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COME CONTENERE UN BAMBINO?

L’altra sera io e Lorenzo (4  anni) stavamo cucinando una torta salata, mentre Chamali, la nuova babysitter, dava una mano a pulire e sistemare la cucina.
Eravamo quasi alla fine, dovevamo solo spennellare sopra il rosso d’uovo crudo, quando Lorenzo scivola dallo sgabello e finisce per terra e sbatte anche la testa. Si prende uno spavento pazzesco, trema e piange. So che non si è fatto tanto male, non ha sbattuto forte.
Una voce dentro di me (quella automatica che probabilmente ha introiettato il comportamento dei miei genitori) parte scocciata con un rimprovero del tipo: “Ecco vedi che a sederti male sullo sgabello si cade…”, per fortuna dico due parole e mi fermo.
La parte più evoluta di me invece fa sì che io lo prenda sulle ginocchia e lo abbracci massaggiandogli la gamba e la testa dove ha sbattuto.
Anche Chamali un po’ presa dal panico si avvicina e chiede se bisogna dargli qualcosa, fa mille domande e cerca di rendersi utile. Lui si appiccica sempre di più a me, dicendo che vuole la mamma, io le faccio cenno che non c’è bisogno di niente e lei si allontana.
Così rimaniamo io e lui seduti per terra, con lui che piange tutto accoccolato in braccio. Io sto in silenzio senza fare niente se non respirare e aspettare che passi. Che passi il suo spavento e anche il mio. So che non si è fatto tanto male, è stato soprattutto uno spavento.
So anche, per esperienza, che non devo fare niente, solo abbracciarlo, senza dire cose inutili tipo: “Te l’avevo detto”, o “Dai che non ti sei fatto niente!”

Sembra facile stare così con quelle emozioni senza agire, in realtà non lo è affatto. Quasi nessuno di noi è stato contenuto nel modo corretto, per questo facciamo fatica a contenere e tendiamo invece a replicare i modelli dei nostri genitori facendo errori.

Gli errori più comuni sono:

1) Sminuire: anche se non si è fatto molto male, cadere è sempre un trauma e uno spavento per un bambino, dire che non si è fatto niente equivale a negare le sue emozioni.
2) Esagerare: ci spaventiamo e esageriamo l’accaduto, in questo modo il bambino si terrorizza ancora di più e tenderà anche lui, da grande, ad avere la tendenza a esagerare.
3) Rimproverare: diamo la colpa a lui se è caduto e si è fatto male. È evidente che se è caduto era stanco o distratto, ma non possiamo certo fargliene una colpa!

Certo se un bambino si è fatto molto male non c’è dubbio che lo carichi in macchina e lo porti al Pronto Soccorso, ma per fortuna la maggior parte delle volte basta contenerlo.

Passano alcuni minuti, Lorenzo si calma: gli chiedo se gli è passato il male e lui dice “Abbastanza”, il che vuol dire che è passato tutto. Allora lo invito a salire di nuovo sullo sgabello, questa volta seduto bene, e a finire la torta. Spennelliamo l’uovo e inforniamo. Pian piano anch’io ricomincio a riprendere la calma, dopo aver contenuto le sue emozioni e le mie, che in parte sono rimaste accumulate nel mio corpo.

E poi rifletto su come anche con noi stessi facciamo così fatica a contenerci: se non siamo in forma fisica, se ci facciamo male, se ci ammaliamo abbiamo sempre la tendenza a darci addosso invece che abbracciarci con amore.

Basterebbe poco tempo, come con Lorenzo quella sera, un abbraccio che ti tranquillizza: invece la nostra lotta interiore che dice che “non andiamo bene, che dovremmo essere più forti, sani, attivi, produttivi” acutizza il male e rallenta la guarigione e la ripresa stessa.
In più facciamo spesso così anche col partner che deve essere ancora più forte e in gamba di noi!

Imparare ad accettare che nella vita si cade, ci si fa male, ci si ammala, che non siamo invincibili ci può aiutare a volerci più bene…e ad amarci una volta per tutte così come siamo!

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LA NOSTRA VOCE INTERIORE

Uno dei passaggi evolutivi fondamentali nella storia di ognuno di noi è quello di smettere di chiedere agli altri consigli e pareri su che cosa sia giusto per noi, e, semplicemente, ascoltare la nostra voce interiore.
Certo, detta così sembra facile, come schiacciare ‘play’ in un apparecchio musicale.
A me ci sono voluti molti anni di lavoro personale, e ancora oggi ho delle parti dubitanti a riguardo. Però sempre meno.

