L’altra sera erano le 18.00 ma dal buio sembrava notte fonda. Stavo spingendo il passeggino di Lorenzo mentre andavamo a Messa. Passando sul ponte di Castelvecchio, abbiamo incontrato un ragazzo che suonava la chitarra e cantava una canzone sugli eroi della quale ho sentito solo un paio di versi:
“we can be heroes…
just for one day…”
Davanti a lui, appoggiato per terra, c’era il solito cappello utile a raccogliere qualche moneta. Lorenzo ha detto: “Lui canta!”.
Era entusiasta.
Gli ho detto di sì e poi che era molto bravo anche a suonare la chitarra. Oltre a cantare bene, mi ha colpito perché c’era piuttosto freddo (6 gradi) e lui era vestito con pantaloni lunghi, maglietta e camicia mezza aperta. Avessi io quel look sarei malato 7 giorni su 7, 24 ore su 24… come gli orari di una farmacia.
Sarà l’età.
Mentre continuavamo la nostra passeggiata ho mostrato una bellissima luna nascente a Lorenzo ma a lui il colore arancione non piaceva. Gli ho detto che man mano che saliva nel cielo sarebbe diventata bianca e argentata e lui si è messo più tranquillo.
Poi mi ha indicato delle luminarie di Natale ancora accese a febbraio e mi ha detto che sarebbe arrivato Babbo Natale. E’ stata dura convincerlo che era appena passato e bisognava aspettare quasi un anno per rivederlo dalle nostre parti…
Intanto quel verso della canzone sentito poco prima continuava a risuonare nelle mie orecchie “We can be hero…/ Possiamo essere eroi…”. Da qualche parte in me nascevano delle sensazioni, pensieri ed emozioni che si amalgamavano come i colori ad olio su una tela… e una grande domanda: “Noi possiamo essere eroi?”
In qualche modo quel ragazzo che cantava mi sembrava un po’ un eroe: qualcuno che sfidava il freddo e la notte e con la sua voce scaldava lo stato d’animo dei passanti, ed era in grado di regalare anche attimi di pura gioia e entusiasmo, come è successo a Lorenzo, doveva essere per forza un eroe.
Ho pensato che anche le persone che gli davano una moneta – cosa che io non ho fatto e di cui mi sono subito pentito – in qualche modo potevano essere degli eroi.
Poi mi sono detto: “Bè dai, anche tu Albe sei un po’ eroe che ti prendi cura di Lorenzo con amore…”. Questo pensiero mi ha tranquillizzato. Pensandoci bene faccio sempre un po’ fatica in questi casi a capire chi si prende cura di chi: “Sono io che mi prendo cura di Lorenzo, o forse è lui che in qualche modo si prende cura di me, che mi dà più amore di quanto in realtà gliene riesca a dare io…?”. Ai posteri l’ardua sentenza.
Ma tornando al tema degli eroi: chi sono gli “eroi”? Possiamo essere eroi?
Una definizione di “eroe” che mi è piaciuta viene da un fumetto (“Deadpool, il mercenario chiaccherone”):
“4 o 5 momenti bastano per essere eroe, tutti pensano che sia un lavoro a tempo pieno, ti svegli da eroe, ti lavi i denti da eroe, vai a lavorare da eroe ma non è così, in tutta la vita ci sono solo 4 o 5 momenti che contano davvero, momenti nei quali hai la possibilità di fare una scelta, di fare un sacrificio, correggere un difetto, salvare un amico, risparmiare un nemico… In questi momenti tutto il resto non conta.”
Trovo questa definizione rassicurante: se si tratta di poche occasioni nella vita forse effettivamente tutti possiamo essere eroi, anche solo per un giorno, come diceva la canzone di David Bowie…
Pensandoci, io alla fine mi sento un eroe quando…
Alberto
Sembrerà una banalità, ma non lo è affatto: la Natura ti cura.
La Natura cura il corpo, la mente e l’anima. Ho letto un articolo su Facebook in cui un tizio dice che se una persona malata torna a vivere nella Natura guarisce. Ora non penso sia tutto così semplice, però sono d’accordo che la Natura aiuta molto. C’è chi ama il mare, chi la montagna, la gente non si chiede perché, ci va e basta, perché ci sta bene.
Le persone dicono: “mi piace sciare, faccio immersioni, vado in barca a vela, ecc. ecc.” Certo alcuni sport saranno pure divertenti, ma quello che guarisce realmente secondo me è proprio immergersi nella Natura.
