È Natale, e anche quest’anno l’ho passato in famiglia tra cena della Vigilia e pranzo di Natale. Eravamo tutti insieme con i miei genitori ormai settantenni, mia sorella, mio cognato, i nipoti, e “noi” che siamo diventati da poco in quattro.
In queste occasioni mi sento sempre un po’ un pesce fuor d’acqua: vecchie dinamiche del passato affiorano: ognuno si esprime con le sue maschere per camuffare imbarazzo e sentimenti contrastanti. È come se la mia parte bambina assistesse a cene e pranzi di famiglia tenendosi in disparte, lasciando il palco e le discussioni ad altri.
Quest’anno però ho visto anche tutto l’Amore che c’è nonostante le maschere, ho visto generosità dei miei genitori che c’è sempre stata, anche quando in passato sbagliavano e ci facevano soffrire, e ho visto l’Amore tra me e mia sorella che c’è sempre stato anche se ci siamo “scannate” tante di quelle volte, e l’Amore tra me e Alberto che c’è, nonostante la sclerata mattutina che gli ho fatto perché aveva sbagliato i vestiti di Lorenzo e mi toccava spogliarlo e rivestirlo da capo.
E poi, tornando a casa, ho capito come le nostre anime perfette siano capaci di amore prefetto, mentre le nostre personalità così carenti, ferite, impaurite siano incapaci di comunicare l’amore e allora si celano dietro alle maschere, a litigate, a comportamenti stereotipati, a miliardi di regali per comunicare l’amore che non riescono ad esprimere.
Ho sentito il vuoto di tanti regali “sbagliati” e al tempo stesso ho sentito l’Amore di chi è andato a comprarli per comunicare affetto.
Ho sentito un grande “gap” tra ciò che l’anima prova e ciò che le “persone” (etimologicamente persona = maschera) esprimono.
Sono stata invasa da un sentimento di immensa gratitudine per l’Amore che c’è intorno a me e di profonda tristezza per non riuscire ad amare come vorrei, come la mia anima vorrebbe.
Amare fa paura perché abbiamo sofferto, siamo stati feriti nelle relazioni d’amore e abbiamo paura di amare ancora perché potremmo soffrire ancora.
Com’è difficile amare senza riserve.
I bambini nascono così puri e capaci di amare…oggi guardando Luce che ha 13 giorni vedo la sua anima pura e incontaminata e mi chiedo cosa posso fare io per preservarla il più possibile, per non intaccare quella meraviglia della natura che hanno i cuccioli di ogni specie, che ha un fiore appena sbocciato.
Forse il mio desiderio per quest’anno è imparare ad amare, ad amare come vuole la mia anima, senza paura, nella sua immensa fragilità che è come stare su un precipizio a guardare l’immensità del cielo o quella del mare.
Forse sono i bambini a sostenere il mondo
e gli animali, forse sono i cuccioli d’ogni specie.
C’è tanta gioia dentro quei corpi piccoli
tanta di quella preghiera, forse sono i bambini
i fiori l’acqua, le cose fatte da due mani,
la quiete di una casa, robe di niente.
Forse la gioia è la preghiera più alta…
(Mariangela gualtieri – Fuoco centrale)
La nonna di Alberto, la nonna Wally, sta per andare in cielo. È caduta un paio di settimane fa e si è rotta il femore. Gli anziani spesso quando hanno deciso inconsciamente di andarsene fanno così.
L’ultima volta che l’ho vista a luglio eravamo a casa dello zio Paul a Chiavari, per festeggiare il compleanno di Alberto, ma anche quello di Lorenzo e Nicoletta. Lei era seduta su una sedia, ormai pelle e ossa, lo sguardo assente, però se la guardavi ti diceva qualcosa, anche a caso, e mangiava volentieri la focaccia. A un certo punto mi sono seduta vicino a lei, le ho preso la mano. Lei purtroppo non sapeva più bene chi ero, ma il contatto delle anime va al di là della mente e dei ricordi. Mi ha detto qualcosa di confuso, c’era forse il cielo e un posto dove andare, ma forse sono io che ho l’interpretato così. So che in quel momento ho avuto la percezione che in questa vita non l’avrei più vista e dentro di me una voce le diceva: Salutami mia nonna”. Quando stavamo per salire in macchina per tornare a Verona ho chiesto ad Albi se aveva salutato sua nonna, lui mi ha detto di sì, io gli ho chiesto se l’aveva salutata bene perché non ero sicura che l’avremmo rivista. Allora è tornato indietro e si è seduto di nuovo vicino a lei, non so che cosa si siano detti.
