Ieri sera sono andata a fare la spesa.
Erano circa le 18.30, ho lasciato Luce, sei mesi e mezzo, a casa con Jacklyn, la babysitter, e mi sono recata verso il Supermercato.
Improvvisamente sono stata presa da un senso di vuoto e anche da un senso di ansia.
Il mio cervello ha messo subito insieme i pezzi come tanti tasselli di un puzzle: stanchezza, sonno arretrato, calo di zuccheri, ora critica del tramonto, Alberto che sarebbe rimasto fuori a cena con gli amici, Jacklyn che sta per partire per le Filippine e starà via due mesi, la Mercy che è già nelle Filippine, Marina Luca e Ale in procinto di trasferirsi a Milano, i miei che stanno un mese in Sicilia, la separazione da Luce dopo una giornata sempre attaccate.
Un bel puzzle che composto crea tre parole: FERITA DI ABBANDONO.
Ebbene sì, anche dopo più di dieci anni di lavoro personale ogni tanto la simpatica ferita si riattiva.
Vabbè, come direbbe Thich Nhat Han, ho pensato: “Buonasera ferita, so che ci sei, so che passerai…Devo fare solo due commissioni veloci, e poi torno a casa dai bambini”.
I bambini, già… quante volte con la loro presenza sono loro ad accudire te?
O forse, accudendo loro, in fondo, accudisci anche te stessa e la tua parte bambina?
Avevo invitato Jacklyn a mangiare la pizza con noi, infatti si sarebbe fermata fino alle 22.00 in mondo che io potessi addormentare Lorenzo per poi dedicarmi a Luce…di solito la staffetta passa da me ad Alberto. Jacklyn era contenta dell’invito, quasi una cena di saluto prima della sua partenza, e Lorenzo ancor più contento di lei.
“Mi prenderò qualcosa da mangiare subito al supermercato in modo da contrastare intanto il calo di zuccheri”, penso.
Davanti al Supermercato c’è un nero, forse senegalese, che chiede l’elemosina. Lo saluto velocemente, senza quasi guardarlo in faccia e non mi sembra il solito, quello a cui l’altro giorno ho dato due euro. Faccio la spesa e mentre metto “i pan schiocco” nei sacchetti ne prendo altri due alle olive e li metto in un sacchetto separato per quel ragazzo. All’uscita glieli porgo guardandolo negli occhi: forse ora che gli sto regalando qualcosa ho il coraggio di guardalo in faccia. Prende il sacchetto e mi ringrazia sorpreso e felice.
Sorrido tra me e me: ha funzionato ancora una volta, il senso di abbandono diminuisce un pochino.
Passo davanti al fruttivendolo, vedo quell’altra ragazza nera, forse nigeriana, che fa un cenno di saluto, anche lei chiede l’elemosina ma senza coraggio, sta più che altro ferma lì, non dice quasi nulla. L’altro giorno mi ha aiutato a entrare nel negozio: c’è un gradino alto, il passaggio è stretto e io e Luce giriamo con un passeggino che sembra un ”Suv rosa”. “Non le ho mai dato nemmeno un euro”, penso.
Arrivo da “Acqua e grano”, e prendo un bel pò di pizza al taglio: margherita per me e Lorenzo e salamino piccante per Jacklyn. Cercando di ficcare il pacco gigante della pizza nel sacchetto della spesa mi esce quello con i pan schiocco, e mi ricordo che devo mangiarne uno e contrastare il calo di zuccheri. Esco dalla pizzeria addentando il panino e decido di offrine uno alla ragazza nigeriana. Lei subito fa cenno di no imbarazzata, poi vede che io lo sto mangiano di gusto e alla fine accetta…mi sorride.
Mi sento meglio, la ferita di abbandono si rimargina ancora un pochino.
“Non è difficile penso, quando stai male se dai amore agli altri ti curi”, e mi viene in mente quel Post che girava nel web tempo fa che invitava a “praticare gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso” e di come si creava una catena di gentilezza e generosità che cambiava l’energia del mondo.
Arrivo a casa, nonostante quel senso di abbandono passo una serata piacevole: Lorenzo è felice che Jacklyn mangi la pizza con noi, lei molla un po’ quella riservatezza di sempre e accetta di bersi insieme a me anche una Radler, Luce è tranquilla. Lorenzo, distrutto dalla stanchezza, si addormenta alle 21.20, così mando a casa Jacklyn prima del previsto e rimango un po’ sul lettone con Luce, le faccio le coccole e ridiamo insieme. Per ingannare il tempo avevo messo su anche una lavatrice e mentre mi allontano per recuperare lo stendino Luce piangiotta e poi mi chiama: “Ammmammma!!”.