Penso che immergersi nella Natura sia un po’ come tornare al Divino.
Ho abitato tanti anni a Milano, una città che ho anche amato molto, dove ho incontrato le persone più importanti della mia vita, però c’è così poca Natura a Milano, è un peccato…pensate che bello se ci fosse un progetto per riportare la Natura a Milano…
Io abitavo sui Navigli, dove un po’ di Natura c’era: era un po’ nascosta qua e là, tra chili di cemento.
Poi la vita mi ha riportato a Verona, la città dove sono nata, e dopo un paio d’anni che eravamo qui siamo andati ad abitare sull’Adige.
È qui che ho capito quanto la Natura potesse essere curativa.
Quando passavo dei momenti difficili andavo a camminare sotto casa, sul Lungadige.
Tu cammini e il fiume scorre indisturbato, porta via i pensieri, le preoccupazioni: scorre scorre scorre. Se c’è il sole la luce che brilla sull’acqua si riflette tutto intorno e senti quel calore riscaldarti, anche se è inverno.
Ho sempre pensato che se c’è un Dio si fa vedere qui, sotto casa mia, nel riflesso del sole sulle onde, nei gabbiani che volano e planano felici, nei germani reali che affondano il musetto in acqua e che giocano a farsi trasportare dalla corrente.
Quando sei felice e vai a camminare lì, lungo il fiume, la tua gioia si amplifica, ti senti traboccare di gioia.
Quando sei ansioso lo scorrere del fiume ti calma.
Quando sei triste il suo movimento ti culla come una mamma, e il sole ti bacia la pelle, ti dice che ti vuole bene.
Se stai attraversando un periodo difficile ci vogliono giorni di camminate lungo l’Adige, non basta un’oretta. Però camminando lì, giorno dopo giorno, la mente si fa più calma e il cuore più sereno.
Ricordo quando era nato Lorenzo che io e Alberto eravamo stanchissimi, aveva le coliche e non dormiva la notte, io mi dovevo anche riprendere dal cesareo, ed era un’estate torrida. Stavamo chiusi in casa con l’aria condizionata a palla. Potevi solo uscire la sera, dopo le nove. Allora mettevamo il piccolo nella fascia e andavamo a camminare qui giù lungo l’Adige. I lampioni arancioni si riflettevano sull’acqua nera e una leggera brezza refrigerante saliva a riva. Così, giorno dopo giorno, siamo diventati più forti, ci siamo fatti guarire dal fiume, in qualche modo.
Un altro ricordo è un febbraio di tre quattro anni fa in cui ero abbastanza in crisi, quando non sto bene vorrei che tutto passasse velocemente, vorrei la bacchetta magica che cancellasse le emozioni tristi. Però non funziona così, più scappi più tornano. Ricordo che andavo a camminare lungo l’Adige da Castelvecchio a ponte Catena, avanti e indietro, cercando di essere presente, cercando di stare da sola, senza mettere un auricolare nell’orecchio e chiamare qualcuno. Poi, non ricordo dopo quanti giorni, a un certo punto era passato tutto, ero di nuovo tranquilla.
Ricordo quel film, Lo scafandro e la farfalla, di quel signore che in seguito a un ictus rimane paralizzato e scrive poi un libro con i movimenti oculari, un film super angosciante e bellissimo al tempo stesso. La scena che mi è rimasta più impressa è quando in quel centro di cura lo portano fuori all’aperto, con la sedia a rotelle e una coperta sulle gambe, e lui godeva del sole, e del vento, godeva della brezza del mare.
Quello che mi colpisce è come il contatto con la Natura arriva e risveglia la tua anima, qualsiasi sia la tua condizione psicofisica.
C’è una parte profonda di noi che può sempre godere della Natura.
Eleonora
Qualche tempo fa una persona di cui mi fido molto mi disse:
“ho letto il vostro blog è molto bello…ma…non so, c’è troppo positivo, insomma la vita non è così, la vita è dura, è veramente dura!”
Questa osservazione mi ha mandato un po’ in crisi, in realtà ero già in crisi in quel periodo, e constatare che negli ultimi post c’era troppa luce mi ha fatto capire delle cose.
In effetti spesso accade che quando ti identifichi in una parte più luminosa, e neghi l’ombra, questa ti torna indietro come un’ondata di tsunami. Mai negare l’ombra: pericolosissimo.