Sono passati 3 mesi ed ora è in quel letto di ospedale. Sento che sta andando e penso che unirsi all’Amore Universale per lei sia una buona cosa.
Per me Wally in questi 10 anni è stata come una nonna, la nonna che non avevo più. È stata la persona che mi ha in qualche modo fatto entrare veramente nella famiglia di Alberto.
Per me andare a Genova era sempre un po’ difficile: casa non mia, amici non miei, città strana a tratti affasciante ma così diversa dalle “mie città”. Però la cosa che mi metteva più a mio agio era la presenza della nonna Wally: per me lei era un po’ “una casa”.
Stavo ore seduta sul divano ad ascoltarla, le chiedevo della sua vita in Africa, del suo grande amore con il nonno Aldo, lei mi raccontava tutto: le gioie, le difficoltà, la sua vita familiare prima del matrimonio, il rapporto complesso con sua madre, la guerra… e poi questo grande stravolgimento di vita che fu andare a vivere in Nigeria, prima a Kano, poi a Lagos. Lì ha avuto i suoi due figli e ha anche lavorato come maestra per i bambini della colonia in cui vivevano. Il nonno Aldo le aveva pure insegnato a guidare….immagino la nonna Wally che guida per i deserti dell’Africa! Ovviamente la nonna che sfreccia tra le dune del deserto è una mia immaginazione, ma mi ha sempre fatto sorridere questa immagine e ho sempre ammirato la forza di questa donna.
Certo avrà avuto anche tanti difetti, ma da quando l’ho conosciuta io l’ho trovata una donna di una dolcezza e di una sensibilità incredibile. Era profondamente spirituale, ma non la religiosità di chi va a messa tutte le domeniche, una bontà del cuore che è molto di più. Spesso faceva finta di non accorgersi di tante cose, ma poi scoprivi che aveva il quadro molto completo delle situazioni, una capacità di percepire le cose e le persone straordinaria.
Mi piaceva coccolarla come facevo un po’ con mia nonna, allora insistevo con Alberto di andare a comprarle dei fiori quando arrivavamo in vista a Genova: prima di andare su a casa loro ci fermavamo in un negozietto piccolo un po’ improvvisato. La negoziante era una signora cicciottella simpatica e un po’ furba, il baracchino verde era pieno di fiori stupendi ovunque e noi compravamo quasi sempre dei ciclamini bianchi o rossi. Non costavano niente rispetto ai fiorai di Milano o Verona. Poi, siccome era molto golosa le compravamo anche dei dolcetti, dei pasticcini o dei cioccolatini. Lei ci guarda felice, si illuminava e diceva: “Eh, ma non dovevateeeeee!”. Si capiva anche che era combattuta tra la gioia del regalo e la sua educazione genovese per cui non bisogna sprecare i soldi. Un giorno me lo disse anche che io e Alberto non dovevamo buttare via soldi in regali per lei, ma tenerli per metter su famiglia. Io però me ne fregavo e insistevo sempre: “Prendiamo qualcosa per tua nonna!”
La ricordo al funerale del papà di Alberto in cui lei scelse di partecipare nonostante non avesse avuto un gran rapporto con lui, soprattutto dopo la separazione con sua figlia, ma venne per stare vicino ai nipoti in un gesto di amore assoluto. La tenevo a braccetto mentre ci addentravamo nel cimitero di Staglieno e ricordo che la sua presenza mi diede molta forza e probabilmente anch’io la diedi a lei.
La nonna Wally amava molto Alberto e forse per questo aveva accolto anche me col cuore aperto, ma penso che comunque tra di noi ci fosse stato un incontro di anime speciale, al di là delle parentele.
