sopraggiunge la rabbia: una semplice pratica per stare meglio”).
Possiamo dire a noi stessi:
“Oggi sono troppo a pezzi per perdonare quella persona, ma appena starò meglio mi impegnerò a lasciare andare questa sofferenza per il mio bene e per il suo”.
Certo, ci sono sofferenze che abbiamo patito che necessitano quasi una vita intera per essere “perdonate”: di queste, in maniera più approfondita parleremo in un altro post. Anche in questo caso il fattore Volontà è quello che conta di più: certe volte basta voler perdonare, anche se non si sente ancora di averlo fatto completamente o non si sa come fare.
Eleonora
L’altro giorno ero sul lago con Alberto e Lorenzo, vicino a noi una famiglia composta da mamma, papà e due bambine che avranno avuto un paio d’anni di differenza: la più piccola sui tre anni circa e la più grande sui cinque. Ogni tanto buttavo l’occhio a guardarli anche per capire se Lorenzo poteva eventualmente aggregarsi e giocare con le bimbe e trovare un po’ di compagnia. Stranamente i genitori non avevano nessuna intenzione di socializzare con noi, di solito quando hai bambini di età simili si scambiano sempre due parole.
A un certo punto, mentre le bambine giocavano in riva al lago, vedo i loro genitori, seduti sul bagnasciuga poco più in là, iniziare ad amoreggiare baciandosi sulla bocca e parlando con i visi uno attaccata all’altro.
“Che strano”, mi sono detta “una coppia di genitori con due figlie che sembrano ancora due innamorati”. Continuo a guardarli con un po’ di invidia e inizio a svalutare la mia relazione con Alberto pensando che noi non siamo più così da mo’!
Mentre Alberto e Lorenzo vanno a pendere un toast al bar, inizio a scrutare meglio la famiglia e, come tanti tasselli di un puzzle che si uniscono, capisco come stanno realmente le cose: i due non sono marito e moglie e la figlia grande è della madre mentre la piccola del padre. Visto i fisici aitanti dei due senza un filo di grasso potrebbero essere due genitori separati che si sono conosciuti in palestra.
Ora tutto torna. I due amanti sono felicemente nella fase dell’innamoramento che, immancabilmente, finirà.
A un certo punto lei si sdraia provocante in topless sotto l’ombrellone e lui le fa piccoli massaggi. Le bambine un po’ si stuzzicano e un po’ giocano insieme.
Tornano Alberto e Lorenzo dal bar con il bottino, mentre addento famelica un toast per niente salutare, racconto sollevata ad Alberto la mia storia ricostruita da brava detective: lui ascolta non troppo interessato, io invece sono sempre incuriosita dalle dinamiche di coppia e la mia scoperta conferma in pieno le mie teorie e gli studi fatti.
L’innamoramento è una fase che non dura: se si vuole essere sempre innamorati bisogna cambiare costantemente partner.
Ma conviene cambiare partner?
Cosa vogliamo dalla vita e dall’Amore?
Secondo i miei studi (Krishnanada, Thich Nhat Han, Pierrakos) tutte le coppie attraversano tre fasi:
1- INNAMORAMENTO E IDEALIZZAZIONE
Questa è la fase alla Romeo e Giulietta: l’altra persona è “L’amoredellanostravita”, ci sentiamo amati e unici e l’altro è perfetto praticamente privo di difetti. Tutta la vita ci sorride, ci sembra di avere finalmente realizzato i nostri sogni.
Viviamo in uno stato di grazia.
Il sesso è qualcosa di irresistibile e fantastico, facciamo l’amore tutti i giorni o quasi. Immaginiamo viaggi, case, progetti di vita, figli.
“Siamo la coppia più bella del mondo e ci dispiace per gli altri…” nel senso che effettivamente le altre coppie non ci sembrano speciali come noi: litigano e sono annoiate…noi sì che siamo fortunati ad aver incontrato l’uomo o la donna della nostra vita. Facciamo paragoni continui con i nostri partner precedenti che hanno tutti i difetti del mondo, mentre il nostro partner attuale è perfetto. Questa fase in genere può durare massimo massimo 3 anni, ma di solito dura molto meno.