Il problema è che molte volte non ce ne rendiamo conto, semplicemente ci sembra di stare bene in quel periodo, magari ci inorgogliamo (benedetto Ego) di aver finalmente capito qualcosa della vita, e invece Zac! Mazzata!
Avete presente quando dite “si sì mio figlio incrociando le dita sta bene”, e il giorno dopo si ammala. Oppure “in questo momento sto lavorando abbastanza”, e poi basta non hai più clienti per mesi, ecc ecc. Insomma, non so a te, ma a me capita sempre così.
Anche con questo blog è successa la stessa cosa: ho scritto massì la vita è bella, preghiamo mangiamo sano, facciamo l’amore….e Zac! Crisi.
Non avevo più nemmeno voglia di scrivere “sto blog”.
Poi sabato, stavo conducendo un corso sullo Spacecelaring a Milano, e una signora mi ha detto che ha deciso di iscriversi al mio corso perché aveva voglia di conoscermi, perché aveva letto il blog e le erano piaciute le cose che avevo scritto.
Luce.
E allora ho capito che forse un senso in questo blog c’era. Insomma anche negare la Luce sarebbe stupido!
E quindi come si fa? Boh. Non so più se ho voglia di dare risposte. 😊
Forse l’unica cosa è ricordarsi che siamo Luce e Ombra, che abbiamo aspetti luminosi, saggi, sereni e abbiamo aspetti bui, egoisti, depressi.
Assagioli è chiaro: c’è l’inconscio superiore e l’inconscio inferiore. Tutti e due gli inconsci sono importanti, ma attenzione: non identifichiamoci né con la luce né con le ombre, cerchiamo di stare nel centro e osservare le varie parti di noi.
Tanti anni fa Fiorella (la mia ex terapeuta, o come preferisco chiamarla maestra di vita) mi disse: per stare bene dovresti immaginare di andare in giro con una bambina di tre anni impaurita.
Perché mi chiederai?
Beh perché noi spesso ci identifichiamo in parti forti, in subpersonalità vincenti che ci permettono di lavorare, di prendersi cura degli altri, di guidare la macchina, di fare la spesa, di mandare avanti la vita insomma. Però non dobbiamo relegare in cantina la nostra parte bambina se no questa spunterà fuori più impaurita e infuriata che mai quando meno ce l’aspettiamo. C’è una mia amica che ogni giorno, o quasi, si compra un gelato… anzi lo compra alla sua parte bambina per tenerla buona!
In ciascuno di noi c’è una piccola bambina o un piccolo bambino che soffre (…)
Forse non ci curiamo da diversi decenni di quei bambini dentro di noi. Ma il fatto che lo abbiamo ignorato non significa che non sia comunque lì. Quella bambina o quel bambino feriti sono sempre presenti nel nostro intimo e cercano di attirare la nostra attenzione. (…)
Il bambino ferito chiede cura e amore, e noi invece ci comportiamo in modo opposto. Fuggiamo via perché abbiamo paura di soffrire, il blocco di dolore e dispiacere sembra sovrastarci. (…)
Parla alla tua bambina, o bambino, molte volte al giorno, solo così potrà guarire. Abbraccialo teneramente e rassicuralo che non lo lascerai di nuovo solo, senza attenzione; lo hai lasciato solo per così tanto tempo! (…)
Se impari a tornare a lei, o a lui, e ad ascoltarli attentamente ogni giorno per cinque o dieci minuti, la tua guarigione sarà possibile.
Thich Nhat Hanh
se ti interessa il libro di Thich Nhat Han clicca qui
Il destino é una storia scritta da qualcun altro per noi o un’avventura che dipende interamente dalle nostre azioni?
É sicuramente uno dei temi filosofici che accompagna l’uomo fin dall’antichità e fonte ispiratore di letteratura e copioni cinematografici (tra questi il primo che mi viene in mente é il film “Matrix” tutto improntato sul “libero arbitrio”).
Il dilemma esistenziale non si risolve certo in un post, ma quando ho sentito per la prima volta la poesia del maestro di yoga Swami Sivananda sono stato un po’ meglio:
“L’uomo semina un pensiero
e raccoglie un’azione;
semina un’azione
e raccoglie un’abitudine;
semina un’abitudine
e raccoglie un carattere;
semina un carattere
e raccoglie un destino.”