La voce interiore è la voce del Sè, della nostra Anima, della nostra parte Saggia, di Dio… ci sono tanti modi di chiamarla. In alcuni libri o fiabe viene rappresentata con figure archetipiche, pensiamo al Grillo Parlante di Pinocchio, al Piccolo Principe, a Mago Merlino, alla vecchietta del bosco di molte fiabe.

Per me quella voce è la voce del Saggio, perché sono riuscita a contattarla grazie a delle visualizzazioni durante delle sedute di Psicosintesi fatte con Virgilio, il mio terapeuta. All’inizio ammetto che mi infastidiva quando mi diceva di fare di continuo la visualizzazione del Saggio: magari ero in crisi e volevo una risposta da lui… anni fa la mia vecchia terapeuta non si faceva problemi a darmi consigli: sembrava sempre che sapesse cosa era giusto per me e cosa no.

Virgilio invece mi diceva: “Chiedi al Saggio…” poi mi faceva chiudere gli occhi, scalare la montagna e chiedere al Saggio la domanda che mi premeva in quel momento.

Il Saggio aveva sempre una risposta per me.

Passato il fastidio dei primi mesi ho iniziato a chiedere io stessa al Saggio anche da sola, o di notte sdraiata a letto, o in situazioni difficili, e non avevo più l’esigenza di fare tutta la visualizzazione, ma chiedevo e lui mi rispondeva subito. Risposte sintetiche, semplici, incoraggianti, a volte imperativi netti tipo “Vai!”, come quando volevo entrare in farmacia a comprare il test di gravidanza e una mia parte titubava (anche mio marito diceva che era inutile buttare via i soldi, che avrei dovuto aspettare più giorni di ritardo, …) invece seguendo il Saggio ero entrata, e il test era positivo. O quella volta che mi disse “Fallo subito!” quando dovevo, a malincuore, mandare via una babysitter che non era in grado di prendersi cura di Lorenzo e mi sentivo in colpa.

Il Saggio non è uno zuccheroso, è amorevole, ma anche molto autorevole e, certe volte, per proteggerti ti dice cose che non sono sempre “ideologicamente corrette” come pensavi tu con una parte mentale. Certe volte ti dice di darti una mossa, di non piangerti addosso. Quando sono triste faccio la visualizzazione intera e vado da lui solo per un abbraccio, come una bambina che va dal suo nonno buono. Allora sto lì e lui mi dà Amore, però dopo un po’ mi dice anche: “Dai adesso vai e fai questa cosa o quella”.

Il Saggio ti coccola sempre, ma vuole anche che tu ti prendi in mano, che esci dalla situazione di stallo con le tue forze.

Tutti noi abbiamo questa Voce e ci sono diversi modi di contattarla, anche la scrittura è una di queste. Ricordo Julia Cameron nel suo libro “La via dell’artista”, dice di contattarla attraverso la scrittura. Lei pone delle domande a “sè stessa” e poi aspetta che arrivi la risposta,  scrive su un quaderno i dialoghi con questa parte di sè,  spesso prima di andare a dormire, e dice che al mattino, sempre scrivendo, le arrivano le risposte.

Chi ha perso una persona cara tipo un genitore o una nonna, un nonno con cui aveva un rapporto speciale, può chiedere a lui o a lei, allora la voce del Saggio si farà sentire attraverso quelle “sembianze”.

C’è chi parla con Dio o con gli Angeli… io penso sempre che sia la nostra parte più saggia che risponde, la nostra parte divina, il nostro Io interiore… insomma ci sono mille modi di chiamare quella Voce. La cosa importante è avere fiducia in essa, smettere di dubitare e affidarci completamente a lei, e smettere di chiedere agli altri cosa è giusto per noi, perché gli altri prorprio non lo sanno!

Quando impari a ascoltare quella Voce diventi anche diverso con gli altri: ti viene meno di dare consigli a destra e a manca, e cerchi invece di fare loro delle domande affinché la risposta giusta emerga dal loro profondo.

Se siamo in difficoltà a trovare questa Voce, magari perché siamo offuscati da parti dubitanti o giudicanti, allora possiamo lavorare con qualcuno, un terapeuta o un Counselor, come ho fatto io che ci aiuti a ricontattare quella parte, ma ricordiamoci che Lei è già lì dentro di noi, in tutti, nessuno escluso… magari ci vorrà un po’ di tempo, ma è solo grazie a quella pratica di ascolto profondo e silenzioso che troveremo le risposte giuste.

