Stamattina ero di umore un po’ triste, però ho deciso di svolgere le mie attività quotidiane lo stesso con gioia, senza negare quella tristezza, ma godendomi anche le cose belle che ci sono nella mia vita. Ho sistemato e pulito casa, fatto yoga, colazione, e poi mi sono messa a cucinare.
Il venerdì di solito faccio la pizza con la pasta madre, ma oggi non ne avevo voglia perché stiamo mangiando veramente troppa pizza, allora ho pensato di accingermi a fare il pane e cucinare una torta salata per cena. In frigo avevo la ricotta, la pasta sfoglia e in freezer degli spinaci: tutto perfetto. Inizio a sbattere la ricotta con le uova per il ripieno e mi è venuta in mente la faccia di mio marito Alberto a cui gli spinaci fanno schifo: “blaaa, e io cosa mangio?”.
Poi ho immaginato Lorenzo, mio figlio di tre anni, che una volta mangiava di buon gusto gli spinaci e pure questa torta salata, e che adesso ha iniziato a fare i capricci anche a lui. Ho riflettuto un po’ e ho pensato, “magari se gliela do da mangiare prima che torni Alberto dall’ufficio la mangia volentieri…”, poi suo padre si farà due uova.
Dopo aver scolato gli spinaci mi sono resa conto che ero più triste di prima.
Mia mamma cucinava sempre le cose separate per lei e mio padre rispetto a quelle per me e mia sorella perchè a noi “non piaceva niente di quello che piaceva a loro”.
Era molto infastidita perché non voleva finire a mangiare solo cose da bambini, mentre adorava il pesce e gusti più forti, per questo a noi faceva una pasta e bistecca e per loro piatti più raffinati. Faceva il doppio della fatica ed era arrabbiata.
Mentre cucinavo la torta di spinaci e ricotta mi sono trovata a essere come lei: pensavo che quella torta era buona e sana e che avrebbero fatto bene mangiarla, e che se ad Alberto non la potevo imporre, magari a Lorenzo sì.
Ho sentito tutta la mia rabbia e quella di mia mamma e la frustrazione di entrambe.
Poi ho ricordato me bambina che subiva le critiche di sua mamma perché non le piaceva la zuppa di pesce e che era obbligata a mangiare la bistecca. Ho provato tristezza e una grande compassione per quella bambina. Ricordo che per il mio compleanno mi preparava invece il mio piatto preferito: pollo arrosto e patatine, e anche la torta di mele, allora sì che ero contenta.
Ho capito che dentro di me ci sono sia la bambina ferita che la mamma frustrata, entrambe hanno i loro buoni motivi per essere tristi. Come me stamattina, del resto.
Poi mi è ventura in mente mia nonna che cucinava invece prelibatezze che piacevano a tutti. Si fermava da noi a Verona due settimane e aveva il plannig del menù giorno per giorno: lunedì polpettone di tonno, martedì gatò di patate, mercoledì sformato di riso con prosciutto cotto e mozzarella, giovedì tortellini in brodo con le “badrottole”, e poi…crocchette, purè, polpette di pollo, patatine fritte, sogliole, pomodori al forno ripieni, pasta “ateano”, polpette di uovo al sugo e chi più ne ha più ne metta. Quelle bontà piacevano a tutti, a grandi e piccini.
Ok, ero ancora in tempo: non avevo ancora mischiato la ricotta con gli spinaci. Ho aperto il frigo, fatto un check veloce di cosa c’era dentro. Ho aperto l’ipad e digitato su google “torte salate ricotta”. Ho trovato una semplice ricetta con ricotta e pomodorini. Questa sì che sarebbe piaciuta a tutti! Ho pensato “pazienza, con quegli spinaci farò una vellutata per me”.
Infornata la torta salata ho sentito che il mio umore era notevolmente migliorato.
Mi è poi venuta in mente quella frase appesa alla porta dell’asilo:
“Si cucina sempre pensando a qualcuno, altrimenti stai solo preparando da mangiare”.
Eh già, ora capisco perché per tanti anni odiavo cucinare, ma per fortuna possiamo sempre cambiare: possiamo scegliere chi vogliamo diventare.
“Se no mi arrabbio” è la frase preferita di Lorenzo in questo periodo. Ha 3 anni e mezzo e sta attraversando un periodo dove contesta ogni cosa, sembra un rivoluzionario.
