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IL GESTO PERFETTO

Sono davanti al canestro, fermo e un po’ stanco.

Pronto per battere i due tiri liberi.

Aspetto il fischio dell’arbitro.

Mi hanno fatto un fallo “plateale” mentre stavo per fare il canestro che avrebbe permesso alla mia squadra di vincere la partita.

L’arbitro non poteva far altro che fischiare i due tiri liberi.

La cosa paradossale é che se facessi due canestri farei due punti, e vinceremmo lo stesso la partita.

Ma il giocatore che mi ha fatto fallo sa che non é per nulla facile fare due canestri consecutivi.

La “buona media” di tutti é il 50%: un canestro e un errore.

Poi se aggiungi anche l’ansia che da quei due tiri può dipendere la vittoria é un attimo sbagliarli anche tutti e due.

La tensione gioca brutti scherzi.

Mi passano la palla per tirare.

Quante volte ho sbagliato un appuntamento come quello.

Praticamente sempre.

Tutto é pronto.

Nella mia testa questa volta non c’è il canestro della vittoria, ma c’è un nome: Niccoló Campriani.

 

 

Qualche giorno fa in ufficio un mio collega mi ha raccontato del viaggio “Incentive” che hanno fatto in Grecia nel quale ha partecipato un ospite molto particolare: Niccoló Campriani.

Nessuno lo conosceva: i più in platea pensavano che fosse colpa del basso cachet che ora le aziende hanno per pagare gli ospiti nei viaggi premio.

L’intervistatore lo ha introdotto: “Oggi è ospite qui con noi Niccoló Campriani, campione olimpico di tiro al bersaglio con la carabina, 2 medaglie d’oro a Rio de Janeiro nel 2016 e una medaglia d’oro a Londra 2012, più altre medaglie d’oro, d’argento e di bronzo in campionati mondiali, europei e juniores”.

Anche dopo questa presentazione l’ospite rimaneva uno sconosciuto, però uno sconosciuto campione Olimpionico.

Campriani ha 30 anni, ed ha raccontato che l’aspetto più difficile della sua attività é la gestione dello stress, in particolare quella delle emozioni.

Infatti, quando stai per sparare l’ultimo colpo e sai di essere in cima, i tuoi pensieri corrono verso un unico obiettivo: la vittoria.

Ma contemporaneamente si fa largo ad una velocità incredibile dentro di te un pensiero letale: la paura di sbagliare.

La paura di perdere.

La paura di buttare al vento tutto il lavoro fatto, che in un olimpiade corrisponde a 4 anni di intenso lavoro, ore e ore ogni giorno, per un numero infinito di giorni, che trovano la loro giustificazione in quell’infinitesimo spazio-temporale di un colpo di carabina.

La paura di deludere le aspettative di chi ha creduto in te, del tuo istruttore, della tua scuola, della Federazione Italiana del tiro al bersaglio, e soprattutto dei tuoi genitori, che si sono sacrificati nella vita perché tu potessi essere lì in quel momento.

Più ti agiti e più la probabilità di sbagliare é alta, e più provi a controllarti più ti sale l’agitazione.

Così spari quasi a caso.

Campriani lo sa ed é uscito senza medaglie da Pechino 2008.

Per vincere ha lavorato su sé stesso, ed ha toccato una grande consapevolezza:

“non é al risultato a cui devi puntare, ma alla perfezione del gesto che devi compiere.”

Colpire il centro del bersaglio non é frutto dell’obiettivo di vincere, ma della posizione perfetta nel momento del tiro.

Bisogna concentrarsi unicamente nel fare nel miglior modo possibile quello che facciamo senza pensare all’obiettivo finale, ma godendoci il momento.

Il risultato, anche il più elevato, é solo un effetto.

La necessaria conseguenza di un gesto perfetto.

La vittoria non é il fine, ma una conseguenza.

E così anche le medaglie olimpiche.

Non é facile non pensare al risultato in una competizione, qualunque essa sia.

Ma il segreto é proprio quello: sostituire la paura (di sbagliare) con la gioia (di fare quello che stiamo facendo).