 

Se ti interessa il Saggio ho scritto tempo fa questo Post: Tu sei luce

Eleonora

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CORRERE CON “ATTENZIONE”

Oggi sono andato a correre una mezz’oretta con un amico.

Ne ho approfittato per fare anche la pratica dell’attenzione.

La strada dove siamo andati a correre si prestava molto bene alla pratica essendo “il percorso della salute” un anello lungo circa un chilometro in mezzo al verde, con un prato al centro e gli alberi tutti intorno. E’ anche sopraelevato rispetto alla strada, quindi ti senti proprio in una piccola oasi.

 

La pratica dell’attenzione consiste nel concentrarsi sui 5 sensi:

  1. osservare quello che é intorno a noi – VISTA
  2. ascoltare i rumori – UDITO
  3. sentire i profumi – OLFATTO
  4. contattare le sensazioni del corpo – TATTO

 

In teoria ci sarebbe pure il GUSTO, ma correre mangiando non è una grande mossa!

 

Così, a parte chiacchierare un po’ col mio amico (quando il fiato c’è lo consentiva!), osservavo quello che c’era intorno a me e quello che sentivo:

 

  • il cinguettio degli uccellini sugli alberi – UDITO
  • il sole che scalda la pelle – TATTO
  • il giallo delle foglie di autunno – VISTA
  • i fiori bianchi su alcuni rami – VISTA
  • il cielo azzurro – VISTA
  • una foglia gigante caduta sulla strada – VISTA
  • le gocce di sudore sulla pelle -TATTO
  • il rumore della ghiaia sotto le scarpe da ginnastica – UDITO
  • un soffione al bordo del sentiero – VISTA

 

Quando ci siamo salutati col mio amico, mentre rientravo a casa, ho provato a ricordare le cose che mi avevano colpito di più di quella corsa.

 

Subito mi é apparsa un’immagine: quella del piccolo “soffione” che avevo notato sul ciglio della percorso.

Il soffione é quel piccolo fiore che anziché i petali ha decine di semini piumati che i bambini (lo facevamo anche noi da piccoli!!!) raccolgono e soffiano con tutta l’aria che hanno in corpo per disperderli nei prati.

Proprio ieri, in una passeggiata con Eleonora, Lorenzo ne ha raccolti due e ne ha regalato uno a me ed uno alla sua mamma: lui li adora e quando ne trova uno é gioioso.

 

Era entusiasta di averci fatto un regalo preziosissimo.

 

Così quando ho visto il soffione mentre correvo subito la mia mente ha associato quell’immagine a quella di Lorenzo felice: avrei voluto raccoglierlo e portarlo a casa.

 

Ho pensato a quanto é prezioso Lorenzo per me, e a come, con i suoi piccoli gesti, riempie di calore la mia vita.

 

La pratica dell’attenzione mi ha portato così ad una pratica di felicità. (Un’altra pratica simile la trovi qui: “LA PRATICA DELLA MEDITAZIONE CAMMINATA, AIUTATI DA UN BAMBINO DI 2 ANNI”).

 

Alberto
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ACCETTAZIONE

In certi perodi sembra che nulla vada per il verso giusto, che tanti piccoli grandi impedimenti ci rendano tutto molto difficile.

Da un po’ di tempo sto lavorando sull’accettazione attiva, una qualità spirituale che ci può cambiare la vita.
Accettare significa innanzi tutto rendersi conto della situazione che stiamo vivendo, di ciò che vorremo cambiare e anche del perché vorremmo cambiare quella situazione.

Se non abbiamo il potere di cambiare le cose non ci resta che accettarle non in modo passivo, ma attivamente.

Che cosa vuol dire scegliere attivamente di accettare?

Vuol dire che io sono consapevole che vorrei che le cose andassero diversamente, ma smetto di fare la guerra con alcune parti di me, o con gli altri, o con la realtà. Accetto i miei limiti sia fisici che psicologici (magari non avrò un corpo da modella, o una salute di ferro, o non riuscirò a essere sempre paziente con mio figlio, o sempre di buon umore, o forte, energica, coraggiosa…) e accetto i limiti degli altri (vorremo che gli altri fossero più consapevoli, più gentili, più generosi, più forti…) e accetto soprattutto che le cose non vadano sempre come vorrei che andassero.