Fino a poco tempo fa gli andava più o meno bene tutto quello che facevamo noi (naturalmente la nostra programmazione era fatta sempre anche in funzione dei suoi bisogni).
Ma da un mesetto a questa parte si mette di traverso un po’ su tutto: vuole vedere i cartoni in TV a tutte le ore del giorno, non si fa vestire quando dobbiamo uscire, vuole portare i giochi a tavola quando mangiamo e stare fuori a giocare quando é sera e bisogna rientrare a casa.
Per esprimere il suo disappunto usa sempre la stessa frase: “Se no mi arrabbio!”.
(Che tradotto sarebbe: “O si fa quello che dico io… o se no mi arrabbio!”).
Ormai ci siamo abituati a questa sua “minaccia” anche perché, per fortuna, a parte le ‘dichiarazioni di intenti’ non segue mai una scenata né altra forma di rappresaglia: non scaglia oggetti, non batte i piedi per terra né picchia le persone.
Quando dice così cerchiamo di spiegargli perché non si può fare come vuole lui e gli proponiamo qualcosa di diverso: ad esempio se non vuole farsi vestire per andare all’asilo gli ricordo che quando arriviamo là potrà incontrare il suo miglior amico Alessandro e giocare con lui. La tecnica funziona e lui si tranquillizza subito.
Lorenzo, come tutti i bambini, è in contatto con le emozioni e le esprime con naturalezza: in questo caso ‘sente’ e ‘ci comunica’ la rabbia.
Dai miei studi sulle emozioni effettivamente la “rabbia” serve proprio per cambiare le cose e, per farlo, ci fa un grosso dono: ci fornisce un bel carico di energia per attivarci e trasformare le cose che ‘non ci vanno bene’.
Quell’energia che sentiamo quando siamo arrabbiati serve quindi per compiere le azioni più appropriate per mutare la situazione che stiamo vivendo: mettere un limite a qualcuno quando c’è da metterlo, chiedere agli altri di fare qualcosa che ci aspettiamo debbano fare, modificare una relazione, …
Per questo non bisogna ‘reprimere’ l’emozione della rabbia, altrimenti rischieremmo di non migliorare quello che ci sta intorno o di cambiare ciò che a noi non va bene.
Certo, la rabbia serve per compiere azioni “costruttive” e non per ferire o fare del male agli altri (se vuoi approfondire questo aspetto vedi il post “Quando sopraggiunge la rabbia: una semplice pratica per stare meglio”).
Un buon modo per capire cosa è giusto fare quando siamo arrabbiati é domandarsi:
“Che cosa voglio cambiare di questa situazione?”
e anche
“Come vorrei che andassero le cose?”
A ottobre, ad esempio, avevo comprato una televisione nuova ed avevo pagato anche il servizio aggiuntivo per l’installazione a muro.
Dopo un mese mi hanno portato la TV ma, siccome avevo sbagliato a comprare le staffe, non hanno potuto fare l’installazione e mi sono accordato con i tecnici che mi sarei procurato le staffe giuste e poi avrei chiesto nuovamente il servizio. Due settimane dopo avevo le staffe giuste, ho chiamato la ditta degli installatori e mi hanno risposto che mi avrebbero richiamato appena avevano disponibilità per venire a montarla. Dopo un mese ho richiamato io perché non li avevo più sentiti, e mi hanno detto che era Natale ed erano piuttosto presi che mi avrebbero contattato a gennaio.
Ero un po’ contrariato ma sentendomi in colpa per aver sbagliato le staffe all’inizio ho scelto di non dire niente…
A fine gennaio ancora niente e così li ho richiamati, questa volta mi hanno detto che loro non sarebbero più venuti se non avessi pagato l’uscita dei tecnici (che costava come l’installazione a muro!).
Ero arrabbiato nero perché mi avevano rimandato per mesi per poi non fare il servizio che avevo pagato.
– Cosa volevo cambiare nella situazione?
O venivano a montarmi la tv o mi dovevano ridare i soldi!
– Che azioni potevo compiere con l’energia che mi aveva dato la rabbia?
Ho discusso al telefono con il titolare della ditta e siccome non voleva fare uscire nuovamente i tecnici mi sono fatto dare i contatti dell’ufficio reclami. Spedito il reclamo dopo una settimana ho riavuto i soldi.