2- REALE CONOSCENZA DELL’ALTRO E SCOPERTA DEI SUOI DIFETTI
Nella seconda fase iniziamo a vedere che anche l’altro ha dei difetti, viviamo sentimenti di profonda delusione e frustrazione perché ci sembra che l’altro ci abbia ingannato, in realtà eravamo noi che avevamo idealizzato la persona amata.
Viviamo alternanza tra amore e odio: certe volte ci sembra che l’altro sia tornato il nostro principe azzurro, altre volte minacciamo di mollarlo perché ci ha deluso, perché ha dei difetti tremendi che prima non c’erano.
Sessualmente iniziano i problemi: uno dei due partner non ha più così tanta voglia di avere rapporti, l’altro si offende e non si sente amato. Talvolta a letto l’uomo non riesce ad eccitarsi più o la donna si chiude e da pantera allupata diventa agnellino indifeso.
I problemi aumentano e in questa fase:
Per questo 20% inizia così la vera fase di scoperta dell’altro: cadono le maschere e le protezioni e ci si avvicina sempre di più verso un mostrarsi e conoscersi autentico.
Se la coppia è rimasta insieme questa fase può durare anni e anni con picchi di crescita e momenti in cui si torna indietro, gioia e delusione, sessualità intima e profondamente appagante e completo calo del desiderio. Una sorta di montagne russe e di scalata alla vetta.
3- AMORE VERO E ACCETTAZIONE INCONDIZIONATA
Le coppie che riescono a superare le montagne russe e a salire la vetta arrivano all’Amore Vero.
L’altra persona ormai fa parte di noi, tutto ci è familiare pregi e difetti, non siamo così interessati al suo aspetto fisico se ha la pancia o la cellulite, se perde i capelli o non ha fatto la tinta. Il corpo della persona amata è familiare come il nostro, non deve essere perfetto, è lì a fianco a noi e ci basta: ci dà sicurezza con le sue imperfezioni.
Si fa l’amore meno spesso ma l’intensità è maggiore: non c’è l’esibinzionismo della prima fase, nè le critiche della seconda fase, si fa magari a occhi chiusi al buio e il corpo e l’anima sono finalmente insieme.
Si progetta una vita insieme anche nella vecchiaia e si spera che duri il più possibile. Si desidera che l’altro sia felice, che si realizzi e stia in salute. Spesso i partner pensano contemporaneamente le stesse cose e hanno le stesse intuizioni. Alcuni dicono che le coppie così si assomigliano pure fisicamente, in qualche modo.
Certo tutti vorremmo che la fase dell’innamoramento con le sue scintille durasse per sempre, o vorremo passare direttamente all’Amore Vero.
Il fatto è che nulla nella vita è così semplice e che ci vuole tanta ma tanta buona volontà per costruire un bel rapporto: bisogna passare dall’inferno e dal purgatorio e bisogna essere in due a volerlo. Solo allora si potrà godere la vetta del paradiso… senza però dare mai niente per scontato.
Io oscillo ormai da tempo tra la fase 2 e la 3: direi che sono quasi sempre nella 2 e certe volte ci sono magici momenti di fase 3, spesso sono troppo impaurita per fidarmi veramente e lasciarmi andare godendomi la Vetta.
Per raggiungere l’Amore bisogna superare la Paura di svelarsi ed essere sé stessi e bisogna riempirsi di Gratitudine per l’essere Unico che abbiamo al nostro fianco e che, forse, dovremmo amare di più.
Finiti i toast recuperiamo le nostre cose, ombrellone, passeggino, asciugamani, giochi vari e ci dirigiamo a casa, ma prima dò un ultimo sguardo a quella nuova coppia: spero per loro che riusciranno a passare alle fasi successive e… spero per me di smetterla di confrontarmi agli altri….;)
Eleonora
P.S. Se vuoi approfondire le dinamiche di coppia dai un’occhiata alla sezione dedicata nei libri consigliati!
I Coldplay sono un gran gruppo.
Oltre a me lo dicono i circa 45 milioni di dischi venduti dei loro album.