Tuffo al cuore, torno indietro e la abbraccio….ho sentito bene…mi ha chiamato MAMMA.
Ormai lo so bene, quando affronti una ferita la vita ti da indietro un dono speciale, il primo “mamma” di mia figlia… proprio stasera.
E cosa può curare meglio una ferita antica se non un nuovo amore?
L’altro giorno chiacchieravo con una amica che non vedevo da anni sul tipo di vacanze da fare con i figli. Marianna e il marito sono appassionati di viaggi, tanto che hanno fatto il Coast to Coast quando la loro primogenita aveva 8 mesi, e il giro del Messico qualche anno dopo con il secondo figlio di un anno e mezzo. Le dicevo che ero ammirata dalla loro spensieratezza nel fare viaggi del genere con bimbi piccoli, che io non li farei mai, perché mi verrebbe l’ansia, tanto che ho deciso di prendere una casa al lago a 40 minuti da Verona per non dover più viaggiare e fare sbattimenti con bambini piccoli.
Ciò che mi ha colpito di più è che non ero assolutamente a disagio nel raccontare che i viaggi mi mettono l’ansia, che ho fatto dei viaggi bellissimi quando non avevo figli, ma non senza somatizzazioni varie, e che adesso non ne ho nessuna voglia.
Tempo fa, guardandomi da fuori, mi sarei giudicata “una schiappa” in confronto a Marianna: ora non faccio più confronti, ammiro il suo coraggio, ma non vorrei essere diversa da come sono, mi va bene la mia vita tranquilla con la casa al lago.
L’altro mese ho girato un video per i genitori dell’asilo e nel masterizzare i dvd ho fatto un banalissimo errore per cui i dvd non si leggevano nel 90% dei computer. Certo un po’ mi sono vergognata, ma poi ho ammesso pubblicamente l’errore e ho rimasterizzato i dvd corretti. Nessuno ha fatto una piega. Tempo fa forse avrei pensato che la gente mi credeva una “incapace poco professionale”.
Non so cosa è successo, so solo che ciò mi provoca una gioia immensa.
Non devo essere perfetta, non devo essere “brava” perché la gente creda in me e mi voglia bene.
“Qualcosa è cambiato”, come diceva quel film con Jack Nicholson… probabilmente inizio ad accettarmi di più per come sono, forse anche ad amarmi di più.
Ma la cosa che mi ha colpito è proprio quel senso di liberazione che si prova nel dire “ho sbagliato!” e magari anche chiedere scusa. Quel senso di leggerezza nell’ammettere le proprie debolezze invece che nasconderle al prossimo.
Certo, ancora non mi amo al 100%, per esempio quando mi sono rivista nei video delle interviste del libro “Il piccolo maestro zen” mi sono vista orrenda, antipatica con una voce odiosa…il primo desiderio è stato quello di trovare un filtro che mi facesse sembrare più giovane, più riposata, più sciolta e sorridente, che mi facesse una messa in piega e mi mettesse un po’ di trucco…ma poi mi sono detta “Chissenefrega, in fin dei conti oggi questa sei, laggiù tra i fan del blog c’è gente che ti vuole bene lo stesso”.
Essere fragili, imperfetti, brutti, grassi, ansiosi… essere se stessi.
Ma essere anche belli, simpatici, forti, amorevoli, solari, con un top nuovo appena comprato. Essere se stessi.
Non camuffarsi, non nascondersi, non credere che gli altri siano meglio, né voler essere meglio degli altri.
Quanta fatica per arrivare qui.
Però che gioia
Ricordo qualche mese fa andai a una conferenza di Giulia Niccolai, una scrittrice diventata monaca buddista in seguito a un ictus ormai più di trent’anni fa.
Alla fine della conferenza Giulia raccontò che quando era giovane pensava di essere l’unica a soffrire, e quindi pensava di dover nascondere la sofferenza, mentre con gli anni, e con la pratica del buddismo capì che tutti soffrono, e da quel momento cominciò a sentirsi più vicina al genere umano, a provare una grande compassione e un senso di vicinanza e di rispetto per il dolore altrui.