Da quando è nato Lorenzo mi sento purtroppo di averla un po’ trascurata: siamo andati meno a Genova, lei iniziava a dimenticare sempre più le cose, e io non avevo l’energia di dare tutte le mie attenzioni a lei e a un bambino piccolo contemporaneamente, e mi è dispiaciuto. Però cercavo sempre dei momenti per sedermi vicino a lei e prenderle la mano, chiederle come stava. Lei quasi sempre si commuoveva e diceva che mi voleva bene. Anche al matrimonio mio e di Albi era presente e molto commossa, e c’era al battesimo di Lorenzo, anche se chiedeva sempre “di chi era quel bel bambino”. Mi è piaciuto molto fare tanti Natali insieme. Per me Wally era la mia famiglia di Genova e mentre Alberto era occupato a godersi la presenza di sua mamma e degli amici io stavo spesso con la nonna e il calore di quei momenti rimarrà per sempre nel mio cuore.
È sempre dura lasciare andare le persone a cui si è voluto bene, ma quel momento arriva e io so che sarà felice di ritrovare Aldo e i suoi cari, e chissà magari conoscerà anche mia nonna.
Grazie di tutto, nonna Wally.
Eleonora Verona 3 ottobre 2017
Ieri mattina mi è morta la batteria della macchina.
Lorenzo ed io eravamo belli pronti per andare all’asilo: io comodamente seduto al mio posto di guida e lui ben impacchettato con le cinture di sicurezza allacciate sul seggiolino dietro.
Giro la chiavetta per accendere la macchina e per tutta risposta quella fa tre-quatto-cinque colpi di tosse asmatici per poi tacere definitivamente.
Riprovo a girare la chiave ma la risposta è un silenzio assordante. Il quadro elettrico del cruscotto si accende un po’ tutto a caso come un’albero di Natale ma di rumore del motore non v’è traccia.
Lorenzo tutto contento mi dice: “Papà, la macchina non parte! E ora come andiamo all’asilo…? Possiamo andare a piedi!”.
Per i bambini tutte le novità sono entusiasmanti.
Per me non tutte.
Fuori c’era un grado e avevo appena tolto il ghiaccio dal vetro.
Fra l’altro, siccome erano un paio di giorni che faceva un po’ fatica ad accendersi, il giorno prima avevo prenotato un appuntamento dal meccanico proprio per quella mattina. Mi ero detto: “Accompagno Lorenzo all’asilo e poi vado diretto in officina a fare il check della batteria…”.
Mi dico: ‘Proviamo a uscire da questa situazione…’.
Faccio scendere Lorenzo e mantenendo non so come la calma, vedo il camion di una ditta di
traslochi un po’ più in là sulla via e provo a chiedere a loro se hanno i cavi per far partire la macchina. Mi dicono di no ma uno di loro, intenerito forse più da Lorenzo che da me, si offre di spingere la macchina per provare a farla partire in seconda, come faccio quando mi succede con la Vespa.
Anche se è lui che me lo ha proposto non è molto convinto, infatti mentre ci sto pensando aggiunge: “Ma la macchina è parcheggiata? Perché toglierla dal parcheggio spingendola non è proprio facile…”.
Dentro di me apprezzo il buon gesto dell’uomo, ma anche pensando che deve fare il trasloco e che sul parcheggio ha ragione, decido di liberarlo da questo impegno e torno alla mia auto senza soluzioni.
Fermo un paio di vicini che stanno uscendo in auto per andare al lavoro ma nessuno ha i cavi per la batteria.
Chiamo Eleonora raccontandole l’accaduto e mi suggerisce di sentire qualche altro papà che porta il suo piccolo a scuola. Un paio di telefonate, 10 minuti di attesa e siamo nella macchina di un compagno di Lorenzo diretti all’asilo. Il padre del compagno, dopo aver riso un po’ per il mio racconto di quella mattina, mi dice che da poco è successa una cosa simile anche a lui ed un suo amico elettrauto era venuto a cambiargli la batteria di domenica a casa.
Non mi sembrava vero.
Comincio a credere alla provvidenza.
Lo chiama subito e l’elettrauto dice, quasi scusandosi, che viene ma non prima di un’oretta perché aveva due clienti in officina quella mattina. Io mi bacio i gomiti e, ringraziandolo, gli dico che lo aspetto senza nessun problema.
