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UNA QUESTIONE DI VIBRAZIONI


L’altro giorno ero un po’ affranta perché quest’inverno è stato piuttosto pesante per via di mille virus che ci hanno contagiato: partiva Lorenzo con qualche malanno preso all’asilo, poi a ruota si ammalava Luce, poi io e infine Alberto. E così per mesi. 

“Ma perché ci dobbiamo sempre ammalare tutti, non dovremmo aver sviluppato gli anticorpi?” Mi chiedevo sconsolata. 

Ho deciso quindi di ritirarmi in una meditazione per cercare di capire il perché di questo periodaccio. 

Durante la meditazione è emerso che la malattia dei piccoli crea un po’ uno shock in noi adulti, più sono piccoli e più ci preoccupiamo, e la preoccupazione genera ansia, indebolisce il corpo. Poi si fanno le notti insonni, e per compensare la frustrazione magari si mangia male. Ed ecco che le vibrazioni energetiche scendono e si diventa stanchi, irritabili, si litiga e si entra in un clima stressante al ribasso dove non c’è posto per l’amore per la pace e per la gioia. 

Ho capito che ciò che più rafforza il sistema immunitario è la pace interiore e la gioia, per cui, quando un piccolo si ammala dovremmo immediatamente prenderci cura anche di noi: mangiare bene, fare piccole pratiche quotidiane che ci fanno vibrare su onde positive. 

Questo circolo virtuoso verso l’alto, o vizioso verso il basso, avviene sempre quando succede qualcosa di stressante e spiacevole, non solo le malattie di stagione. Anche essere preoccupati per il lavoro, per i soldi, per delle relazioni problematiche con parenti o amici… tutte queste cose ci indeboliscono e se non agiamo in fretta per rimetterci in pace ci troveremo scarichi e dentro il circolo dei “vizi compensatori” che abbassano l’energia. 

Quando la tua energia è bassa hai bisogno di una buona dose di VOLONTÀ per uscire da quello stato e  metterti a fare pratiche che ti fanno stare meglio. 

A me fa bene scrivere, fare yoga, fare meditazione, disegnare, fare una passeggiata lungo il fiume, andare al lago. Ciò che mi sembra mi faccia bene ma in realtà mi scarica è: stare su Facebook, guardare spesso il cellulare, mangiare dolci, chiamare amiche che stanno peggio di me e lamentarsi insieme. 

C’è una realtà sottile che ci governa sia che ne siamo consapevoli o meno: se siamo negativi attiriamo eventi negativi se siamo positivi attiriamo eventi positivi. Attenzione non vuole dire che devo far finta di stare bene quando sto male, e se ho la gastroenterite e mi chiedono “Come va?” rispondere “Benissimo!” Questo equivarrebbe a mentire a noi stessi e agli altri. Finiremo per generare una bella confusione mentale e per negare le nostre emozioni dolorose. Essere sinceri e dire la verità è il primo passo per stare bene. Però se io preferisco passare un’ora al telefono con un’amica lamentandomi di quanto sono sfortunata invece che ascoltarmi e darmi amore per uscire dal mio circolo vizioso non sto aiutando me stessa (né la mia povera amica!). 

La via giusta è dirsi per esempio: “Eleonora, che periodaccio! Cosa puoi fare per stare bene? Cosa ti farebbe felice oggi?”.

Questo semplice insegnamento non è mai abbastanza seguito. Tutti i maestri spirituali affermano che se stai male e se sei dominato da emozioni di rabbia, di tristezza e di ansia per prima cosa devi tornare a te stesso.

Devi cercare la pace. 

Muoversi nel mondo pervasi dall’ansia e dalla tristezza non può fare altro che generare altra ansia e altra tristezza e seminarla in giro. 

Se stiamo male dobbiamo fermarci. 

Abbiamo tutti gli strumenti interiori per trasformare le nostre emozioni. Una preghiera, una meditazione, scrivere un diario, passeggiare nella natura. 