Tirare senza intenzione di vincere, ma con l’unico scopo di compiere il gesto perfetto.

Stare nel qui ed ora..

 

 

Sono davanti al canestro.

Penso a Niccoló Campriani e mi ripeto mentalmente: “Io non devo fare due canestri, non devo fare due punti, non devo vincere né per me né per la mia squadra. Devo concentrarmi solo sulla respirazione e sul fare un gesto alla volta, divertendomi…”

L’arbitro fischia.

Prendo la palla.

Allineo la spalla, la schiena e la testa al canestro: é una posizione innaturale ma é quella giusta.

Faccio un respiro profondo.

Spingo col tricipite.

Libero il gomito.

Allungo l’avambraccio.

Accompagno la palla con i polpastrelli.

Chiudo il polso.

La palla spicca il volo, disegna una meravigliosa traiettoria.

Non tocca neanche il tabellone e cade precisa al centro del canestro.

Ho sentito scioltezza quando ho tirato, non poteva che entrare quella palla.

Sorrido, sono soddisfatto.

Ancora un tiro libero.

Sento voci intorno a me che si confondono, quelli dei compagni che esultano e quelli degli avversari che imprecano contro la sfortuna.

Lascio andare tutto.

Non penso a nulla se non a fare un altro bel tiro.

L’arbitro fischia.

Tiro.

 

Tutti mi guardano increduli.

Soprattutto l’avversario che mi aveva fatto il fallo.

Lo guardo, sorrido tranquillo, e dico a voce alta: “Campriani”.

 

Quante cose facciamo tutti i giorni, quante azioni compiamo, e le facciamo tutte pensando all’obiettivo finale.

Eppure, molte volte, così facendo ci priviamo di quello che ogni singolo gesto ci può dare.

É come se volassimo dal pensiero che ci fa iniziare una attività alla fine della stessa, perdendoci il gusto di tutto quello che ci sta in mezzo.

E spesso la vita é proprio nascosta in quelle pause, in quelle pieghe del giorno, dei minuti, dei secondi.

Delle volte di una giornata di lavoro ricordiamo il sorriso di un collega, che magari é durato una frazione di secondo nell’arco della giornata, ma che per noi é stata la cosa più importante.

Ma, se proviamo a fare un po’ di attenzione, possiamo fare qualche respiro profondo, rallentare il tempo, tornare al “qui ed ora” e godere di quello che abbiamo, della vita (post correlato: I MOMENTI PIU’ BELLI).

 

“La vita non é la destinazione, ma il viaggio”.

 

 

Alberto

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NON FAI MAI ABBASTANZA

È un bel weekend di giungo, siamo sul lago e si schiatta di caldo, il che ha il suo lato positivo: l’acqua è a 27 gradi, come piace a me, e così posso stare tutto il giorno in ammollo, con la mia poltrona gonfiabile nuova.
Verso sera mi arriva un messaggio di una mamma dell’asilo che mi dice che sono alla Baia Stanca, lei, i due bambini e il marito, se vogliamo raggiungerli per bagno e aperitivo.
Il bello di avere figli è anche questo: socializzi velocemente con adulti che hanno in comune molte cose con te, perché i bambini vogliono giocare insieme, e se giocano tra di loro tu sei doppiamente contenta, perché si divertono, e perché non devi intrattenerli tu!
Li raggiungiamo e facciamo il bagno tutti insieme.

Dopo un po’ risaliamo a riva e io e la mamma iniziamo a chiacchierare: figli, asilo…lavoro. Lei è psicoterapeuta e mi racconta felice la sua soddisfazione lavorativa, ha un sacco di pazienti, lo studio tutto suo, (immagino guadagni bene) e mentre parla le brillano gli occhi: è un lavoro che fa con passione.

Io inizio a sentirmi stanca, penso al Counseling, che non ho più fatto colloqui e anche i gruppi: è dall’anno scorso che non ne faccio più, troppo impegnativi. Poi andando avanti nella conversazione mi trovo a raccontarle dell’ultimo video clip che ho fatto, che probabilmente verrà editato con un libro di uno psichiatra famoso, poi del documentario dell’asilo e del Blog. Parlo di queste cose come hobby più che lavori, mi considero sempre una che “lavoricchia” (quasi sempre gratis), che guadagna a intermittenza. Però, mentre parlo, la mia energia sale, mi brillano gli occhi: amo i miei video come piccole creature e amo questo Blog, lo trovo un piccolo luogo prezioso.