Torno a casa, faccio colazione e intanto avviso l’officina che non sarei andato perché la batteria è morta proprio quella mattina. Si offrono di mandarmi un carro attrezzi (50 euro) e poi fare il lavoro (130 euro). Li ringrazio ma li informo che ormai ho provveduto diversamente e che dovrei essere a posto.
Faccio il punto della situazione:
Mi mangio il mio bel pane e marmellata e mi bevo un bel caffè. Appena finito mi squilla il cellulare: l’amico elettrauto è sotto casa. Scendo e in meno di 10 minuti mi cambia la batteria e pago 120 euro, meno che se l’avessi portata in officina.
In quel momento mi viene in mente solo una frase: “Ciò che avviene, conviene”.
Non solo come legge di vita che puoi ‘constatare’ a posteriori – nel mio caso ho avuto il lavoro fatto a minor prezzo e meno sbattimento – ma soprattutto come approccio alle situazioni che ci capitano, anche quelle che, in prima battuta, ci sembrano negative.
Questa piccola avventura ha portato con sè 3 piccole lezioni:
L’episodio mi ha riportato anche ad uno dei punti del Decalogo della Saggezza di Assagioli, che mi è sembrato proprio realizzarsi in quanto mi era accaduto:
“Sii ottimista”.
“La gioia e l’ottimismo devono essere l’espressione naturale della Luce interiore che in noi risplende, come la Fonte di ogni bene. Fa’ che sul tuo viso risplenda questa Luce e che nulla abbia il potere di turbarti od impressionarti. Non sono le cose in se stesse che hanno valore, ma il modo nel quale le vediamo e le affrontiamo. Inoltre la nostra visione ed attitudine interna hanno un’influenza determinate e decisiva sulle circostanze e sull’attitudine delle persone che ci circondano, cosicchè tutto dipende, in ultima analisi, dalla nostra propria scelta”.
Alberto
In questi giorni mi sono messa a fare un lavoro molto impegnativo: creare album stampati con le foto digitali di un po’ di viaggi vari rimasti in sospeso. In realtà già da un annetto mi ero messa a fare gli album di Lorenzo, ma ero rimasta veramente indietro sui 6 anni precedenti, in cui io e Alberto eravamo una coppia spensierata e girovaga senza figli.
Saranno i 40 anni che si avvicinano, ma è come se avessi bisogno di mettere ordine nel passato, e fare gli album fotografici è un modo per creare una sequenza spazio temporale di ricordi, un modo per archiviare un pezzo di vita per poi cominciarne una nuova, un po’ come fare Spaceclearing.
Insomma stavo lavorando all’album del viaggio di nozze quando ho trovato la foto di una spiaggia da sogno alla Digue, Seyshelles, dove io e Albi eravamo andati a fare una gita, visto che alloggiavamo in un’altra isola: Pralin.
Ricordo quella pessima gita: dovevi noleggiare delle bici al porto perché sull’isola non c’erano macchine, e farti chilometri e chilometri per raggiungere le spiagge che non erano per niente agevoli. In una ci stavamo pure rimettendo la pelle perché la corrente ci sbatteva contro la barriera corallina.
Tra l’altro in quei giorni io ero pure di cattivo umore perché dicevo che Alberto flirtava con un’altra tipa, anche lei in viaggio di nozze, che stava nel nostro stesso albergo, e che faceva la massaggiatrice.
Ai tempi ero veramente gelosa, pure un po’ paranoica: mi facevo mille storie che non avevano grande attinenza con la realtà. Sia io che lui avevamo un passato un po’ da seduttori, eravamo molto diversi, per questo il flirtare non era così strano come ci sembrerebbe adesso che siamo “due quarantenni con figli”.
Insomma mentre stavamo pedalando verso una di quelle spiagge da cartolina (che a detta di tutti “devi assolutamente vedere”) io inizio a essere stanca, a non farcela più, ad avere il sedere rotto per quel dannato sellino, e a non sopportare la strada in salita.
Per peggiorare le cose ho iniziato mentalmente a paragonarmi alla massaggiatrice così sportiva che aveva fatto la gita il giorno prima tutta esaltata.
Così sono entrata in una bolla emozionale che mi riportava al passato: quando ero bambina io ero “una schiappa” e quindi non valevo nulla, mentre mia sorella era una sportiva ed era la preferita di mia mamma e di mia nonna materna.