Tutti possiamo fare qualcosa per noi. Solo se abbiamo fatto qualcosa per noi potremo fare qualcosa anche per gli altri.

“Se ad ogni bambino insegnassimo a meditare, elimineremmo la violenza dal mondo nel giro di una generazione” dice il Dalai Lama

Certo, saggissime parole, ma prima di insegnarla ai bambini dobbiamo praticarla noi!

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ESSERE SE STESSI


Devo ringraziare Carla Fani per una bella conferenza tenuta ad Arezzo dal titolo “Non posso piacere a tutti” che poi è stata filmata e riproposta online. 

Questa conferenza mi ha fatto riflettere molto sul tema della propria integrità personale. 

Rendersi conto che non si può piacere a tutti è molto liberatorio.

E soprattutto è liberatorio sapere che non si deve per forza piacere a tutti

Possiamo tirare un sospiro di sollievo.

Carla ci ricorda che alle volte ci indigniamo perché non siamo simpatici a questo o a quello, ma anche noi abbiamo a pelle simpatie e antipatie. Le sensazioni a pelle a volte derivano dal fatto che siamo tipologie simili che si attraggono da subito, o tipologie, magari molto diverse, che si respingono. Oppure ci sono delle proiezioni che facciamo inconsciamente gli uni sugli altri: posso proiettare, mia madre, mio padre, mia sorella e persino mia nonna e il rapporto che avevo con loro, ed ecco che una persona ci sembrerà molto simpatica e altre ci daranno fastidio solo a vederle. 

Certo, può essere molto interessante analizzare sia tipi umani che proiezioni, e analizzando ciò possiamo imparare qualcosa in più su di noi. Ma non bisogna sempre analizzare tutto. Sapere che non si può piacere a tutti è già un passo avanti verso la maturità. 

Che strano, ma non sono quelli che piacciono a tutti le persone più mature? Si potrebbe obiettare.

Da un certo punto di vista se una persona è centrata e ben predisposta verso il genere umano sicuramente è più matura e avrà delle buone relazioni. Ma bisogna fare attenzione e distinguere una persona che piace perché è matura e spiritualmente evoluta, da una che è semplicemente molto compiacente e magari nel suo interiore si vive delle battaglie senza fini. In questo caso il voler piacere a tutti i costi denota in realtà immaturità e insicurezza oltre che una buona dose di narcisismo. Si ha paura che se gli altri non ci apprezzano noi “non valiamo”, abbiamo bisogno delle gratificazioni continue da parte delle altre persone e per questo cerchiamo di farci tutti amici, di essere carini e gentili. 

Ma a che prezzo? 

Al prezzo della nostra integrità. 

Essere integri significa essere se stessi, vuole dire avere il coraggio di dire quello che si pensa, di viver le proprie emozioni senza nasconderle, vuol dire anche accettare di non essere perfetti. Certo non è che per essere integro devo andare a seminare sofferenza in giro ferendo le persone, però è preferibile essere sinceri con noi stessi, e con gli altri, piuttosto che essere compiacenti.

Dentro di noi ci sono due parti, una parte più evoluta e in contatto con l’Amore Universale, il Sè, che ama in modo incondizionato. Poi c’è quel bambino ferito che pesta i pedi che vorrebbe piacere a tutti, anche a quelli che lui stesso detesta. 

La maturità sta nel saper accettare tutte le parti di noi, accoglierle così come sono: bisogna andare verso l’evoluzione senza voler essere meglio di ciò che siamo, senza far finta di essere di più, ma anche senza svalutarci perché non siamo perfetti, senza disperarci se non lo siamo. 

Essere umani, veramente umani, diceva Alberto Alberti, significa proprio essere consapevoli di avere dei limiti e delle potenzialità, e volerci bene così come siamo, aggiungo io.