Lei è molto interessata, vorrebbe vedere i video, leggere il Blog. Poco dopo inizia a dire mogia mogia che lei non trova il tempo di scrivere, mentre la sua amica sì, e che a livello creativo non fa quasi nulla. Improvvisamente, senza che nessuna delle due se ne sia resa conto, si sono ribaltati i ruoli: ora lei si sente di non fare abbastanza e io mi sento ricca dei miei tesori.

Cinque minuti prima era il contrario.

Me ne accorgo, e dico: “Eh non facciamo mai abbastanza, vero?”.

Le racconto di come, quando facevo Counseling mi sentivo in colpa per aver smesso di fare video, e che ora che faccio video mi sento in colpa a non fare Counseling. Entrambe abbiamo figli: lei due un po’ più grandi, io uno piccoletto. I bambini sono molto impegnativi. Concludo dicendo che io penso che se una donna ha figli e in più lavora è già un eroina per me. La vedo sollevata. Ovviamente in quel momento penso a lei, non a me, “che non faccio nulla”. Però, aver svelato quella “simpatica voce interiore”, che entrambe abbiamo, e che dice “non fai abbastanza”, ci ha aiutato a essere di nuovo sullo stesso piano. Tutte e due facciamo del nostro meglio, facciamo cose che ci appassionano, stiamo dietro ai figli, non facciamo tutto quello che vorremmo, ma forse è già abbastanza.

Il sole sta per calare, prendiamo un aperitivo tutti insieme, adulti e bambini, seduti sulla spiaggia, sgrufolando patatine “Più gusto” e godendo l’aria della sera.

“Sembra di essere a Formentera al Big Sur” dico, tutti concordano: penso a quelle foto viste pochi giorni prima su Facebook di quarantenni senza figli che vanno a Formentera come quando avevano vent’anni, e di quei tramonti meravigliosi in quell’isola incantata.

Noi siamo invece alla Baia Stanca di Torri e va bene così, anche questa spiaggia “è già abbastanza”, non cambierei nulla, va bene così.

 

Eleonora

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DI CHE COSA SI VERGOGNANO GLI UOMINI?

Mi accingo qui a riprendere l’argomento della Vergogna che ho trattato in un mio post precedente.

Vediamo in questo quali sono le categorie, secondo Brenè Brown, che fanno nascere negli uomini questi sentimento così difficile da accettare.

– Vergogna è fallire. Al lavoro. Sul campo da football. Nel matrimonio. A letto. Con i soldi. Con i tuoi bambini. (…)
– Vergogna è essere sbagliati. Non fare qualcosa di sbagliato, ma essere sbagliato.
– Vergogna è sentire che ci manca qualcosa.
– Vergogna è il momento in cui gli altri pensano che tu sia un rammollito. È degradante e umiliante non essere visti come dei duri.
-Vergogna è mostrare debolezze. Essenzialmente, la vergogna è una debolezza.
– Vergogna è mostrare paura. Non puoi far vedere che hai paura. Non puoi preoccuparti qualunque cosa accada.
– Vergogna è essere visti come “il tizio che puoi mettere con le spalle al muro”.
– La nostra paura più grande è quella di essere criticati o ridicolizzati. Sono entrambe cose che ci fanno provare tantissima vergogna.

Queste sono le frasi che ha riportato un campione significativo di uomini, intervistati da Brenè Brown, in una delle sue indagini sul tema della vergogna.

Fondamentalmente gli uomini vivono sotto la pressione di un messaggio incessante: fa in modo di non essere percepito come debole.

Inizialmente, leggendo queste categorie, e non essendo un uomo, mi sembrò un elenco più per gli americani che per noi europei. Poi però, osservando meglio mio marito, e anche mio figlio, mi sono resa conto che non è così. Tutti gli uomini si vergognano per almeno qualcuna di queste categorie, se non per tutte: è come se fossero in qualche modo impresse nel dna maschile, così come per noi donne sono sempre ricorrenti le altre (vedi Post “Di che cosa si vergognano le donne“).