Il passato si stava sovrapponendo al presente e io diventavo “la schiappa che non vale niente agli occhi di Alberto” mentre la massaggiatrice era la preferita del mio neo marito.
Allora non ero così consapevole di questa bolla emotiva in cui ero caduta, so solo che iniziai a litigare con Alberto, a scendere dalla bici imprecando che non ne volevo più saperne, e a proseguire a piedi verso la fantomatica spiaggia.
Il poveretto mi seguiva pedalando, trascinando la mia bici, e cercando di farmi ragionare per farmi riprendere dal mio sclero.
Ricordo che arrivammo in spiaggia e io, ancora arrabbiata, andai per conto mio a mettere i piedi in acqua mentre probabilmente Alberto si faceva un bagno.
A un certo momento un’onda piena di schiuma mi si è schiantata sulle gambe e ho sentito un male atroce. In quell’onda c’era una medusa super urticante che mi lasciato i tentacoli addosso.
Causa questo simpatico incidente io e Alberto abbiamo ricominciato a parlarci e in qualche modo abbiamo fatto pace per risolvere la situazione della mia gamba tumefatta.
E quindi mi dirai tu, perché mi hai raccontato tutta questa vicenda?
Perché sono fermamente convinta che quando sei emotivamente sconvolta devi fermarti e prenderti cura della tua rabbia. Se prosegui ad agire fai del male a te e agli altri.
(vedi anche Post “Quando sei nervoso fermati” e “Quando sopraggiunge la rabbia”).
Ci sono inoltre alcuni insegnamenti che ho imparato anche negli anni a venire:
– Molte volte gli incidenti (o le malattie) sono un modo inconscio per uscire da situazioni che non riusciamo ad affrontare.
– Quando fai “la figa” (o come la chiamo io la “Super”) e cioè neghi la rabbia o la tua debolezza e dai la colpa agli altri, invece di smazzarti il tuo dolore (o quanto meno ammetterlo), la vita ti dà una bastonata come per dirti: “Guarda che stai male, e se non vuoi sentire il male emotivo ti faccio sentire almeno quello fisico così impari qualcosa”.
– Gli incidenti fisici hanno una relazione molto precisa con il nostro male psichico: nel caso della gita alla Digue io ero diventata “urticante come una medusa” con Alberto e davo continuamente la colpa a lui delle mie ferite passate!
Conclusione: mi rimasero le bolle per più di una settimana, dovetti prendere antistaminici e creme varie.
Però fu una grande lezione di vita.
Comunque nell’album NON ho inserito la foto di me piegata che mi tocco la gamba: ho preferito lasciare solo i bei ricordi, tanto mi basta vedere quella spiaggia per ricordarmi l’accaduto :/
Molti affermano che la vita sia una scuola dove si deve imparare sempre una lezione: quando l’hai imparata non si presenta più quella situazione problematica, quella dinamica, e si passa alla classe successiva.
Quando invece le situazioni si ripetono sempre uguali (le famose coazioni a ripetere come si chiamano in Psicologia), magari con persone diverse, ma con modalità simili, significa che ti sei incastrato in una lezione che non vuoi o non riesci ad imparare.
Personalmente sono una che ha sempre rimuginato molto sin da piccola: cercavo collegamenti e facevo congetture perché intuivo che c’era un disegno di vita più ampio per noi. Magari non capivo quale, ma analizzavo le situazioni che vivevo e “mi facevo mille storie”.
Anche oggi, a distanza di anni, la penso così: c’è sempre qualcosa da imparare, ma se in giovinezza amavo dare la colpa agli altri, e sfogavo la mia rabbia su di loro, più invecchio più capisco che quando qualcosa non va devo trovarne le cause nel mio comportamento.
Ho riscontrato nel mio cammino alcuni fondamentali insegnamenti di vita che si nascondono dietro alle difficoltà del quotidiano.
Quando sono incastrata in una situazione difficile tendenzialmente c’è una di queste lezioni da imparare:
1) Amare me stessa e gli altri.
2) Non proiettare la mia ferita su situazioni e persone.
3) Accettare i miei limiti, che significa accettare che sono fragile.