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UNA PRATICA PER AFFRONTARE I TURBAMENTI: L’APPREZZAMENTO

Il miracolo non è quello di camminare sulle acque, ma di camminare sulla terra verde nel momento presente e d’apprezzare la bellezza e la pace che sono disponibili ora.
(Thich Nhat Hanh) 


Quando attraverso un momento difficile, che mi crea turbamento e paura, c’è una pratica che mi aiuta a ricontattare la serenità: la pratica dell’apprezzamento.

In genere quando abbiamo un problema tendiamo a vedere solo quello, e. la nostra mente continua a proporci il problema come se continuando a pensarci fosse più facile trovare delle soluzioni. In realtà alcune volte è meglio “staccare la spina” dal problema e volgere la nostra attenzione a qualcosa che ci rimetta in contatto con le cose belle della nostra vita.

Possiamo provare a soffermarci sulle cose belle che possediamo o con cui entriamo in contatto ogni giorno.

Ad esempio da qualche mese ho riniziato ad andare in ufficio a piedi e mi capita di interrompere i pensieri vorticosi e le preoccupazioni e di riuscire a soffermarmi sulla bellezza che mi circonda, dal riflesso del sole nel fiume che costeggio la mattina, ai gabbiani che in piccoli stormi volano leggeri sopra le acque.

In questi momenti sorge spontaneo in me un senso profondo di gratitudine per tutto quello che mi circonda e un sentimento di apprezzamento per la vita.

L’apprezzamento è una qualità interiore, ma come tutte le risorse può essere allenata.

Per capire quanto siamo in grado di apprezzare ciò che abbiamo possiamo provare a fare una semplice pratica: prendiamo carta e penna e scriviamo 10 cose che apprezziamo nella nostra vita “di getto”.

Se riusciamo subito vuol dire che siamo già in contatto con gli aspetti positivi della nostra esistenza. Se fatichiamo un po’ a trovare 10 cose che apprezziamo nella quotidianità, allora potremo cercare di sviluppare questa capacità.

Per farlo, in prima battuta, possiamo chiedere l’intervento di una nostra grande alleata: “la mente”.

Grazie alla mente potremo ampliare lo spazio delle cose che apprezziamo lavorando in due modi: in positivo o per difetto.

1. Lavorare in positivo.

Lavorare in positivo significa sviluppare la ‘presenza’.

Sii riconoscente per tutto quello che si manifesta nella tua vita. Sii pieno di stupore e apprezzamento per tutto quello che vedi.
(Wayne W. Dyer)

Durante il giorno possiamo concentrarci sulle cose che vediamo e che ci piacciono, cominciando prima a ‘notarle’ e poi ad ‘apprezzarle’.

Io oltre ai panorami, apprezzo i bellissimi palazzi storici che costeggiano le vie principali di Verona, la brioche alla marmellata che gusto nel mio bar preferito in centro, le stelle che luccicano nella notte dopo una giornata di vento che ha spazzato via le nubi, l’acqua fresca che esce dal rubinetto e che mi disseta quando ho la gola secca, il caldo del sole sulla pelle del viso in inverno, il viaggio mattutino per portare Lorenzo all’asilo, …

Tutte queste piccole cose accendono in me un fuoco di profonda gratitudine per tutto ciò che fa parte della mia vita oggi.

2. Lavorare per difetto.

Un altro modo per sviluppare l’apprezzamento è lavorare per difetto.

Noi non apprezziamo il valore di ciò che abbiamo mentre lo godiamo; ma quando ci manca o lo abbiamo perduto, allora ne spremiamo il valore.
(William Shakespeare)

Possiamo provare ad osservare quello che abbiamo e immaginare come staremmo se, da quella sera, dovessimo perdere tutto.

Ad esempio a me capita di farlo con la famiglia: come starei se non ci fosse più mia moglie ed i miei figli?

Quando torno a casa dall’ufficio dopo che ho fatto questo pensiero, il mio cuore è colmo di gioia nel rincontrarli e sapere che stanno tutti bene.

Anche in questo caso mi viene da ringraziare la vita per questi preziosi doni che ho.