Un’altra cosa che mi colpì della Brown è quando dice che spesso siamo proprio noi donne, senza rendercene conto, ad essere spietate con gli uomini: vogliamo che loro si aprano e ci confidino le loro paure e sofferenze, ma quando loro lo fanno siamo terrorizzate. Sotto sotto non vogliamo un uomo debole, ma uno forte che ci protegga, quindi indirettamente favoriamo la chiusura e la vergogna negli uomini (come loro fanno con noi del resto!).

Ammetto che in effetti mi sono ritrovata anch’io in certe situazioni ad aver pensato “E se poi crolla lui che facciamo?!?”

Molte volte sono piuttosto spietata perché vorrei che mio marito fosse perfetto, come vorrei essere io perfetta, del resto. Però negli ultimi anni ho assistito a dei cambiamenti: più lui era in grado di accettare le sue debolezze e comunicarle, più io ero capace di accettarle senza spaventarmi. E i momenti reali di crescita nella relazione sono stati proprio quelli in cui anche lui è riuscito a svelarsi di più e io ad ascoltare senza giudicare, e senza voler trovare una soluzione immediata al problema.

Più cresci più ti accorgi che il vero coraggio sta proprio nell’ammettere le tue debolezze sia che tu sia un uomo che una donna. Mettersi a nudo fa paura, a volte crea vero e proprio panico, ma la luce che entra quando si riesce a farlo è qualcosa di immenso e avvicina sempre le persone.

Qualche tempo fa salutai Don Roberto dopo la messa, è il prete che ha battezzato me e Lorenzo 3 anni fa. Una persona veramente bella. Gli ho chiesto come stava, siccome è malato mi disse con franchezza che non aveva l’energia per fare tutte le cose che aveva da fare, che la malattia lo debilitava, che alle volte andava meglio, ma era sempre lì come una spada di damocle sulla testa. Non lo vedevo da alcuni mesi e mi sentii così privilegiata ad essere resa partecipe di questa confessione. Mi trasmise molta tenerezza ma mi mostrò anche la sua immensa forza, la sua accoglienza.

Poi trovai questa frase di Seneca:
“Ecco una cosa veramente grande: saper unire la debolezza di un mortale alla serenità di un dio”.

Quando hai imparato ad accettare la tua debolezza e imperfezione e quella dell’altro, uomo, donna bambino che sia, sei già un piccolo dio.

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ESSERE VISTI

Fare il bagno al tramonto é una esperienza bellissima.

Poco importa se sei genovese e anziché bagnarti nelle acque del mare ti tuffi nel lago: é sempre meraviglioso immergersi nell’acqua completamente e vedere il sole di fronte a te che sta per andare a nascondersi tra le montagne.

L’acqua è fresca, siamo a fine maggio, ma fuori fa ancora caldo, anche se sono le 20:00 perché in questo periodo le giornate sono fra le più lunghe dell’anno.

Ho appena riportato Lorenzo sulla spiaggia, dopo un veloce bagnetto insieme, l’ho lasciato a Eleonora e sono tornato in acqua.

Un bambino che é lì da solo mi chiede se nuoto un po’ con lui.

Si chiama Nicoló, ha 8 anni e nessuno con cui parlare.

C’è il nonno sulla passeggiata che pesca, ma fare il bagno insieme ad un adulto che parla con lui é un’altra cosa.

Mi chiede fin dove arrivo nuotando.

Lo guardo e non so cosa rispondergli: forse dall’altra parte del lago? Forse no…

Poi mi sfida a nuoto ma non sa mettere la testa sotto.

Ci allontaniamo un po’ dalla riva, mi chiede se ci tocco ma é troppo profondo.

Siamo abbastanza al largo, sento una leggera corrente che ci porta verso nord, gli dico che é meglio rientrare e faccio due bracciate nella direzione della spiaggia. Mentre inizia a nuotare mi chiede un po’ ansioso di aspettarlo.

Certo, gli dico.