4) Non devo idealizzare situazioni e persone.
5) Devo usare i miei talenti per rendere questo mondo migliore (e non sprecare il mio tempo dietro ad altro).
Spesso, quando mi incastro in una dinamica che si ripete, sono incappata in uno di questi insegnamenti: sì perché per la maggior parte delle volte non basta averli capiti una volta, ma ci devi passare più e più volte e, anche una volta capita la lezione, ci sono periodi in cui devi “fare un ripasso”.
Quando ripassi, la lezione la sai, devi “solo” capire in cosa sei ricaduto e uscire più velocemente possibile da quella dinamica.
Facciamo un esempio, il punto 4: “È umano idealizzare le persone e le situazioni” però l’idealizzazione, per quanto sia elettrizzante all’inizio, è pericolosa perché ad essa seguirà, immancabilmente, lo “smontamento” e la delusione (cioè si farà a pezzi la persona o la situazione).
Quando ci si innamora succede proprio così: vedi nella persona amata solo i pregi e la vita ti sorride, ma dopo un po’ di tempo, magari anche alcuni anni, scopri anche tutti i suoi difetti e ti senti tradita. Allora sei tentata di lasciarla e di cercare una persona priva di difetti (che non esiste).
La stessa cosa succede con le amicizie, il lavoro, i colleghi.
Più porti la persona in alto su un piedistallo, più questa prima o poi farà un volo quantico verso il basso cadendo, ai tuoi occhi, miseramente a terra.
Ogni persona ha luci e ombre, ogni lavoro, ogni viaggio… la perfezione esiste solo in un mondo che non è questo.
Io ero tipica cadere nella trappola dell’idealizzazione e immancabilmente, quando smontavo la situazione, mi prendevo delle “grandi mazzate”.
Oggi mi trovo spesso a fare un ripasso, e sono diventata più veloce: innanzitutto, quando entro nella elettrizzante fase dell’idealizzazione, iniziano a suonarmi mille campanelli di allarme e allora cerco, fin da subito, di riportare la persona, o la situazione con i piedi per terra. Con Alberto cerchiamo anche di ricordarcelo a vicenda: quando vediamo l’altro esaltato per qualcuno o qualcosa glielo facciamo notare “Non è che stai un po’ idealizzando? Attenzione…”
Certo l’entusiasmo è il motore per l’Amore, per far nascere progetti, per realizzare desideri, ma bisogna fare molta attenzione, come nel mito di Icaro che volava troppo vicino al Sole e poi precipitava a terra. Siamo tutti un po’ come Icaro: i voli ci possono stare, ma non troppo ad alta quota!
Così, quando mi sento un criceto su una ruota che gira, perché si ripetono situazioni che mi sembrava di aver risolto, inizio a chiedermi: “Che cosa sta succedendo? Cosa devo imparare?”. Certe volte la risposta arriva subito, altre volte dopo molto tempo, ma già formulare la domanda è un buon modo per uscire con le nostre forze da una situazione, senza dare sempre la colpa al fato.
Sapere che nelle difficoltà c’è qualcosa da imparare ci dà potere, ci fa capire che possiamo fare qualcosa per cambiare, possiamo attivare la nostra potente Volontà e non sentirci vittime delle situazioni.
Quando sciogli la dinamica la vita ti premia ed e come se volesse ricompensarti per aver finalmente capito la lezione.
Per questo è una grande soddisfazione capire l’importanza della nostra responsabilità nel cammino della vita… più ci prendiamo le nostre responsabilità più possiamo creare la vita che vogliamo!
Eleonora
Domenica dovevo andare a prendere una medicina per Eleonora.
La Domenica però le farmacie sono chiuse e così mi è toccato girare mezza città per trovare quella di turno. Ho parcheggiato in divieto di sosta e sono sceso dalla macchina con il cellulare in mano mentre cercavo il messaggio di Eleonora con il nome della medicina. In quel momento si é messo a piovere, non avevo l’ombrello con me e la coda era naturalmente all’aperto (quando le farmacie sono di turno non puoi entrare e devi farti servire attraverso un buchetto nella saracinesca).
Coda bagnata coda fortunata.