Oltre che sulle persone, possiamo ripetere questo esercizio  anche per le cose che possediamo: dalla macchina al lavoro, dal telefonino alla salute… Questa pratica serve per focalizzarci sulle cosche veramente contano nella nostra vita, ridimensionando dei problemi che alcune volte visti sotto questa luce non sono poi così grandi.

All’inizio la pratica degli apprezzamenti potrà sembrarci un po’ meccanica, ma pian piano diverrà sempre più naturale.

Dopo qualche tempo arriveremo ad un punto in cui l’apprezzamento fluirà in noi senza partire dalla mente, ma sgorgando direttamente dal cuore.

Raggiungere questo stadio ci permetterà di entrare in contatto con un grande senso di pace interiore e, anche se nella nostra giornata avremo qualche turbamento, ci sarà più facile ritornare in contatto con le cose belle della vita e con il nostro buonumore.

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SPARLARE DEGLI ALTRI


Uno dei passatempi più frequenti nei gruppi di amici e di conoscenti è quello di parlare male di altre persone che non sono presenti. 

Parlare alle spalle. 

Bene o male a tutti è capitato dai tempi delle elementari, se non prima, di parlare alle spalle di qualcuno e di essere vittima di chiacchiere altrui. 

Se sparli provi un sottile piacere e senso di superiorità, se vieni a sapere di qualcuno che ha parlato male di te ti senti profondamente ferito. 

Questa pratica nonostante semini sofferenza viene perpetuata in più o meno tutti i gruppi. 

E diciamo la verità, quante volte ci siamo trovati anche noi a farlo e soprattutto a divertirci nel farlo?

Nel mio lavoro di crescita personale mi sono trovata negli ultimi anni a desiderare molto di perdere questa abitudine, anche se ammetto che non è facile perché questa inclinazione è molto radicata in tutti noi. Ho cercato allora di carpire da dove ha origine questa abitudine umana e come fare per mettere un freno a una delle parti peggiori di me. 

Innanzi tutto c’è da dire che ognuno di noi ha un innato senso di inferiorità e un innato bisogno di prestigio. Quanto più il senso di inferiorità è grande tanto più c’è bisogno di primeggiare sugli altri. L’origine psicologia di ciò risiede nel fatto che noi tutti, da bambini, ci siamo sentiti schiacciati dai nostri genitori che potevano decidere per noi e molte volte non prendevano neppure in considerazione i nostri bisogni e i nostri desideri. Nasce quindi un nomale senso di inferiorità. Generalmente ogni persona però sente dentro questo senso di inferiorità, ma pensa che gli altri non ce l’abbiano, quindi prova invidia nei confronti di altre persone che all’apparenza ci sembrano più sicure. Ma anche gli altri in realtà non si sentono così sicuri. 

Siamo umani, siamo esseri imperfetti e feriti quindi vi assicuro che siamo tutti nella stessa barca.

È molto difficile per l’io accettare una posizione di inferiorità. Chi si sente inferiore ricorrerà alla “svalutazione dell’altro” in modo da mettersi in una posizione più elevata. Più è accanita la competizione, maggiori sono la gelosia e l’invidia, più cercheremo di svalutarci a vicenda.[…]

Ma la domanda giusta da farsi è “Perché dovrei disprezzare questa persona?” Il che significa: “Quale senso di inferiorità ho dentro di me, che mi debba far svalutare un altro per sopravvalutare me stesso?”

(Rollo May, L’arte del Counseling)

Le chiavi per uscire da questa abitudini malsane secondo me sono tre:

  1. Non condanniamo la nostra parte piccola che ama sparlare: è una parte insicura che ha bisogno di affetto, accettiamola anche con un po’ di ironia.
  2. Rendiamoci conto che nessuno è perfetto: tutti hanno pregi e difetti, noi per primi! Evitiamo quindi di focalizzarci sul peggio degli altri. Perdonare il peggio degli altri è giusto come è giusto perdonare il peggio di noi.
  3. Facciamo appello al nostro Sè transpersonale, alla parte migliore di noi. Tutti abbiamo dentro una parte saggia e evoluta che vuole amare e farsi amare, che non ama fare male agli altri, ma vorrebbe solo fare del bene.