Ho poi chiamato un elettricista ed abbiamo concordato di fare il lavoro con lui, il lavoro a conti fatti, è costato meno!
La mia “amica rabbia” mi aveva aiutato a cambiare la situazione con l’energia di cui avevo bisogno.
Ma ci sono delle volte invece in cui proprio…non possiamo modificare la situazione esterna!
Eppure siamo arrabbiati, sappiamo cosa vogliamo cambiare e avremmo l’energia per farlo… ma non le reali possibilità.
Cosa si può fare allora?
Come facciamo con un bambino, possiamo parlare alla nostra parte arrabbiata e cercare di contenerla, comprendendola e accogliendola.
Non possiamo cambiare gli altri, non possiamo cambiare la situazione, ormai ci siamo dentro, c’è però una cosa che possiamo cambiare: la nostra disposizione verso quella situazione.
Possiamo provare tristezza, poi renderci pienamente conto che non possiamo fare niente per modificare quanto accaduto, allora potremo dirigere la nostra energia verso qualcos’altro, magari potremo fare qualche piccola cosa che ci dà gioia, oppure fare una meditazione, una passeggiata nella natura, o uscire con un amico…
Piano piano l’energia della rabbia lascerà il posto alla consapevolezza e la vita tornerà a scorrere lasciandoci anche una miglior comprensione della realtà.
« Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare le cose che posso,
e la saggezza per conoscere la differenza. »
(Preghiera della serenità, Reinhold Niebuhr).
Alberto
” Gli incontri ti serviranno a misurare il tuo grado di responsabilità, ti insegneranno a conoscerti in profondità…realizzerai che ogni uomo e ogni donna che incontri è una parte sconosciuta di te, un’opportunità per vedere una tua ferita, una tua malattia nascosta e poterla guarire”.
(Stefano D’Anna)
Penso che l’evoluzione di una persona si misuri nella sua capacità di amare e di stare in relazione agli altri. Più siamo evoluti più sappiamo prenderci cura degli altri, sappiamo perdonare, sappiamo aiutare, e soprattuto smettiamo di giudicare.
Questa immagino sia una lezione che dura tutta una vita.
Molte volte preferiamo infatti giudicare gli altri, additarli per i loro difetti, prenderli in giro, considerarli stupidi, insolenti, vigliacchi…
Ma come siamo noi?
Ci lamentiamo se il nostro compagno non ci ama abbastanza, se nostro figlio urla ed è disordinato, se la nostra amica è pessimista ecc.
Ma abbiamo provato a osservare i nostri comportamenti?
La psicologia ci insegna che ciò che ci dà fastidio nell’altro appartiene in qualche misura anche a noi. Con il meccanismo della “proiezione” spostiamo sull’altro ciò che non accettiamo di noi stessi. Se abbiamo una parte chiusa e poco affettuosa diciamo all’altro che lui è così con noi, se abbiamo un parte avara guardiamo le taccagnerie dell’amico, se abbiamo una parte pigra additiamo l’altro perché non fa sport e così via.
Il problema è che ammettere queste proiezioni è difficilissimo.
Una parte di noi preferisce fare così perché guardare le cose dentro di noi che non vanno, e che dovremmo cambiare, è dura.
Ma soffermiamoci anche solo una giornata a vedere quante volte svalutiamo qualcuno o giudichiamo o malediciamo qualche aspetto degli altri dentro di noi o addirittura ad alta voce nelle conversazioni con gli amici.
In realtà la parte che da addosso agli altri è quella che da addosso anche a noi stessi. Siamo critici con gli altri perché siamo spietati anche con quelle parti di noi…se le avessimo accettate non avremmo bisogno di buttarle fuori.
C’è un esercizio che io e Alberto abbiamo creato ispirandoci al libro “La Scuola degli Dei” di Stefano d’Anna che si chiama proprio “il gioco degli incontri”.
Tutte le volte che sei a disagio e in difficoltà con una persona che sia in famiglia, sul lavoro, o in ambito sociale puoi provare a rispondere a 4 domande nel modo più sincero possibile (al posto dei puntini mettete il nome della persona che volete!):
1- Che cosa non mi piace e giudico di …..?