La sofferenza che fa più male è quella a cui non si da un significato, quella che ti capita da un giorno all’altro e ti fa dire: “perché proprio a me?” In realtà non c’è niente di più inutile di quel “perché proprio a me”, perché tutti come dice Giulia, prima o dopo veniamo a contatto con una sofferenza profonda. Un malattia, un senso di solitudine, la perdita di qualcuno, incidenti, guerre ecc ecc.
La sofferenza, e ogni evento traumatico, però può essere vista anche da un lato se non positivo quanto meno evolutivo.
Giulia racconta il periodo successivo all’Ictus: aveva cinquant’anni e una vita piuttosto sregolata alle spalle e ora si trovava a non poter parlare, era improvvisamente diventata muta…doveva fare silenzio.
In quel periodo incontrò il buddismo e rimase folgorata: lì c’erano le riposte a tutte le domande che si era posta per anni nella vita. Racconta di come quel momento tremendo, di crisi, fu la sua salvezza perché oggi è molto più felice di allora, e nella pratica del buddismo ha trovato se stessa.
Forse a noi tutti può capitare di guardarsi indietro e vedere come una crisi ci abbia in realtà aiutato a crescere, a incontrare qualcuno di speciale, a cambiare profondamente, e senza quella crisi e quella sofferenza non saremmo quelli di oggi.
Ma quando si sta attraversando una crisi, quando siamo proprio in alto mare, nel mezzo di una grande sofferenza come si può fare per affrontarla trovando beneficio da essa e non naufragando?
1- Innanzi tutto accettiamola: non sappiamo perché ci è capitata questa cosa, ma nel disegno cosmico dobbiamo attraversare questa fase e se noi la affrontiamo nel “modo giusto” ci aiuterà a crescere.
2- Chiedere aiuto: molte volte le crisi avvengono per metterci in contatto con una maestro spirituale, con un centro di Psicosintesi, con un prete, con qualcuno che, attraverso la relazione di aiuto, ci guidi alla scoperta di noi stessi.
3- Cercare di non autocommiserarci confrontandoci a destra e a manca con gli altri e dandoci addosso perché le cose non vanno come vorremmo.
4- Essere grati. Sembrerà strano e forse difficile, ma nonostante molte cose vadano storte possiamo provare a scrivere un elenco di cose “che vanno dritte” e di ciò per cui possiamo essere grati oggi nonostante la crisi.
5- Disidentificarci: facciamo un po’ di silenzio interiore e capiamo che noi non siamo la crisi, non siamo il problema, non siamo la malattia…ma stiamo attraversando una crisi, abbiamo un problema, abbiamo una malattia.
6- Chiediamoci cosa possiamo fare oggi e cosa vogliamo fare oggi nonostante il nostro problema: viviamo giorno per giorno al meglio possibile.
Io ne ho passate di crisi e di periodi stressanti e in effetti, a posteriori, anche se non vorrei rivivere quei momenti so che mi hanno aiutato a crescere.
Alle volte penso ai grandi maestri e grandi uomini come Assagioli, Massimo Rosselli, Thich Nhat Han, il Dalai Lama, madre Teresa, Nelson Mandela e nessuno di loro ha avuto una vita facile: prigionie, morte di un figlio, guerre…eppure sono riusciti a diventare persone speciali, amorevoli, talvolta illuminate. Hanno sviluppato un grande amore per la vita e hanno aiutato chi chiedeva aiuto.
Penso che la nostra anima ami profondamente la vita, anche se la nostra personalità può rimanere delusa da essa, averne paura, provare tristezza.
Ricordiamoci che una parte di noi può sempre amare la vita.
È una domenica di giugno, ma c’è un caldo che sembra agosto.
Sono un po’ stressata: fine allattamento di Luce, inizio svezzamento, notti insonni, virus intestinale di Lorenzo, casa di Milano da sistemare… diciamo che con la stanchezza emergono più facilmente vecchie ferite quindi il mio umore non è molto sereno. Cerco però di godermi più che posso il weekend al lago e anche se la mente vaga cerco di tornare al presente.
Io e Lorenzo (tra poco 5 anni) siamo in mezzo al lago. Abbiamo fatto “la gita alla boa”: nuotando l’ho spinto, nel salvagente, fino alla boa più vicina.