Una cosa che a me aiuta molto è pensare che che c’è un disegno più grande, che non sempre noi possiamo capire, e che in ogni difficoltà c’è un insegnamento che può aiutarci a crescere, a diventare persone migliori.

Questo non vuol dire smettere di avere degli obiettivi, combattere per migliorare noi stessi, il mondo e le persone, ma vuol dire anche imparare ad abbandonarsi al flusso della vita senza opporre resistenza.

Quando si oppone resistenza le difficoltà rischiano di aumentare, aumenta la rabbia e la sofferenza.
L’accettazione attiva implica invece uno stato di rilassamento: lascio che le cose siano esattamente come sono.

Respiro.

Abbraccio la mia sofferenza, la mia debolezza e accetto le mie emozioni esattamente come sono adesso.

Se sono arrabbiato sorrido alla rabbia, come dice Thich Nhat Hanh, se sono in ansia abbraccio la mia ansia, se sono triste mi coccolo.

Un po’ come quando non si riesce a dormire, cosa che a me capita spesso in alcuni periodi della mia vita: se continuo a ripetermi “devo dormire devo dormire devo dormire”, creerò resistenza e con ogni probabilità sarò sempre più tesa e non mi addormenterò. Se invece mi dico “ok, sono agitata e quindi non riesco a dormire, pazienza sta notte va così dormirò meglio domani”, magari mi alzo, vado a bermi un bicchiere di latte (di riso), mi leggo un capitolo di un libro, o scrivo un paio di pagine di diario ed è più probabile che dopo riuscirò ad addormentarmi.

Non lotto con la mia insonnia, la accetto semplicemente.

Un’altra cosa che mi aiuta è sapere che quando la mia energia e bassa è più facile che le cose vadano storte, che nulla di quello che desidero si incastri.
Allora cosa fare?
Lottare con la propria stanchezza?
Rimproverarmi se in questo momento sono negativa?
Tutto ciò non ha senso.
Accetto la mia energia bassa, accetto che in queste condizioni le cose non stanno girando per niente.

Posso chiedermi allora: “C’è qualcosa che posso fare per aumentare la mia energia?”

Già rendermi conto del mio stato e accettarlo fa si che la consapevolezza trasformi un pochino la mia energia, poi, se ne ho voglia, posso scegliere delle attività o delle pratiche che mi aiutino a migliorare il mio umore: scrivere, fare una passeggiata all’aria aperta, chiamare un’amica, fare un po’ di meditazione, accendere un incenso o una candela ecc.

Accettazione e pratiche di consapevolezza tendono a trasformare velocemente la realtà e gli avvenimenti che ci accadono intorno.

Come già scrissi in un articolo precedente se siamo nervosi e negativi faremmo bene a fermaci (vedi post Quando sei nervoso fermati) dovremmo prenderci cura di noi per non fare ulteriori danni. Ma soprattutto accettarci così come siamo, e accettare quello che c’è, è il primo vero cambiamento da fare.

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LEGGEREZZA

L’altro giorno ero in coda per rinnovare il permesso di parcheggio.

Erano quasi le nove del mattino, eravamo al numero 7 ed io avevo appena preso il numero 26.

Dopo oltre mezz’ora eravamo al numero 13.

Ho capito che sarebbe stata lunga.

Naturalmente in ufficio mi aspettavano ed avevo parecchie attività da sbrigare, ma mi sono detto:

 

“Che io sia in ansia perché ho un sacco di cose da fare in ufficio o che io non lo sia non cambia il fatto che comunque devo aspettare il mio turno.

Quindi, Alberto, stai tranquillo e rilassati”.

 

Non avevo ancora fatto colazione e questo era un ostacolo al mio ‘rilassamento’.

Allora ho preso la Vespa e sono andato in un bar lì vicino, mi sono preso una buona brioche con la marmellata e un bel cappuccino. Ho sfogliato un giornale, scambiato due parole con il barista, pagato il conto e sono tornato all’ufficio Permessi.

Erano le 10.30 e dovevo aspettare ancora tanto, ma ero di buon umore.

Le persone nella stanza erano praticamente le stesse: anche per loro era passata più di mezz’ora ma non si erano ristorati e il tempo sembrava non passare mai.

Dopo poco una signora davanti a me ha iniziato a sbuffare. Un altro signore continuava a passare lo sguardo dal suo orologio da polso al tabellone elettronico che segnava i turni in chiamata. Un anziano picchettava il piede per terra come per tenere il tempo di una canzone frenetica.

L’insofferenza si poteva respirare nell’aria.