2- Cosa ho in comune con …..? (ho una parte simile anch’io?)
3- Quale ferita si cela dietro ai comportamenti di….? (paura di abbandono, senso di inadeguatezza, bisogno di riconoscimento, insicurezza ecc.)
4- Cosa posso fare per aiutare ….. in questo suo aspetto?
Vi assicuro che fare questo esercizio anche più volte nel tempo (sia con la stessa persona che con persone diverse) ha grandissimi effetti trasformativi.
È importante essere molto onesti con se stessi e avere dentro il desiderio di modificare le cose.
Noi abbiamo sempre la possibilità di migliorare i rapporti con chi ci sta intorno. Sta a noi decidere se vogliamo farlo.
La buona notizia è che se accogliamo quelle parti negative dell’altro stiamo già trasformando le stesse parti anche dentro di noi, diventeremo quindi più integri e più felici.
Eleonora
P.S. Clicca qui per iscriverti al blog e avere sempre con te lo schema grafico del gioco degli incontri: “Gestire i conflitti in 4 passi”
Una scoperta interessante che ho fatto negli anni è di come agire sullo spazio influenzi il tempo.
Da un certo punto di vista è qualcosa di intuitivo: se ho poche cose in giro, se la casa è in ordine ci metto molto meno tempo a riordinare. Dall’altra però c’è una sottile connessione inconscia che opera a livello più profondo.
Cercherò di spiegarmi meglio.
Quando avevo Lorenzo piccolo la mia vita era completamente assorbita da lui, lo allattavo a richiesta (sua o mia, poi? Bel dilemma…) e ricordo che lo allattavo in camera, in sala, in cameretta insomma dove veniva, poi i giochi di Lorenzo erano un po’ ovunque: il box in cucina, giocattoli in cameretta, i vestiti nella nostra camera da letto visto che dormiva con noi, il fasciatoio pannolini e salviette in bagno, e la sala con un grande tappetone per terra e tanti giochi sparsi o negli scaffali o cassetti vicini.
La sera tutto veniva messo in ordine, ma ciò che mi salta subito all’occhio adesso, ripensandoci, è di come tutta la casa era invasa e pervasa da Lorenzo…pure troppo! Le sue cose erano dappertutto e la mia vita era stare dietro a lui!
Un giorno mi misi a leggere il primo libro della Marie Kondo (il magico potere del riordino) e ricordo che rimasi colpita quando disse che ogni membro della famiglia doveva avere il suo spazio, una camera tutta sua con le sue cose, se ciò non era possibile allora un armadio, dei cassetti, delle porzioni di camera ma ben definite!
Iniziai così la maratona del riordino e il cambiamento più grosso fu che tutte le cose di Lorenzo furono sposate nella sua cameretta. Rimase solo il fasciatoio in bagno con i pannolini.
All’inizio mi faceva strano soprattutto vedere il salotto così vuoto di giochi, poi decisi che lui poteva tranquillamente giocare in sala l’importante, una vota finito, i giochi sarebbero stati riportati in cameretta.
È incredibile dire come, agendo sullo spazio, io ho improvvisamente guadagnato tempo per me.
Avevo già una babysitter che veniva qualche ora al giorno, però il resto del tempo ero “a disposizione”. Ricordo che Lorenzo iniziò a saltare il sonnellino della mattina e compattò la dormita dopo pranzo: dopo il riordino non faveva più sonnellini di 40 minuti 2 o 3 volte al giorno ma faceva due ore di filata e io potevo improvvisamente ricominciare a montare i miei video, leggere, scrivere ecc.
Avevo nuovamente del tempo per me!!
Qualcuno obietterà che è stata una casualità, può darsi, ma l’ordine in casa ha in qualche modo influito sull’inconscio di entrambi, creando un equilibrio più sano. Io avevo più tempo, lui riposava meglio.
Quest’anno, come raccontavo nel post precedente, ho agito semplificando ulteriormente la casa, riorganizzando gli spazi, recuperando dei ricordi.
I primi due cambiamenti che ho notato sono stati: maggior tempo da dedicare alla coppia e meno tempo da dedicare alle pulizie di casa (e quindi più tempo per me!).