Anche io e mia sorella durante le vacanze al mare, facevamo le “nuotate al largo” fino alla prima boa con mia mamma. Quelli erano i momenti più belli con mia mamma perché in quei momenti lei era veramente felice. Probabilmente le ricordavano le nuotate al largo con suo papà, che era un amante del mare.
Le gite alla boa mi hanno fatto vivere il mare, e l’acqua in generale, come un posto sicuro, nonostante i traumatici e noiosi corsi di nuoto che ho fatto per anni in piscina.
Ora la staffetta è passata a me, io sono la mamma in acqua e ho un figlio “grande” da portare al largo.
– Guarda Lorenzo che meraviglia, guarda come siamo fortunati a essere qui in mezzo al lago, che posto stupendo!
Gli indico il paesaggio davanti a noi: le colline verdi, la baia dei pini, il cielo azzurro.
-Sì.
– Sai la cosa più bella del mondo è la Natura…sai cos’è la Natura?
– No, cos’è?
– È questa: il lago, gli alberi, le montagne, il mare, il cielo..
– Anche le case?
– No le case non proprio però quelle case lì sono costruite in mezzo alla Natura… la Natura sono anche gli animali, i bambini…
– Anche i grandi?
– Sì anche gli uomini…
– Tutti tutti? Anche quelli che sono morti?
– Oh sì, sopratutto quelli che sono morti, loro sono proprio ritornati a far parte della Natura, magari vedo un fiore e lì c’è mia nonna, o è in una stella… anche la nonna Wally..
– Io quando muoio voglio diventare un angelo.
– Che bello, anch’io!
– Cosa sono gli angeli?
– Sono come dei bambini speciali che seminano amore e ci proteggono, ognuno di noi ha un angelo che ci protegge, per esempio se ho un problema posso pregare la nonna Gianna o la nonna Wally…
– Come si fa a sapere se uno diventa un angelo o un albero?
– Mmm…penso che uno sceglie cosa vuole diventare.
– Io voglio diventare un angelo.
– Anch’io come le nonna Gianna e la nonna Wally.
– Anche il papà di ….il papà ….il papà di… Alberto è un angelo? Che è morto? (Gli faceva strano dire il papà del papà allora chiama suo padre per nome)
– Sì certo anche lui.
Lorenzo sorride felice e tranquillo, quasi ride di gioia:
– Come fai a sapere tutte queste cose!
Più che una domanda era un’affermazione.
Tiro un sospiro di sollievo: aver mischiato la visione buddista di Thich Nhat Hanh a quella cristiana mixata con un pizzico di improvvisazione non è stato facile, ma forse lui, in fondo, ne sa più di me, essendo un bambino.
Chissà se le domande che fa rispecchiamo le mie paure…e magari anche quelle di suo padre e questo suo modo di chiedere conferme non è poi un modo per tranquillizzare noi…
Sicuramente questa gita alla boa rimarrà nei miei ricordi più belli, da custodire con amore, stupore e tanta gratitudine.
Eleonora
Venerdì scorso c’è stata la festa dei Grandissimi all’asilo di Lorenzo: i bimbi che hanno finito la scuola materna, e si avviano verso le elementari, preparano uno spettacolo che viene messo in scena davanti a maestre e maestri, genitori, nonni, amici e a tutti gli altri bambini dell’asilo.
È una festa speciale molto attesa, per i bambini, e soprattutto per i genitori che, commossi, vedono i loro piccoli diventare “grandi”.
Durante lo spettacolo i bambini “grandissimi” vengono chiamati a uno a uno e camminano davanti al pubblico: non è facile per un bambino di circa sei anni essere da solo in scena e sentirsi tutti quegli occhi addosso.
Poi i bimbi si riuniscono tutti inizia lo spettacolo che finirà con una danza comunitaria.
È un momento molto emozionante.
Ma l’emozione più forte è proprio quel “farsi guardare” che ci fa immedesimare in loro, ci commuove e ci fa anche un po’ paura.
Ricordo il primo anno di scuola di teatro a Milano era tutto incentrato sull’imparare a “lasciarsi guardare”.
Si facevano degli esercizi in cui si entrava in scena, soli, e ci si posizionava per esempio in un fascio di luce, oppure si camminava lentamente mentre gli altri ti guardavano.
Erano esercizi molto forti, importanti e propedeutici al ruolo dell’attore.
Essere visti, ma più che visiti, essere proprio osservati.
L’essere osservati chiama subito in causa la nostra parte più fragile: la vergogna e con lei il senso di inadeguatezza, la paura di non valere e di non essere abbastanza.