Poi arriviamo quasi sulla spiaggia, appoggia i piedi sul fondo e mi chiede se ci tocco. Rispondo che sono più alto di lui, quindi se tocca lui tocco anche io.

Mi invita a fare i tuffi con lui.

Gli dico che ora mi asciugo un po’ che il sole sta per calare.

Ci rimane un po’ male, poi mi fissa e dice pieno di entusiasmo: “Mi guardi se mi tuffo da quello scoglio?”

“Certo, ti guardo!”.

Corre felice sul promontorio roccioso, si mette in posizione per tuffarsi, poi si ferma e mi guarda. Vede che lo sto osservando allora si butta.

Appena esce con la testa dall’acqua guarda subito nella mia direzione: gli faccio il gesto del “pollice su” e mi sorride.

Ha bisogno di essere visto.

Ha bisogno che lo sguardo di un adulto si posi su di lui e che, in qualche modo, lo riconosca.

Anche noi siamo stati così (da bambini).

E alcuni di noi sono ancora così (da adulti).

Fin da appena nati lo sguardo dei grandi é quello che ci aiuta a capire come stiamo: i neonati pensano di essere una cosa sola con il proprio genitore, e, se la mamma sorride, pensano di essere loro a sorridere.

Anche quando si cresce e si diventa bambini lo sguardo degli adulti é importantissimo: quando Lorenzo cade, ora che ha 3 anni e mezzo, la prima cosa che fa é guardarmi: se vede che mi spavento si mette subito a piangere, pensando che sia successo qualcosa di grave, se mi vede che mi avvicino tranquillo, lui si rialza e riprende a camminare (certo che se vede sangue o sente molto male si mette a piangere lo stesso!).

Ci sono poi degli adulti poi che sono rimasti dei “bambinoni”, e ne combinano di tutti i colori per “essere visti” dagli altri, forse cercando un’attenzione che non hanno avuto da piccoli.

Io da bambino cercavo lo sguardo di mio padre, ma lui non c’era mai.

Cercavo lo sguardo di mia madre, ma anche lei faceva fatica a starci dietro.

Per fortuna avendo un fratello e una sorella “ci guardavamo” un po’ a vicenda.

Ma lo sguardo di un coetaneo non é come quello di un adulto.

Sono cresciuto senza un vero e proprio sguardo di un “grande” su di me.

Questo mi ha portato spesso a cercare l’attenzione degli altri, poi, grazie ad un lavoro su me stesso, ho trovato una sempre maggior centratura.

Sicuramente avrei voluto essere guardato di più da piccolo: per questo se ora un bambino come Nicolò mi chiede di essere guardato io non posso che dargli tutta la mia attenzione.

Certo, delle volte ricado nella mia ferita e mi distraggo, anche con Lorenzo, ma ci metto tutto l’impegno per cercare di essere presente.

Lo sguardo di un adulto crea un perimetro, una casa, un giardino dove un piccolo può fare 1.000 giochi, e si sente in qualche modo protetto, qualsiasi cosa accada.

Col tempo il bambino interiorizza questo sguardo.

Quando diventa grande, non ha più bisogno di un adulto, può agire libero nel mondo e può trasmettere, a sua volta, un perimetro sicuro ai bambini che incontra nel suo cammino!

 

Alberto

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GENITORI OGGI

In pochi giorni sono successe una serie di tragedie.

Una mamma ha dimenticato in macchina la bambina di 18 mesi, pensando di averla portata al nido, e al suo ritorno in pausa pranzo l’ha trovata morta. Una coppia di genitori, che si era affidata a un omeopata, ha visto morire il proprio figlio per un’otite trasformata in encefalite. Una coppia di conoscenti ha il bambino in coma dopo un’operazione d’urgenza per un tumore al cervello, di cui erano stati sottovalutati i sintomi.

Quando succedono queste tragedie si cerca sempre il colpevole, forse perché la natura umana ha bisogno di spiegazioni, ha bisogno di esorcizzare la paura cercando un capro espiatorio.

Sicuramente tutti hanno le loro responsabilità. Ma la cosa che mi ha rattristato molto è questo accanimento sui social contro i genitori. Ciò che manca totalmente è l’empatia.