Quando ci troviamo a essere tirati dentro, da altri, nello sparlare, non giudichiamo con cattiveria chi sparla, guardiamolo con indulgenza come un bambino ferito che si sente piccolo e magari diamogli ascolto per vedere se possiamo cogliere dietro alle sue parole una sofferenza.

 Capire che dietro a questa abitudine c’è un malessere ci può aiutare a accogliere senza giudicare. Può essere anche utile dire: “Sì certo Tizio/a ha effettivamente tanti difetti e sofferenze ma a me di lui/lei piace questo…”. Ricordare all’altro che tutti abbiamo punti di forza e punti di debolezza può essere utile.

Quando vediamo che questa tendenza allo sparlare si riattiva in noi cechiamo di volerci più bene, a tranquillizzarci che andiamo bene così, che non abbiamo bisogno di affossare nessuno per sentirci più forti, che non dobbiamo sentirci minacciati. Mettiamo anche noi stessi in contatto con le nostre risorse. Se ci amiamo e sentiamo di valere sarà più facile provare empatia per le altre persone con tutte le loro difficoltà.

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LE COAZIONI A RIPETERE


A molti di noi sicuramente sarà capitato di notare che nella vita molte situazioni spiacevoli si ripetono continuamente senza che apparentemente si possa fare nulla per modificarne l’infausto destino. 

Può capitare di essere mollati dallo stesso tipo di persone, di essere traditi, di perdere il lavoro, di non riuscire a passare un esame, di non ricevere il giusto riconoscimento per il nostro lavoro o di non avere mai un aumento di stipendio… 

La psicologia dà un nome a questi avvenimenti e afferma che la causa di queste ripetizioni ha sede nel nostro inconscio.

Anche i cammini spirituali affermano che nella vita, finché non abbiamo imparato una lezione, questa tende a ripresentarsi, sempre uguale, fino a che non l’abbiamo compresa, fino a che non abbiamo vissuto consapevolmente le emozioni ad essa legate e le abbiamo accettate. 

Se le emozioni (in genere rabbia e tristezza) vengono rimosse, e quindi cacciate giù nell’inconscio, saremo costretti a rivivere una situazione simile, per vedere se questa volta saremo più bravi, e spesso la situazione sarà sempre più dolorosa.

Ma cosa significa tutto ciò?

Dobbiamo arrenderci a vivere come criceti su una ruota, (come diceva una mia amica)? 

In realtà prendere consapevolezza dei nostri vissuti e renderli consci ci può aiutare a cambiare il nostro destino e ciò che ci sembrava una sventura può trasformarsi in una grandissima opportunità: possiamo essere noi, in larga parte, gli artefici della nostra vita. 

Conosci, possiedi e trasforma te stesso, diceva Roberto Assagioli, il fondatore della Psicosintesi.

In questo momento sto leggendo Il sentiero del risveglio interiore di Eva Pierrakos, dove si trova spiegato molto bene il meccanismo della coazione a ripetere: mi piacerebbe riuscire a trasmetterlo in modo semplice. 

Noi tutti abbiamo dentro un bambino ferito che non è stato amato e riconosciuto come doveva. Sono veramente pochi quelli che in qualche modo non sono stati feriti dai loro genitori. I nostri genitori possono anche aver fatto del loro meglio per farci felici, ma essendo loro stessi esseri imperfetti e feriti hanno sicuramente fatto molti errori, se così li vogliamo chiamare.

Il nostro bambino interiore aveva bisogno di amore, rispetto, riconoscimento e queste cose gli sono arrivate solo in parte. Crescendo, nella vita, questa parte ferita di noi che è rimasta immatura, spera di riscattare il passato col presente pretendendo che gli altri, o la vita stessa, gli diano amore e riconoscimento oltre misura, anche per compensare ciò che non ricevette in passato.