Pensiamo ancora oggi a quanto ha peso per tutti noi “la prova costume”. Anche metaforicamente la prova costume richiama la paura di essere guardati, di mettersi a “nudo”, di svelarci così come siamo e di essere giudicati dagli altri con sguardo severo… richiama il nostro costante ‘sentirci imperfetti’.
Io personalmente in costume non mi vado mai bene: troppa cellulite, troppa pancia, gambe e glutei non abbastanza sodi, orecchie a sventola coi capelli bagnati, fronte troppo alta. Ma il fatto è che quando guardo le mie foto di 5 anni fa o ancora meglio di vent’anni fa, quando avevo il fisco che ora direi “perfetto”, ecco nemmeno allora mi andavo bene…c’era sempre qualche cosa di me che non andava…(avevo sempre troppa pancia, troppa cellulite….).
Infatti, anche se avessimo il corpo perfetto probabilmente non ci sentiremo adeguati lo stesso, e anzi, chi passa ore in palestra a scolpire il fisico o fare liposuzioni per snellire le cosce ha dentro di sè forte quel senso di inadeguatezza che non scomparirà certo perché esteticamente “siamo a posto” o abbiamo “superato la prova costume”.
Spesso proiettiamo sugli altri la nostra parte perfezionista dicendo che è l’altro che ci critica e che fa dei confronti, ma indipendentemente da quello che gli altri pensano e dicono, è una parte di noi che non si accetta e va gentilmente messa a tacere.
Pensiamo alla festa dei grandissimi e a quei piccoletti che sfilano intimoriti davanti a noi, spesso con gli occhi bassi a guardarsi le scarpe o l’erba del parto. Quei bimbi sono unici e perfetti così come sono, come è perfetto un frutto, un fiore, un albero, un micetto, un pulcino.
L’amore incondizionato è proprio questo guardare quel bimbo che è tuo, o anche di un altro, e guardarlo nella sua bellezza, nella sua meraviglia e soprattutto nella sua unicità.
Ma se con un bambino “forse” siamo più capaci di amore incondizionato e siamo più indulgenti (…non sempre ahimè) dovremmo cercare di esserlo anche con noi stessi, anche se “non superiamo la prova costume”, anche se una parte di noi ci critica in continuazione.
Magari non ci critichiamo per il corpo (però quasi tutti lo fanno!), ma se non è il corpo non siamo comunque abbastanza bravi, efficienti, intelligenti, svegli, socievoli, simpatici, brillanti, capaci, ecc ecc.
Cerchiamo di fermarci un attimo, sdraiamoci sul letto o sul divano, chiudiamo gli occhi e facciamo dei respiri profondi: l’aria entra, l’aria esce.
Inspiro e dico dentro di me: “mi amo”, espiro e dico: “così come sono”.
Ripetiamo questo per 5-6 respiri, poi inspiro e dico il mio nome: “Eleonora”, espiro “ti amo così come sei”.
Anche questo per 5-6 respiri.
Poi abbracciamoci dolcemente e lasciamo fluire il respiro naturalmente riposando in quell’abbraccio.
Quando sentiamo che ci stiamo criticando troppo, che non ci andiamo bene per un qualsiasi motivo, facciamo questo esercizio e godiamo della pace che porta.
Impariamo a mandare amore a noi stessi, forse l’unico vero modo di superare la prova costume, e di lasciarsi guardare.
Eleonora
L’altro giorno stavo facendo le coccole a mio figlio Lorenzo di quattro anni e gli dicevo che lui era bello intelligente e buono. A un certo punto mi ha guardato e mi ha detto: “Però noi ogni tanto litighiamo?” Il che voleva dire “Se tu mi sgridi vuol dire che non mi ami, allora se non mi ami perché mi stai dicendo che sono bello e buono?”
Questa frase detta a bruciapelo mi ha fatto capire uno dei problemi più grandi di educare un bambino: riuscire a stabilire dei limiti senza che lui si senta inadeguato. Per un bambino l’equazione mi sgridano quindi non mi amano è pressoché immediata.
I limiti e le regole però sono fondamentali affinché la sua personalità si strutturi in modo sano.