Forse una volta anch’io mi sarei scagliata alla lotta al colpevole. Oggi l’unica cosa che sento è una grande sofferenza dentro per il dramma e l’angoscia di quei genitori perché forse il male peggiore al mondo è perdere un figlio, se poi senti di avere delle responsabilità a riguardo penso sia una vera tragedia da cui sinceramente non so come puoi fare a riprenderti.
Nessuno di questi genitori ha agito intenzionalmente, tutti hanno mancato di lucidità e di presenza, forse per stanchezza, forse per stress, per solitudine.

Fare i genitori oggi è veramente dura, è dura per la fatica, per i ritmi di lavoro, per la mancanza di una comunità di sostegno, per il fatto che non c’è più, o raramente, un medico di famiglia che ti segue con “cura”. C’è solitudine, abbandono, e la ricerca di riuscire a fare tutto senza rinunciare a niente.

Ho letto un bell’articolo di un papà, che racconta che la stessa cosa era successa a lui, ma che per una serie di coincidenze fortunate la bambina fu recuperata subito, e il dramma fu evitato.
Lui dice: “Io non sono meglio di quella mamma”.

Io penso che difficilmente mi potrà capitare una cosa esattamente così perché prendo poco la macchina, perché Lorenzo all’asilo lo porta Alberto, e poi, per andare in ufficio, molla la macchina e prende la vespa. Ma potrebbero capitarci mille altri incidenti di qualsiasi tipo, e quando hai figli lo sai bene.

In realtà anch’io evitai per una manciata di secondi una tragedia quando Lorenzo aveva sei mesi. Stavo andando a pranzo dai miei, Lorenzo nella carrozzina. Mi sono fermata per aprire la doppia porta del cancello di casa loro e ho mollato un secondo la carrozzina, non ho messo il freno. Un secondo dopo ho sentito una voce che urlava: “Signora la carrozzina!” Con un gesto fulmineo ho afferrato il manubrio. La carrozzina con dentro Lorenzo si stava muovendo: poteva andare a sbattere contro le macchine parcheggiate nella migliore delle ipotesi, o poteva finire in strada e essere investita da una macchina in corsa. Il mio volto di fantasma ha realizzato l’accaduto. Perché non avevo messo il freno? Boh. Forse pensavo che la strada fosse piana e non in discesa, forse pensavo che per il tempo di aprire il cancello non ce ne sarebbe stato bisogno. Forse non ho pensato a nulla ero solo distrutta per sei mesi di notti insonni e di allattamento a richiesta. E vi assicuro che non sono una cattiva madre, sono iper attenta, apprensiva, chiamo il pediatra duecento volte se sono in ansia, vado a pendere Lorenzo tutti i giorni all’asilo e da quando è nato non ho mai fatto una notte senza di lui. Eppure poteva capitare anche a me.

Può capitare a tutti perché fare i genitori è veramente una roulette russa.

Dai la vita a un essere unico, splendido che ami più di te stessa e allo stesso tempo hai una responsabilità enorme perché un qualsiasi passo falso o evento avverso te lo può portare via da un momento all’altro: un incidente, una malattia, un acting out, e chi più ne ha più ne metta.

Prego per quei genitori affinchè riescano a trovare un modo per vivere.

E mi augurerei un mondo più buono in cui ci si stringe insieme attorno a queste sofferenze invece che puntare sempre il dito sulle mancanze altrui: una società più umana che rispetta i ritmi delle persone, che da sostegno a tutti e soprattutto i bambini, una società che aiuti i genitori a crescere i bambini come avveniva una volta nelle comunità antiche, e come succede ancora oggi in Africa e altri paesi considerati arretrati.
“Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio” dice quel famoso detto africano, ma se il villaggio non c’è è più facile che accadano drammi come questi.

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DI CHE COSA SI VERGOGNANO LE DONNE?