Ho provato ad aspettare lì vicino alla Farmacia sotto un balcone, ma vedendo che arrivava altra gente, per paura di perdere il posto, sono subito uscito dal riparo e mi sono messo dietro all’ultima persona in coda sotto l’acqua.
“Bè” mi sono detto “per fortuna ci sono solo 2 persone davanti a me, farò presto…”.
Mai previsione fu tanto errata: sì, c’erano due persone, ma il presto è un altro concetto.
Il primo signore ha fatto anche relativamente veloce, ma la signora dopo sembrava che dovesse fare un check-up completo della salute. Naturalmente mi tenevo un po’ distante per lasciare la giusta “privacy”, ma non riuscivo a spiegarmi come mai per ordinare uno o due medicinali ci fosse bisogno di tanto tempo. Più passavano i minuti (e più mi bagnavo), più cominciavo a provare una certa scocciatura per la situazione. L’irritazione si stava velocemente trasferendo dalla circostanza alla persona che ritenevo sempre più la responsabile del mio disagio: ‘Ma è possibile che questa persona ci metta tanto? Ma si sta confessando con il farmacista? Non ha un medico a cui chiedere le medicine anziché venire qua a cercare conforto?’.
Prima di indispormi ulteriormente per fortuna ho avuto una piccola illuminazione.
Mi sono detto: ‘In genere le persone che vanno in farmacia stanno male, io tutto sommato sono qui per prendere una medicina ad Eleonora, non per me. Questa signora davanti a me invece sta male, sta soffrendo. Tutto sommato, pur essendo in coda sotto la pioggia, in un certo qual modo io sto meglio di lei. Anzi, posso ringraziare di non essere qui per un mio malessere!’.
Magicamente il mio stato d’animo è cambiato, come se dalle nuvole fosse spuntato improvvisamente il sole per scaldarmi! Ho smesso così di ‘inveire’ interiormente verso la povera signora e sono tornato a stadi interiori di calma e serenità.
Un po’ come l’insegnamento di Thich Nhat Hanh sul “non mal di denti”:
“Quando abbiamo mal di denti, sappiamo che non avere mal di denti è una cosa meravigliosa. ‘Inspirando, sono consapevole del mio non-mal di denti. Espirando, sorrido al mio non-mal di denti’. Possiamo toccare il nostro non-mal di denti con la consapevolezza. Quando soffriamo d’asma e respiriamo a fatica, comprendiamo che poter respirare a pieni polmoni è qualcosa di meraviglioso, anche se abbiamo solo il naso chiuso, già sappiamo che respirare liberamente è una cosa splendida. (…) dobbiamo imparare a praticare il toccare ciò che va, che funziona, dentro di noi e intorno a noi.”
Quindi il sentire che ‘non avevo malanni’ era già una buona opzione, ma oltre a provare a contattare le parti di noi che stanno bene, possiamo usare quei momenti anche per allenare la “Pazienza”.
Sicuramente la pazienza è una virtù sempre più rara nella società d’oggi: basta vedere come reagiamo quando scatta il verde al semaforo se l’auto davanti non parte immediatamente. Però la pazienza è un muscolo che possiamo allenare, una qualità che possiamo coltivare. Molte volte ci capita di prendercela con gli altri, ma se riusciamo per qualche attimo a metterci nei loro panni, la nostra prospettiva ed i nostri comportamenti possono cambiare. Siamo così presi dalle cose da fare, dagli appuntamenti, che non ci rendiamo conto che il nostro benessere è legato a come viviamo il momento presente. Delle volte proviamo ansia anche se non c’è una vera ragione per cui dobbiamo ‘fare le cose in fretta’, semplicemente tendiamo a “correre” perché siamo abituati così, ed abbiamo perso la capacità di saper aspettare, saper stare fermi in compagnia di noi stessi.
Eppure, in quelle code, in quelle attese, anche se apparentemente può sembrare strano, abbiamo l’opportunità di tornare a noi stessi, sentire come stiamo e prenderci cura di noi, magari facendo qualche respiro consapevole e sentire come sta il nostro corpo. Possiamo anche provare a scambiare due parole con gli altri, magari aiutandoli, riportando così un po’ di umanità nella nostra vita e nella società in cui viviamo.
Alberto