Ho trovato questa poesia straordinariamente potente perché con la massima semplicità e logica mi aiuta a collegare i più piccoli pensieri della giornata a quello che mi succede nella vita.
Ad esempio venerdì scorso ero salito al volo sul treno Intercity che mi riportava a casa dopo una trasferta fuori città: avevo fatto una corsa per non perderlo ma avevo sete e non ero riuscito a comprare l’acqua, l’unica consolazione era che c’era il servizio a bordo del treno che mi avrebbe “ristorato”.
Quando è passata la cameriera del servizio treno con le bevande, però, mi ha saltato a piè pari senza chiedermi cosa desideravo da bere e andando a servire persone dopo di me. Una parte di me si è subito indisposta ed ho avuto dei pensieri di rabbia verso la povera cameriera:
“Ma come li scelgono qua i dipendenti? Questa sta proprio dormendo…”.
Me ne sono accorto, ho fatto tre respiri ed ho scelto di pensare che si fosse trattato solo di una disattenzione:
“Bè, non deve essere facile ricordarsi chi si ha già servito e chi si deve ancora servire visto che a ogni fermata che fa il treno ci sono persone che salgono e che scendono…”.
Così le ho chiesto con calma se poteva darmi da bere e lei si è scusata per avermi saltato e mi ha versato l’acqua.
La parentesi si è chiusa subito e sono riuscito immediatamente dopo a concentrarmi di nuovo nella lettura del libro che avevo interrotto.
Arrivato a Verona è successa una cosa che non mi era mai accaduta: scendendo dal treno c’era la cameriera che aspettava le persone che uscivano dalla carrozza e le salutava, come in aereo!
Ha così salutato anche me con un sorriso che ho ricambiato mentre ringraziavo me stesso per non essere stato scortese con lei, neanche nei pensieri!
Delle volte non cedere all’irritazione e alla rabbia ci salva da malumori gratuiti e da sensi di colpa autoprovocati.
Mi piacerebbe imparare a lasciar correre l’irritazione di fronte alle piccole cose “negative” che mi succedono, e sarebbe fantastico se questo diventasse “un’abitudine”, come dice il maestro Sivananda, così sì che mi assicurerei un “destino” tranquillo!
Per farlo ho trovato bell’esercizio che, quando mi ricordo, pratico:
“Prova a non dire niente di negativo su nessuno per 3 giorni,
poi per 45 giorni
poi per 3 mesi
e vedi cosa accade…”
Un’altra bella frase molto forte che ci ricorda il nostro “potere decisionale” è la poesia “Invictus” di William Ernest Henley (di cui riporto la strofa finale).
INVICTUS
“Non importa quanto sia stretto il passaggio,
quanto piena di castighi la vita,
io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.”
Un saluto a tutti i capitani della propria anima!
Alberto
È da tanto che volevo scrivere un post per mia nonna Gianna, poi rimandavo e rimandavo anche perché in questo blog c’era già il post di Alberto suo nonno Aldo, uno dei più belli (se poi vuoi leggerlo, clicca qui: “Cosa rimane di noi“). Oggi però sento che è arrivato il momento giusto.
Mia nonna è morta a 89 anni il 10 gennaio del 2008. L’ho aiutata a morire grazie a un sogno, perché era da alcuni giorni in quel letto e non riusciva ad andarsene. Aspettava l’Estrema Unzione, ma i miei genitori, che non sono religiosi, pensavano che siccome non era più cosciente, era troppo tardi, e non aveva più senso fargliela avere.
Due giorni prima era il mio compleanno: sono andata a casa dei miei e sono entrata in quella stanza. Lei, sdraiata a letto, era semi cosciente, però quando mi ha visto mi ha teso una mano e mi ha detto: “Ciao Tesoro!”.
La notte successiva ero molto agitata e ho fatto un sogno, sono sicura che l’anima di mia nonna mi stava chiedendo aiuto. Al mattino ho chiamato mia mamma e le ho detto di far andare da lei un prete. Dopo la visita del prete, tempo un paio d’ore, mia nonna è morta.
Al funerale, a Venezia, ho messo un cappello di lana arancione perché lei da lassù mi potesse riconoscere con facilità. Anche se era una giornata di gennaio c’era un sole meraviglioso mentre attraversavamo la laguna su una gondola accompagnando la salma. Il cimitero su quell’isola era pieno di fiori e sembrava un luogo dell’anima.