Anche qui il processo di azione sullo spazio ha influenzato l’inconscio: recuperare vecchie foto di me e Alberto da fidanzati ha messo in moto un desiderio per cui ho iniziato a organizzarmi con i nonni e la babysitter per fare delle cose insieme “noi due”.
Mi sono trovata inoltre a sistemare casa e pulire la mattina molto presto prima di fare le pratiche di yoga e meditazione e prima di colazione. Ho visto che nel giro di un’oretta scarsa avevo già sistemato casa e mi trovavo così ad avere un sacco di tempo per lavorare, studiare o anche semplicemente andare a fare una passeggiata. Tra l’altro per curiosità sono andata a sbirciare il mitico libro di Keisuke Matsumoto (Manuale di pulizie di un monaco Buddista) e ho scoperto che la prima attività che fanno i monaci appena alzati è quella di pulire e riordinare, solo dopo iniziano le pratiche al tempio!
Organizzando e sistemando la casa, i documenti, le foto, gli armadi i cassetti viene meno voglia di procrastinare, si attiva una parte di noi più efficiente e organizzata e incredibilmente si guadagna tempo per le cose realmente importanti per noi!
Eleonora
Io non vado bene perché sono basso.
Sono alto 1 metro e 68 cm. e per un uomo essere alti 1.68 vuol dire essere bassi.
Se fossi alto almeno 1 metro e 70 o 1 metro e 75 allora sí che andrei bene.
Ci sono tra i 2 e i 7 centimetri che madre natura non mi ha dato che mi separano dalla felicità.
Non solo sono basso, ma dall’età di 25 anni ho cominciato a perdere i capelli ed ora ne ho proprio pochi. Li taglio con la macchinetta ogni 3/4 giorni ed a mio figlio non dico che sono senza capelli… ma che ho i capelli cortissimi! Lui ha 3 anni e mezzo ma ho paura che in realtà mi abbia già scoperto e, sotto sotto, sappia che sono pelato.
Quindi io non vado bene perché sono basso e pelato.
Ma non sono l’unico sulla terra che non va bene!
Ho un collega, Francesco, che é alto come me (o basso come me), ha i capelli ma é un po’ sovrappeso, sará sugli 80 chili. É grasso.
Lui non va bene perché é basso e grassottello. Ci sono 15 chili e qualche centimetro di altezza che lo separano dalla felicità.
Poi c’è Emanuele che é a posto come altezza, peso e capelli ma purtroppo é miope e deve usare sempre gli occhiali per vedere bene. Questi occhiali sono come una schiavitú per lui: se solo avesse gli occhi buoni allora sì che potrebbe essere felice. Deve andare in giro con quei vetri spessi 2 centimetri e se li toglie cala improvvisamente una fitta nebbia tutto intorno a lui…
C’è poi Davide che ha il naso troppo lungo, c’è Elisabetta che vorrebbe avere delle mani più affusolate perché le sue, dice, che sembrano quelle di un falegname, Manuela che si lamenta di avere le caviglie grosse e le gambe un pò a X, Sabrina che ha i capelli ricci e se li stira tutti i giorni con gran fatica per averli lisci (poi basta una giornata umida e le sembra di andare in giro con un rovo in testa) e Marta che ha i capelli scuri ma le piacciono biondi e sono vent’anni che va sempre dalla parrucchiera a fare la tinta perché con i capelli castani “non si può proprio vedere…”.
Insomma, molti di noi si sentono di non poter essere felici perché non sono a proprio agio con il loro corpo.
La 1° cosa che diciamo a noi stessi è: “Io non vado bene così come sono”.
Abbiamo tutti dei (foto)modelli in testa ai quali dovremmo assomigliare ma, siccome non ci avviciniamo neanche lontanamente a questi bei poster di cartone, ci critichiamo continuamente: se facciamo un aperitivo ci sentiamo in colpa per le calorie ingurgitate, se mangiamo due volte la pasta in due giorni sembra che dobbiamo ingrassare 10 chili, se salta l’appuntamento con l’estetista o la parrucchiera non si può uscire di casa…
Ma gli altri ci accettano per come siamo?
Bé, non sempre. Spesso infatti chi critica sé stesso finisce per criticare anche gli altri.
Così si innesca un bel circolo vizioso: critichiamo noi stessi – poi gli altri – la persona criticata si sente inadeguata e critica a sua volta qualcun altro – e così via…
Un mondo di persone felici 🙄.