Un’altra signora cominciò a guardarsi intorno come se stesse cercando qualcuno che le desse retta per iniziare a lamentarsi della lentezza del servizio, delle attese infinite, …

In questi casi capita spesso che qualcuno, a un certo punto, inizi a manifestare il proprio disagio coinvolgendo gli altri e suscitando reazioni di rabbia e frustrazione. Si crea così un bel malessere diffuso, ricco di proteste sterili e fini a sé stesse che non accorciano di un minuto l’attesa del proprio turno ed hanno come unico effetto quello di rovinare il nostro umore personale.

Se é vero che praticamente in tutti i casi non possiamo intervenire cambiando la situazione esterna, possiamo fare un piccolo movimento cambiando la situazione ‘interna’, ossia il nostro approccio al contesto.

Possiamo scegliere se ‘abbandonarci’ alla lamentela, alla rabbia, al nervosismo, alla frustrazione o scegliere di ‘tutelarci’, cercando di conservare il nostro buon umore “nonostante” la situazione contingente.

 

Una possibile via di uscita a questi vortici di insofferenza é racchiusa in una semplice parola dal significato profondo:

 

LEGGEREZZA

 

La leggerezza nel vivere, leggerezza nel relazionarci agli altri, leggerezza nel saper accogliere le cose che ci accadono.

Leggerezza non intesa come superficialità nei confronti della realtà circostante, ma nel senso di un atteggiamento di accettazione attiva delle situazioni in cui via via siamo immersi.

Accettazione attiva intesa come dirigere le nostre azioni nelle circostanze in cui ci troviamo, come ad esempio ingannare l’attesa facendo qualcosa che ci piace: scrivere, leggere libri che amiamo, scambiare due parole con persone vicine a noi che ci sembrano simpatiche.

Questo ci aiuta a mantenere un buon umore e a non cascare nella lamentela.

 

Una via che ci può aiutare in questo compito é il distacco: distacco inteso come disidentificazione dalle situazioni che viviamo e ritorno alla nostra centratura, ritorno al nostro potere personale di scegliere l’approccio che vogliamo tenere di fronte a qualsiasi cosa accada.

La leggerezza é in qualche misura “separatezza” dalle situazioni, che ci permette di vedere e vivere quello che accade, senza farci travolgere.

 

Dobbiamo essere leggeri se vogliamo volare sopra gli avvenimenti della vita, come un’aquila che volteggia alta nel cielo.

 

Una leggerezza che corrisponde quindi ad un grande impegno ‘interiore’: fare tutto ciò che é nelle nostre capacità per mantenere un umore positivo, amorevole, sano.

 

La leggerezza dipende da noi.

 

La leggerezza è una qualità spirituale.

 

Ci sono diverse qualità che fanno parte di noi e che possiamo contattare per tornare a un senso di “leggerezza” come ad esempio:

  • gentilezza nel rapportarci agli altri, nel rivolgere loro parole e ancor prima pensieri e sguardi amorevoli o di accettazione…
  • senso dello humor, ossia la capacità di vedere l’ironia ed il lato divertente di tutto ciò che accade…
  • dolcezza, nell’osservare la natura intorno a noi, dal sorgere del sole al calare morbido della notte, nel respirare l’odore dell’erba appena tagliata o dell’asfalto bagnato dal temporale

 

Ci sono anche alcune pratiche che ci possono aiutare a vivere con “Leggerezza”:

  • saper abbandonare tutto ciò che ci appesantisce, come l’attaccamento al passato, ai vestiti vecchi, ai libri che sappiamo non leggeremo più, a quel regalo che ci hanno fatto che non abbiamo mai amato ma che abbiamo conservato perché molto costoso, ai testi scolastici sepolti in cantina;
  • saper ringraziare;
  • saper donare il superfluo;
  • saper aiutare gli altri.

 

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.”

(Italo Calvino)

 

Alberto

 

Un altro post su come ‘riprendere il controllo’ nelle situazioni difficili è “La trappola dei pensieri (e delle emozioni…).

 

 

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LA COMPASSIONE: UNA VIA PER IL PERDONO

Compatire viene dal latino dal latino cum patior essere con l’altro nel soffrire.
La compassione è l’unico strumento che abbiamo a nostra disposizione per perdonare qualcuno.

Molti di noi, che fanno un percorso di crescita personale o spirituale, si trovano ad essere molto arrabbiati con genitori, parenti o con partner o amici che ci hanno fatto, e forse ci fanno ancora, soffrire. Il problema è che serbare rabbia e rancore per queste persone ci fa rimanere costantemente nella sofferenza, e quindi stiamo sempre male e non riusciamo a liberarci da queste catene.