Mia nonna mi manca sempre, però io so che lei è con me ancora, solo in un’altra forma.
Quando passo dei momenti di crisi le chiedo sempre aiuto, e lei c’è.
Mia nonna è la persona che più nella mia vita mi ha fatto sentire amata.
Mia nonna abitava a Venezia, ma ogni due tre mesi veniva a trovarci a Verona e si fermava anche due settimane. Lei ci viziava: cucinava cibi prelibati, ci riempiva di regali, teneva la casa pulita e in ordine, dava mance a tutti, ci portava in chiesa ad accendere la candela. La sera io e mia sorella stavamo accovacciate con lei davanti alla TV a guardare telefilm gialli. A me dei telefilm non interessava nulla, però amavo stare così accoccolata con mia nonna che mi faceva i “massaggini” alle gambe, che mi diceva che mi voleva bene, che ero bella, intelligente, e soprattutto fortunata, anzi fortunella.
Mia nonna mi chiamava “amore” o “tesoro”, e quando usciva la mattina per andare a fare quattro compere chiedeva sempre: “Hai qualche desiderio?”.
Da quando era morto mio nonno, che non ho praticamente conosciuto, è rimasta sola. Lei raccontava sempre del grande amore che c’era tra lei e il nonno e dei 40 anni meravigliosi passati insieme, di come lui la coccolava, dei bei viaggi negli alberghi di lusso, dei regali, delle gite in vespa. Parlava così anche di suo padre, diceva anche che lui l’aveva viziata molto.
La cosa che mi colpisce di più adesso, ripensandoci, è di come lei riusciva a trattarsi con amore, a prendersi cura di sé e degli altri in un modo così dolce e spirituale…era incredibile! Anche se era rimasta sola era forte e amorevole. Pregava tutti i giorni, due volte al giorno, faceva i fioretti alla Madonna se qualcuno stava male per aiutarlo a guarire, e il venerdì non mangiava carne né dolci. Pregava anche per me e mia sorella: che non ci interrogassero o che andasse bene il compito in classe. Era una donna generosa in tutti i sensi. Era stata ricca per le rendite di famiglia, ma quando i miei genitori chiesero una casa più grande dove andare a vivere vendette una delle sue maggior fonti di reddito, una casa stupenda sul Canal Grande, per comprare a noi una casa col giardino. Anche se era diventata molto più “povera” continuò comunque a fare regali a tutti a vivere come una Signora: in quel periodo risparmiava tutto l’anno per riempirci di regali a Natale, ma non lo dava a vedere.
Quando io e mia sorella eravamo bambine giocava con noi a nascondino e ci cantava la canzone di Lady Oscar facendo un balletto buffissimo con le ciabattine numero 35 e la vestaglia verde. Faceva le pulizie cantando. Tutti le dicevano che era stonata, ma lei cantava lo stesso e diceva che se ne fregava.
In adolescenza mi ripeteva sempre che ero bellissima, di non preoccuparmi se ero bassa (come lo era lei del resto)…non c’è cosa più carina di una donna piccolina!.
Quando ero diventata grande e vivevo da sola a Milano ogni tanto prendevo un treno e passavo un weekend da lei. Iniziava a essere un po’ più vecchia e la compagnia le faceva piacere. Andavamo a teatro insieme, al Giorgione, e lei mi mostrava orgogliosa alle sue amiche. Mi faceva sentire come se io fossi qualcosa di meraviglioso. Nessuno mi ha fatto sentire così bella e importante come mia nonna.
Mi cucinava la soglioletta e un sacco cose deliziose, la sera, quando guardavamo la TV mi copriva sempre con un plaid.
Ogni tanto la accompagnavo in chiesa dove andava tutti i giorni a dare un salutino alla Madonna. Ricordo che si inginocchiava a fatica e pregava in silenzio con le mani giunte. Per salire a casa si faceva 5 rampe di scale con gradini altissimi, faceva fatica, ma diceva che la tenevano in forma. Era sempre elegante e curata, la piega fatta, il rossetto, la collana di perle, le pellicce, il profumo di Dior. Diceva che era una fifona, perché aveva paura delle malattie, dei medici, della morte, era autoironica si definiva la nonna golosetta per la quantità enorme di dolci che mangiava: poteva rinunciare alla cena ma non al gelato:)
Gli anni dopo che è morta ho avuto tanta paura di dimenticarmela. Finché ti ricordi una persona che non c’è più lei è ancora viva in te. Se il ricordo invece inizia a sbiadire è come se anche lei fosse meno presente. In realtà non l’ho affatto dimenticata, sono molto attaccata a tutti i suoi ricordi: li custodisco come beni preziosi. Ogni tanto guardo qualche fotografia e cerco di assimilare quell’espressione, quell’immagine per riaccendere l’amore per lei.