Ad esempio venerdì ho incontrato un collega che non vedevo da mesi, Mario, che appena mi ha visto ha stretto la sua pancia tra le mani e mi ha detto: “Guarda qua che pancia! Ho messo su un sacco di chili…”.
Effettivamente era un po’ ingrassato, una (vecchia 😇) parte di me stava per dirgli: “Eh sì, sei proprio grasso!”.
Però un’altra parte di me ha pensato che come cerco di accettare i miei chiletti di troppo forse era giusto fare così anche con Mario, così gli ho detto: “Bé dai, é normale, ci sono periodi in cui dimagriamo e periodi in cui ingrassiamo…”. Questo mio approccio ha funzionato per un pó ma, appena Michele é entrato nel suo ufficio, Mario ha ricominciato a lamentarsi dei chili che aveva messo su nell’ultimo periodo e Michele ha ribattuto:
“Mamma mia se sei grasso, devi smetterla di mangiare come se non ci fosse un domani! E poi devi andare a correre, hai mai visto un maratoneta grasso?!?”
Al termine del confronto Mario era avvilito e arrabbiato con sé stesso, Michele invece sorrideva…
Oltre che per quelli che a noi sembrano “problemi fisici”, delle volte pensiamo di non andare bene per la nostra ‘condizione sociale’.
C’è chi dice di non essere felice perché é single e vorrebbe essere in coppia, chi perché è in coppia e vorrebbe fare la vita del single, chi perché non ha figli e chi invece perché ha figli e non ha più tempo per sé, chi perché ha un lavoro che non gli piace e chi perché non ha un lavoro ed è disoccupato…
Oppure perché ci sembra di non avere quello che vorremmo: la nostra automobile o il telefono cellulare sono vecchi, lo stesso vale per televisione, borsa, scarpe, giacca, computer, …
E se fossimo “giusti” così come siamo?
Insomma, essere felici oggi é molto difficile, essere in pace con sé stessi quasi impossibile, non essere giudicati dagli altri inverosimile!
Eppure, a ben vedere, ognuno di noi é unico, come un’opera d’arte originale, senza copie, ed è perfetto così com’é e con quello che ha.
Anche io, nel mio piccolo (1.68…), pelato e con le mie lentiggini, tutto sommato, sono un po’ un pezzo unico e posso essere grato di quello che ho.
Anche tu che stai leggendo sei perfetto o perfetta così come sei.
É perfetto Francesco, basso e grassottello ma molto simpatico, é perfetto Emanuele, miope ma che si preoccupa sempre degli altri, é perfetto Davide che, sì, ha il naso lungo, ma anche un sorriso che supera la grandezza del suo naso, sono perfette Elisabetta, Manuela, Sabrina e Marta… così come sono!
Anche tu sei perfetto o perfetta così come sei, anche se hai qualche ‘difetto’! (meglio ripeterci che andiamo bene, ce ne vuole prima di convincerci!).
Come dice Confucio: “Non preoccuparti se gli altri non ti apprezzano. Preoccupati se tu non apprezzi te stesso”.
Anzi, nella vita poi si imparano ad apprezzare anche i difetti delle persone che ci stanno vicine, e potremmo finire per scoprire che sono proprio i difetti a rendere le persone così uniche e speciali per noi.
L’essere umano, per definizione, ha dei difetti, noi li abbiamo e li hanno anche gli altri, ed è proprio questo a renderci esseri umani, meritevoli di attenzione, comprensione e amore.
I pregi ci avvicinano alle persone, ma sono i difetti a renderle uniche.
Bé, io non mi sono ancora accettato completamente, ma sapere che posso farlo mi aiuta giorno per giorno a stare meglio!
Alberto
Affermare se stessi e la propria volontà è di primaria importanza per stare bene.
In realtà una pratica apparentemente semplice per molti non lo è affatto.
Affermare la propria volontà è un po’ come saper mettere i limiti (vedi post a riguardo), una cosa che si impara col tempo.
Ci si può trovare in difficoltà ad affermare se stessi perché da bambini magari abbiamo ricevuto un’educazione rigida: bisognava essere educati, non disturbare, non dare fastidio e così facendo ci hanno insegnato a ignorare i nostri bisogni e i nostri desideri. Bisogni di riposo, di avere del tempo per noi, per mangiare, per andare in bagno, per giocare.