In questo atteggiamento di pretesa c’è una forzatura, un pestare i piedi, un volere che gli altri siano perfetti, che si pieghino al nostro volere, e anche che la vita sia perfetta.

Questo atteggiamento infantile è fallimentare per due motivi:

  • da una parte crea resistenza nelle persone che ci stanno a fianco e che istintivamente ci negano ciò che chiediamo in mondo “prepotente” (chiediamo di essere amati e non ci amano, chiediamo un aumento e non ce lo danno, chiediamo di essere cercati e nessuno ci telefona…),
  • dall’altra parte, anche se ottenessimo ciò che esigiamo, non colmeremo mai la ferita infantile perché questa non si può colmare in questo modo e saremo quindi costretti a cercare ancora amore, ancora riconoscimento come se volessimo riempire un anfora bucata.

E allora come uscire da questi meccanismi?

Per prima cosa bisogna individuare quando abbiamo nuovamente messo in atto una dinamica ripetitiva (anche andare a cercare sempre un tipo di partner che ci rifiuta, e non considerare chi invece è interessato a noi, è una colazione a ripetere) e capito questo meccanismo ci dobbiamo disidentificare, come si dice in Psicosintesi. Disidentificarsi vuol dire prendere distanza da quella parte di noi, osservarla da fuori, e magari dire: “Guarda ci sono caduta anche questa volta, la mia parte bambina pretende questo!”

Certo, se sentiamo di non riuscire a fermare il treno in corsa e di non riuscire da soli a uscire da una situazione di stallo che dura da tanto tempo può essere importante chiedere aiuto a un terapeuta a una guida o un counselor. Chiedere aiuto non è segno di debolezza ma di forza: tutte le persone che oggi sono sagge hanno lavorato su di sè, con qualcuno, per parecchio tempo.

Come seconda cosa bisogna imparare a dare a noi stessi amore e riconoscimento.

C’è una parte di noi, il Sè transpersonale, che ci ama in modo incondizionato e che ritiene che noi siamo esseri unici e meravigliosi. Questa parte ci ama indifferentemente se siamo stati buoni o cattivi, e se i nostri genitori non ci hanno amato o non ci hanno guardato a sufficienza. 

Contattare questa parte profonda non è sempre facile, ma tutti possono farlo. Un aiuto può essere stare in silenzio in mezzo alla natura, al mare, lungo un fiume o in un bosco, o anche starsene sdraiati sul divano ascoltando il propio respiro. Fare questo spazio interiore ci può aiutare a ritrovare questa parte di noi che ci ama, l’unica in definitiva che ci può rendere felici.

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COME TROVARE IL TEMPO PER NOI STESSI?

“Tempo, tempo, se solo avessi più tempo… allora sì che potrei fare quello che voglio… ma non ho tempo, mi manca il tempo…”

Quante volte nella vita (o anche nell’arco di una giornata) diciamo a noi stessi che il nostro problema principale è quello di non avere tempo?

Tempo per i nostri progetti personali, tempo per viaggiare, tempo per stare con le persone a cui vogliamo bene, tempo per lo sport, per i nostri hobby, per dormire, per stare un po’ fermi a non far niente…

Sicuramente il tempo è molto importante, è la risorsa più preziosa:

“Il tempo è più prezioso del denaro.

Puoi fare più denaro, ma non puoi avere più tempo”    (Jim Rohn)

Ma il tempo, di per sé, non ha un valore in senso assoluto: il suo valore può essere misurato in funzione di come lo utilizziamo.

Con la ‘gestione’ del tempo personalmente ho vissuto dei periodi di conflitto: c’erano dei momenti nella vita dove sentivo di dover fare duecento cose al giorno, e allora lavoravo, studiavo, facevo sport, uscivo la sera con amici, anche con compagnie diverse la stessa serata, e più attività facevo più sentivo che mi mancava tempo per altre duecento attività che stavo trascurando e avrei voluto fare…

Poi arrivavano inesorabilmente altri momenti in cui ero esaurito e trascorrevo pomeriggi sdraiato in spiaggia senza fare nulla a sentire le onde del mare…

Come dice Andrea Giuliodori nel libro “Riconquista il tuo tempo” ci sono tre tipi di tempo: il “tempo pieno”, il “tempo vuoto” e il “tempo sprecato”.