Come dice Tich Nath Han noi siamo i nostri genitori, e siamo anche i nostri antenati. Quando coccolo Lorenzo, quando gioco con lui a nascondino, quando gli compro qualche regalo in più, quando faccio l’elemosina, quando regalo le mie cose a chi ne ha bisogno … ecco lì io sono Eleonora, ma sono anche mia nonna Gianna.
Grazie nonna per tutto l’amore che hai seminato qui sulla terra.
Eleonora
“La sola cosa che si possiede è l’amore che si da”
Isabelle Allende
In un post precedente parlavo di come incontrare il Principe Azzurro, ok mi dirai tu faccio meditazione e preghiere tutte le sere e dove lo trovo adesso? Mi busserà forse alla porta? – Mi chiese un giorno una mia amica.
Bella domanda, potrebbe anche bussare, potresti conoscerlo sul treno o per strada, ma spesso i luoghi in cui si incontrano le persone con cui instaurare relazioni sono altri:
– il posto di lavoro
– la palestra
– a cena da amici
– a un corso
– in Università
– a scuola
– al mare
– in discoteca
– al bar
– a una terapia di gruppo
– su internet
– a un convegno
– durante un viaggio
Io penso che ci sia una via per incontrare persone giuste per noi. Se sei una persona che non esce mai di casa e il tuo passatempo è stare al computer, guardare la TV o leggere libri sdraiata sul divano tutto il giorno, è più difficile conoscere il Principe Azzurro!
Ma anche uscire per distrarsi dalle proprie sofferenze spesso non porta a grandi risultati: nella mia storia le relazioni nate sotto effetto dell’alcool in qualche bar o discoteca non hanno funzionato.
Come mai?
Forse perché non ero molto lucida, ero poco presente, forse perché fuggivo da me stessa. Gli altri sono un po’ il nostro specchio: se tu scappi da te magari incontri uno che scappa da sè, se affoghi i dispiaceri nell’alcool potrebbe farlo anche il tipo che ti sta offrendo un mojito.
Attiriamo gente simile a noi, c’è poco da fare.
Però, se noi decidiamo di metterci in cammino, possiamo trovare qualcuno che come noi è in cammino, ed è già un passo avanti!
Per me infatti sono state migliori le relazioni dove ho conosciuto un ragazzo quando correvo a un percorso della salute (mi prendevo cura del mio corpo), quando frequentavo a Venezia un festival del cinema (mi prendevo cura della mia creatività), frequentavo un corso d’inglese a Malta (mi predevo cura della mia mente), e infine, quella che ha funzionato a lungo è stata quella con mio marito, conosciuto a un corso di teatro (mi prendevo cura della mia creatività e mi avvicinavo alla spiritualità).
Quello che voglio dire è che per conoscere chi fa per te prima devi TU fare qualcosa per TE.
ESERCIZIO
Ora prendi un foglio e scrivi:
1.Elenca 5 hobby che ti sembrano interessanti
2.Elenca 5 corsi che ti sembrano divertenti
3.Elenca 5 cose che non faresti mai che ti sembrano divertenti
4. Elenca 5 abilità che sarebbe divertente avere
5. Elenca 5 cose che un tempo ti piaceva fare
6 Elenca 5 cose “folli” che vorresti provare almeno una volta nella vita
E ora, grazie agli spunti emersi dall’esercizio, fai qualcosa che ti faccia stare bene: iscriviti al corso che avevi sempre sognato (fotografia, tango, yoga, recitazione, disegno…) oppure se stai attraversando una crisi, e sei in cerca di risposte, inizia un corso di crescita personale (in un Centro di Psicosintesi per esempio, o dove meglio credi), vai a un convegno, a un ritiro da Tich Nhath Han, a fare il Cammino di Santiago…
Fai qualcosa che ti piace, fai qualcosa per te, fai qualcosa che ti faccia cantare il cuore…proprio li potresti trovare il Principe Azzurro!
Eleonora