Non sono proprio un loro fan, ma le loro hits mi piacciono.
Ad esempio ora sento la canzone che passano in radio intitolata “Something just like this”.
Una canzone che mi riporta un po’ alla grandissima e molto intensa “One Headlight” dei Wallflowers.
Mi piace il ritmo della nuova canzone dei Coldplay, il sound e… le parole.
Subito non le capisco, ma riconosco uno “… Spiderman…” nel testo.
Ascolto meglio e colgo qualche altro nome di supereroe.
Penso: ‘Devo farla sentire a Lorenzo che adora Spiderman…”.
Poi penso: “E se poi mi chiede il testo?”.
Mosso dalla curiosità vado su internet e cerco il significato della canzone… Santo Internet.
Eh sì, avevo ragione, parla di supereroi, e mi ricorda un po’ il post che avevo scritto qualche tempo fa: “Siamo tutti eroi quando…”.
Nella canzone c’è un LUI e una LEI.
Come da migliore tradizione LUI vuole essere più forte e migliore di quello che é.
Forse per sentirsi meno insicuro (vedi post: “Di che cosa si vergognano gli uomini”), forse per colpire una donna, forse per avere un po’ di amore.
Anche io da bambino sognavo di svegliarmi una mattina con qualche super potere: l’invisibilità, la capacità di volare, la super velocità o una forza sovrumana da usare contro i prepotenti.
Uno qualsiasi di questi doni sarebbe andato benissimo.
Mi addormentavo concentrandomi sul super potere preferito, sperando così di richiamarlo nella notte.
La mattina mi svegliavo, mi allacciavo le scarpe e andavo a scuola, bassetto e lentigginoso, sulle mie gambe e alla velocità del giorno prima: niente da fare, il miracolo non era avvenuto.
Parlando con gli altri ho poi scoperto che un sacco di ragazzi condividevano il mio desiderio di essere super forti da bambini.
E così il cantante dei Coldplay dice che vorrebbe essere come Achille, Ercole, Spiderman, Batman o Superman.
Ma poi c’è una LEI.
Nelle canzoni e nella vita di molti LUI spesso poi c’è una LEI…
E “LEI” é un altro mondo.
A LEI non interessa un uomo “super-forte”, “super- veloce” o ancor peggio “invisibile”, anzi!
LEI cerca un uomo presente, un uomo in carne ed ossa, un uomo da baciare (“…somebody to kiss…”), un uomo su cui fare affidamento e di cui si possa sentire la mancanza (“…somebody I can miss…”).
Il suo é un amore fatto di accoglienza e di necessità di presenza.
In poche frasi i Coldplay ci raccontano delle esigenze della donna e di quelle degli uomini, del bisogno di amore di entrambi e delle differenze di approccio fra il femminile ed il maschile.
Naturalmente in modo molto sintetico, così come può fare una canzone di poche strofe.
Questo week end sono stato poco bene, ho avuto un fortissimo mal di testa e un po’ di febbre.
Quando ti senti debole capisci che hai bisogno di due cose: riposo e amore.
Hai bisogno di qualcuno che, in qualche modo, si prenda cura di te.
Io sono fortunato, ho Lorenzo ed Eleonora.
Magari escono, vanno al lago a fare il bagno, ma prima ti hanno salutato, Eleonora ti ha lasciato una medicina da prendere, e tu non sei solo, puoi riposare, puoi guarire con calma, col tempo di cui c’è bisogno.
Anche se non sei super forte, super veloce o, ancor peggio, invisibile.
Alberto
Siamo ad agosto e siamo tutti in procinto di partire per le vacanze o le abbiamo già fatte o le stiamo facendo…un tema di cui ho già parlato tempo fa è quello della necessità di mettere i limiti (vedi Post “Saper mettere i limiti”) . In vacanza questo argomento è particolarmente importante.
Tutti bene o male ci troviamo a condividere le vacanza con amici o parenti, e, se non impariamo ad ascoltarci e a prenderci cura dei nostri bisogni, quella che doveva essere una pausa dallo stress della vita, un periodo di rilassamento, diventa invece fonte di nervosismi, conflitti, e ulteriore stanchezza.