Certe volte siamo noi che inconsciamente inneschiamo nell’altro un comportamento che io chiamo da “aguzzino”. Cercherò di spiegarmi meglio: se io mi sento in colpa a chiedere qualcosa a qualcuno (perché ci hanno insegnato a non chiedere e a non disturbare), quando chiedo lo farò in modo timido, con una parte piccola che si tira indietro, che vorrebbe non disturbare. L’altra persona percepirà questa nostra paura inconscia e tenderà a reagire alla richiesta tendenzialmente dicendo di no, o dicendo di sì in modo scocciato, facendoci sentire inadeguati. In questo modo inconsapevolmente rafforziamo l’idea che affermare i nostri bisogni non serve o è addirittura dannoso. In realtà è vero il contrario.
Vi faccio un esempio banale, siamo in viaggio con il nostro partner e dobbiamo andare in bagno, lui però si è fermato mezz’ora prima a fare il pieno di benzina e quindi non ha voglia di fare un’altra sosta all’autogrill. Se quando eravamo piccole siamo capitate in una famiglia dove non si ascoltava subito il bisogno del bambino, saremo abituate a tenerci il disagio e quindi ci sentiremo in colpa a chiedere di fermaci; quando alla fine lo faremo il nostro partner invece di rispondere con amore “Certo tesoro al primo autogrill mi fermo”, ci dirà sbuffando “Ma non potevi farla prima?” oppure “Non puoi aspettare che tra mezz’ora siamo arrivati?” ecc.
Allora i casi saranno due, o soffocheremo il nostro bisogno facendoci venire una cistite, oppure inizieremo a litigare con nostro marito.
“Ma è colpa sua che non si vuole fermare”, mi obietterete in molte. “Sì e no”, rispondo io, nel senso che probabilmente lui, da piccolo, ha avuto il nostro stesso trattamento e non è in grado di ascoltare nemmeno i suoi bisogni, figuriamoci i nostri! Ma se noi sappiamo prenderci cura di noi stesse sapremo affermarci con determinazione e senza sensi di colpa: “Devo andare in bagno, al prossimo autogrill fermati, grazie”.
Questa necessità di affermarsi è fondamentale in ogni situazione della nostra vita: se ci rubano un parcheggio, se ci danno il resto sbagliato in cassa, se una persona ci risponde con maleducazione, se abbiamo bisogno di aiuto in casa, se dobbiamo fare rispettare al nostro capo gli orari di lavoro senza ammazzarci di straordinari, e chi più ne ha più ne metta…
È importante notare che se non ci rendiamo conto della nostra tendenza automatica a non affermarci (per il quieto vivere) finiremo per incamerare da una parte molta frustrazione inconscia (io non valgo perché gli altri non si prendono cura di me), dall’altra a sbottare e litigare in un momento magari successivo (quando si accumulano troppe frustrazioni), o addirittura a rompere i rapporti (perché abbiamo accumulato troppo).
Come fare allora?
Ascoltiamo quella vocina dentro di noi (“Non è giusto, quella signora mi è passata davanti”… “Io ho bisogno di mangiare qualcosa”, “Devo andare in bagno”, “Stasera sono proprio stanca, non ho voglia di lavare i piatti”…) e affermiamoci con decisione e tranquillità.
Affermare i nostri bisogni e i nostri desideri è la cosa migliore che possiamo fare per noi e per gli altri.
Se l’automatismo a far finta di niente è troppo forte, e ci accorgiamo solo dopo del nostro disagio, è sempre importante affermarlo quando ce ne rendiamo conto (meglio tardi che mai!). Ad esempio possiamo dire a nostro marito:” Sai, stasera ho lavato i piatti, ma ero distrutta e avrei preferito se li avessi lavati tu, purtroppo non sono riuscita a chiedertelo, ma adesso, oltre alla stanchezza, ho accumulato rabbia nei tuoi confronti, mi dispiace”.
Parlare chiaro è sempre d’aiuto, ma farlo senza arrivare ad arrabbiarsi sarebbe meglio.
La rabbia si può man mano sciogliere se riusciamo ad affermare noi stessi con pacifica determinazione e se siamo in grado di prenderci cura dei nostri bisogni.