Perdonare, come dicevo in un mio post precedente (vedi Perdonare… come fare e perché!), è l’unico modo per liberarci e stare meglio con noi stessi.
Ma come fare a perdonare?
Attraverso la compassione.

Avere compassione per qualcuno vuol dire innanzi tutto mettersi nei panni dell’altra persona e magari ripercorrere con lei la storia della sua vita, della sua infanzia.
Scopriremo, sempre, che chi ferisce è stato ferito a sua volta.
È impossibile che una persona che ha avuto molto amore e un’infanzia serena possa infliggere violenza o grandi sofferenze.

Se si può trovare una colpa in chi semina sofferenza è quella di non avere avuto la forza di cambiare, di farsi aiutare. Ma non è sempre possibile farlo, solo pochi decidono di prendersi in mano e di voler trasformare se stessi, certe volte, anche pur lavorando su di sè, vecchie ferite tornano a galla e si impadroniscono di noi contro la nostra volontà.
Più impareremo a perdonare noi stessi più saremo capaci di provare compassione per gli altri, e quindi finalmente a perdonarli.

Certo perdonare non vuol dire farsi trattare male, diventare i capri espiatori di chi soffre e ci scarica addosso le sue sofferenze, o rimanere ancorati a relazioni distruttive: vuol dire prendere le dovute distanze, scegliere di allontanarsi se, per la nostra incolumità fisica e psichica, è importante farlo, ma osservare la situazione con distacco e sentire dentro di noi che anche l’altro soffre e proprio a causa della sua sofferenza sta infliggendo dolore anche a noi.

Può essere utile guardare la persona che ci sta ferendo come un cane abbandonato e ferito che ringhia e morde perché è stato a sua volta maltrattato.

L’altro giorno ho letto un passo molto bello in un libro di Thich Nhat Han (“Quando bevi il tè stai, stai bevendo le nuvole” – vedi link in fondo alla pagina), una testimonianza di Sister Chan Khong proprio riguardo alla compassione:

“Durante la guerra in Vietnam c’erano molti boat people, e un giorno fummo sconvolti venendo a sapere che centinaia di profughi in fuga sulle barche venivano derubati e violentati dai pirati.

Eravamo tutti furibondi con i pirati; Thay, però, dopo svariati giorni di meditazione intensiva, ci disse:

“Non condannateli. Se voi avete un buon Maestro è perché sono nato in un buon ambiente, sono stato cresciuto con amore, ho avuto insegnanti e amici che mi hanno voluto bene; e così sono diventato quel che sono. Io non ho un sé separato, dunque il mio essere è composto di tutti gli elementi di un ambiente così buono; i pirati invece sono cresciuti ignorati dai genitori, non hanno ricevuto alcuna istruzione, nessuno ha insegnato loro ad amare e prendersi cura delle persone; sono vissuti in un ambiente pieno di violenza in cui è normale odiare gli altri, picchiarsi a vicenda: è così che sono diventati pirati.”

Quel che mi ha colpito in questo brano, oltre alla compassione infinita del maestro zen, ottenuta tra l’altro attraverso intensa meditazione, è quando parla del fatto che queste persone hanno un sé separato, scisso. Se, come me, credi che ogni essere abbia una parte di natura divina, l’anima o il Sè, come lo vogliamo chiamare, possiamo notare che le persone che infliggono sofferenze così grandi agli altri, sono separati da questa loro Vera Natura.

Sembra che la violenza, l’indifferenza e la mancanza di amore facciano in modo che l’anima si ritiri dal corpo e che essa non possa più manifestarsi. Ma quelle persone non erano nate così, la sofferenza è stata loro inflitta da altri uomini in catene che si tramandano da generazioni. Come diceva Etty Hillesum in un brano citato in un mio post precedente (vedi “Tutti fanno del loro meglio”), queste persone andrebbero curate prima che diventino un pericolo per gli altri.

Capire questo ci può aiutare a fare un passaggio importante perché solo attraverso la comprensione si può arrivare alla compassione e quindi al perdono. E ci può aiutare a cercare di essere noi i primi a spezzare le catene di sofferenza dentro di noi e di dare amore, o quanto meno far soffrire il meno possibile gli altri.

 

Questo il libro di Thay: Quando bevi il tè, stai bevendo nuvole

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