I genitori si dividono i tre categorie: il genitore autoritario, il genitore democratico e il “laissez fair”. In uno studio tra gli adolescenti è stato dimostrato che i ragazzi a scuola rispettano di più un professore autoritario piuttosto che uno “troppo buono”. E così anche il genitore che non è in grado di mettere limiti e regole viene svalutato dal bambino o dall’adolescente perché non dimostra di avere la situazione sotto controllo.
Basta vedere i disastri che succedono nelle scuole di oggi, tra bulli, violenze e mancanza di rispetto per i professori per farci capire che l’educazione nelle famiglie è in crisi.
I genitori per paura di essere considerati autoritari e cattivi non mettono più regole e limiti e si fanno pure mancare di rispetto.
Ricordo a un seminario di Psicosintesi in cui si parlava appunto dell’educazione e si ribadiva il fatto che il genitore non deve essere un amico: il genitore deve essere amato e temuto dal bambino.
(Quando mi sembra di essere troppo rigida con Lorenzo mi ricordo di quella frase e mi sento meno in colpa).
Bisognerebbe essere un genitore democratico, cioè capace di ascoltare le ragioni dei figli e quando è possibile assecondarle, ma mantenendo regole ben precise che devono essere seguite. Alle volte la tecnica del compromesso può essere una buona scelta: “Ok guardi un altro cartone, ma l’ultimo e poi si spegne la tv”, se il bambino inizia ad annoiarsi e non vuole più mangiare chiedere a lui quanto ancora di quello che ha nel piatto mangerà e così via.
La maggior parte delle volte questo modo di procedere funziona perché fa sentire il bambino ascoltato, ma allo stesso tempo mette delle regole ben precise che vanno rispettate.
Molte volte però l’equilibrio da trovare tra essere buoni, ma farsi rispettare non è per niente facile.
A Lorenzo, l’altro giorno, ho detto di sì che noi litighiamo a volte, che però ci vogliamo bene lo stesso, che non è un problema litigare, l’importante è poi fare la pace.
Ho riflettuto a lungo su questa tematica e penso che la soluzione non sia assolutamente viziare il bambino o mettere meno limiti per non farlo sentire inadeguato, ma cercare di farlo senza arrabbiarsi, con fermezza e con amore.
Capita qualche volta che la mattina non voglia andare all’asilo e inizi a urlare e strepitare facendo delle scenate difficili da gestire. Anche in questi casi bisogna essere molto veloci e presenti e capire se fa così perché magari sta male sul serio, o semplicemente perché non ne ha voglia. Penso che, una volta appurato che il bambino sta bene, bisogna essere molto fermi e evitare discussioni inutili (che fanno solo “montare la panna”), magari fargli una coccola in più mentre lo si veste e lo si prepara ad andare in un modo fermo che non lascia spazio alla crisi.
È il cosiddetto “dare uno STOP!”
I bambini per essere contenuti hanno bisogno di Stop e i limiti chiari.
La vera crisi avviene perché i bambini avvertono l’indecisione inconscia degli genitori:
– Se io gli dico: “no, vai all’asilo!” e dentro di me penso: “Mah, poverino magari sta male, forse per un giorno potrei tenerlo a casa…”, lui inconsciamente “sente” il conflitto dentro di me e lì “entra” con mille storie e capricci.
– Se sono veloce e ferma a prendere la decisione che ritengo giusta per noi e gliela comunico con fermezza lui “sta” alla mia decisione.
– Se invece sembra che la mia decisione sia ferma, ma mi sento in colpa, allora di nuovo c’è spazio per urlare e insistere.
Questi sono tutti meccanismi inconsci tra me e lui, ma se li conosco posso gestire meglio le crisi.
Inoltre è importante ricordare al bambino che lo si ama, che lui è speciale per noi non perché ha fatto il bravo, ma semplicemente perché è nostro figlio: bisognerebbe che lui se lo sentisse dire spesso dai genitori, almeno tante volte quante lo si sgrida per qualcosa che non va.
Ma quante volte ci ricordiamo di dire a nostro figlio che lo amiamo e che lui è speciale per noi?
Magari tendiamo a dargliele tutte vinte, a comprargli troppi giocattoli a cedere alle richieste assillanti e continue, ma non ci rendiamo conto che così non facciamo il suo bene: perdiamo autorità e non lo aiutiamo a sentirsi amato, ma piuttosto a “barattare l’amore”.
Il bambino deve sentirsi amato, ma sapere che non tutto gli è concesso, che i genitori lo guidano con sicurezza verso ciò che è meglio per lui fino a che non andrà da solo nel mondo…