Ma perché è così difficile convivere durante le vacanze?
1- Spesso gli spazi dove viviamo sono ristretti: dobbiamo dividere appartamenti di pochi metri quadri, magari il bagno, la camera, la cucina e le nostre abitudini di vita nella quotidianità sono differenti.
2- Quasi sempre le persone che condividono la vacanza hanno esigenze diverse: orari, cibo, soldi, desideri di divertimento.
3- Per qualche strano motivo siamo portati a voler fare tutto insieme, come se fossimo una cosa sola con gli altri conviventi della vacanza, e chi decide di separarsi viene visto con sospetto.
4- Le persone, noi compresi, magari senza rendersene conto invadono (e invadiamo) di continuo gli spazi degli altri: c’è chi sta ore in bagno, chi parla in continuazione a macchinetta, chi impone gite e percorsi che non tutti vogliono o sono in grado di fare, chi lascia in giro i vestiti e oggetti creando confusione nelle stanze comuni….
5- I membri delle vacanze si dividono spesso in “leader” e “malleabili”: i leader sono quelli che tendono a imporre consciamente o inconsciamente le loro scelte agli altri e quelli che io definisco malleabili sono quelli che tendono, per loro natua, ad adattarsi dimenticando i loro bisogni e finendo per essere arrabbiati, stanchi e scontrosi perché hanno trascurato le loro esigenze.
Come fare allora per sopravvivere alle vacanze?
1- Cerchiamo di valutare bene i nostri compagni di viaggio e gli spazi che dovremo condividere con loro: che esigenze e desideri hanno gli altri? Gli spazi sono abbastanza grandi? Quali sono le cose a cui io non posso e non voglio rinunciare?
Se possibile meglio prendere spazi separati per ogni nucleo familiare, se siamo con un’amica o amico meglio se ognuno ha la sua stanza, se non è possibile creiamo all’interno della stanza delle nette separazioni di spazi.
2- Scriviamo un diario della vacanza: scrivere ogni giorno per sfogarsi, per ricentrarci, per tornare a noi stessi, è un utile strumento di sopravvivenza.
3- Durante la vacanza prendiamoci dei tempi per stare soli con noi stessi, o con i nostri bambini, se siamo con bimbi piccoli, o con il nostro compagno se siamo all’interno di un gruppo di amici: è importane ricreare ogni tanto la quotidianità a cui siamo abituati. Una passeggiata, un bagno al tramonto, una cena romantica, un riposino pomeridiano sono piccoli toccasana che fanno salire l’energia.
4- Cerchiamo di capire durante la vacanza se siamo felici: se la nostra energia sale o scende. Se sta scendendo capiamo perché. Che cosa posso fare per stare meglio? Di cosa avrei bisogno adesso per essere felice? Magari basta un po’ di tempo per noi, una passeggiata e una telefonata a una persona cara lontana, fare delle fotografie o un po’ di sport.
5- Impariamo a comunicare con gli altri: spieghiamo le nostre esigenze, il nostro bisogno di fare cose solo per noi o attività differenti da quelle che si stanno organizzando.
La necessità di mettere limiti è la base per non rompere le relazioni a fine vacanza.
Molte volte siamo leader con alcune persone e malleabili con altre, non siamo sempre nello stesso ruolo.
Quasi sempre siamo combattuti tra la voglia di compagnia, il desiderio di non stare soli, e l’insofferenza che le altre persone ci infliggono, soprattuto se siamo malleabili e abbiamo un passato di “bravi bambini” o di “bambini invisibili” o “figli che hanno fatto da genitori ai loro genitori”.
La cosa fondamentale è non incolpare sempre gli altri, ma prenderci le responsabilità della nostra vacanza e della nostra felicità:
– Come voglio passare la mia vacanza?
– Sto mettendo i giusti limiti o mi sto facendo prosciugare?
– Sono stato abbastanza chiaro con gli altri?
Con questi accorgimenti potremmo riuscire a stare bene e, magari, grazie alla comunicazione consapevole con l’altro, fare evolvere le relazioni invece che romperle a fine vacanza :/