Il “tempo pieno” è quello in cui siamo concentrati a svolgere attività che ci piacciono, o che sono per noi importanti. È il tempo che usiamo per raggiungere i nostri obiettivi, ed è quindi un tempo ‘sacro’.

Il “tempo vuoto” è quello che ogni tanto ci concediamo quando ‘riempiamo il pozzo’ della nostra creatività, come dice Julia Cameron nella “Via dell’artista”: quando ad esempio camminiamo da soli e ci guardiamo intorno, quando trascorriamo qualche momento in mezzo alla natura… anche questo è un tempo ‘sacro’.

Poi c’è il mitico “tempo sprecato”, quello che gettiamo via dietro a distrazioni tipicamente legati al mondo dei social, attaccati ai cellulari, a guardare l’ultimo video ‘virale’, a leggere i pettegolezzi sui personaggi famosi o su qualche vecchia conoscenza che ‘spiamo’ su Facebook…

Spesso confondiamo il “tempo vuoto”, che è fondamentale per ricaricare la nostra energia e creatività, con il “tempo sprecato”, che, invece di rigenerarci, dietro una apparente promessa di distrazione gioiosa ci consuma rendendoci più depressi e annoiati.

La prima domanda che dobbiamo porci quando diciamo che siamo senza tempo è quindi: “senza tempo per fare cosa?”

Se dedichiamo il nostro tempo alle emergenze, passando da una all’altra ininterrottamente, ci capita di esaurire velocemente le nostre energie e ci ritroveremo a distrarci (magari andando un po’ su Facebook o facendo shopping on-line…) pensando così di stare meglio, mentre in realtà ci stiamo tuffando nel “tempo sprecato” che ci fa stare ancora peggio.

Per non cadere preda delle emergenze dobbiamo fermarci a pensare quali attività siano realmente importanti per noi. Io lo faccio a inizio settimana, e pianifico i momenti da dedicare a quelle attività (“tempo pieno”) che fanno si che alla fine della giornata mi senta più gratificato.

Quelle attività comprendono sia obiettivi lavorativi che personali: la scrittura, la lettura, il tempo che dedico alla mia famiglia, alla meditazione ed agli sport.

Poi cerco di riservarmi un pochino di “tempo vuoto” (il più difficile per me da ricavare!) e per questo da inizio anno ho preso l’abitudine di andare in ufficio a piedi: in quei 15 minuti cerco di non fare altro se non camminare, senza telefonare o ascoltare la musica, e lascio la mia mente libera di riposare un po’.

Al fine di ridurre il “tempo sprecato” ho poi tolto inoltre le “notifiche” dai principali social network (Facebook, Linkedin, Instagram) ed anche da Whatsapp, così non devo rincorrere gli ‘allarmini’ quando compaiono sul telefonino, ma sono io a scegliere i momenti di distrazione (eh si, devo ammettere che non sono ancora a 0 sul “tempo sprecato”, ma mi voglio bene lo stesso!).

Riuscire a dedicare un po’ di tempo alle nostre attività vedo che mi aiuta a raggiungere i miei obiettivi, lasciarmi un po’ di tempo vuoto (e camminare) allenta lo stress e sento in generale di vivere una vita più ricca e soddisfacente.

Come diceva Abraham Lincoln: “Alla fine, ciò che conta non sono gli anni della tua vita, ma la vita che metti in quegli anni”.

Alberto

Il tempo è gratis ma è senza prezzo.
Non puoi possederlo ma puoi usarlo.
Non puoi conservarlo ma puoi spenderlo.
Una volta che l’hai perso non puoi più averlo indietro.
(Harvey MacKay)

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