La vergogna è la sensazione, o l’esperienza, intensamente dolorosa, di essere sbagliati, e per tanto indegni di amore e di appartenenza”

(Brenè Brown, Osare in grande)

I libri della Brown mi hanno aperto gli occhi sulla vergogna. Prima non davo un nome a quella sensazione, o forse le davo nomi diversi. Leggendo i suoi libri ho invece capito che questo sentimento è universale. Più una persona nega di provare vergogna più la vergogna si rafforza. Più invece siamo capaci di dare un nome a questa emozione, e siamo in grado di condividere con qualcuno il nostro disagio, più riusciremo a disidentificarci da essa e a farle perdere potere.

Ciò che mi ha colpito inoltre è come uomini e donne si vergognano per motivi diversi, ma tutte le donne si vergognano per gli stessi motivi e così come gli uomini.

Dopo aver fatto questa scoperta mi sentivo di empatizzare maggiormente con gli altri esseri umani e ho provato compassione per me e per loro.

Vediamo le categorie che Brenè Brown ha scoperto tramite interviste e indagini (in questo post affronteremo la vergogna delle donne, nel prossimo quella degli uomini).

Ecco per cosa si vergognano le donne:

1- Appari perfetta. Fa tutto in modo perfetto. Sii perfetta. Vergognati se non ci riesci.
2- Essere giudicata da altre madri.
3- Essere esposta. Le parti difettose di te, quelle che vuoi sempre nascondere, vengono messe in mostra.
4- (….) le mie origini e le cose a cui sono sopravvissuta mi impediranno sempre di sentirmi abbastanza brava.
5- (…) vergogna è non farcela, e far finta che tutto sia sotto controllo
6- Non essere abbastanza al lavoro, non essere abbastanza a casa. Non essere abbastanza a letto. Non essere abbastanza con i miei genitori. Vergogna è non essere abbastanza.

 LA COSA PER CUI NOI DONNE CI VERGOGNAMO DI PIÙ È DI NON ESSSERE ABBASTANZA MAGRE, GIOVANI E BELLE. (…)

IL SECONDO POSTO È LA MATERNITÀ. La vergogna legata all’essere madri è onnipresente, un fardello che ragazze e donne portano con sè dalla nascita.

Se non hai figli ti vergogni perché non ne hai, se ne hai uno ne dovresti avere due, se ne hai due dovresti fare il terzo, se non puoi averne ti vergogni perché non puoi averne, se hai fatto il cesareo perché non hai fatto il parto naturale, se hai partorito in ospedale dovevi farlo a casa, se hai perso il bambino o se tuo figlio non è come tutti gli altri ti vergogni per quello….insomma c’è sempre un buon motivo per cui vergognarti!

Ma la macrocategoria a cui le donne aspirano è la perfezione. La società chiede alle donne di essere perfette e loro fanno di tutto per soddisfare questa aspettativa.

Devo ammettere che quando ho letto queste pagine sono rimasta esterrefatta.
È proprio così.
Non siamo mai abbastanza.
Cerchiamo costantemente di migliorarci e camuffarci, di sembrare più giovani, più brave, più belle…di più insomma, e immancabilmente c’è sempre qualcosa per cui non andiamo bene.

Se poi hai figli, quando vai a prendere tuo figlio all’asilo o a scuola, nel confronto con le altre madri, emergono sempre queste tematiche di vergogna, di confronto e di finiti sensi di superiorità per camuffare la vergogna.
Si parla di quanti chili hai preso in gravidanza, a che età hai avuto figli, chi lavora si vergogna di non essere abbastanza presente con i figli, chi non lavora si vergogna di “non fare niente”. Poi ci sono le mamme che condannano ogni tipo di medicina e di vaccini, quelle che odiano le antivacciniste, le vegetariane e vegan, e quelle che ti additano se non mangi carne e non ne dai ai tuoi figli, che chissà come faranno a crescere. Quelle che bisogna per forza fare coosleeping e quelle che per carità se lo tieni nel letto non lo togli più.

Ogni argomento legato alla maternità o all’educazione dei figli sono costante motivo di confronto e quindi di vergogna e senso di inadeguatezza, sia in chi commenta, che in chi si sente fare i commenti.

Ma la cosa incredibile è che in automatico, chi più, chi meno, ci cadiamo tutte in questo atteggiamento. È in qualche modo connaturato con la nostra società.

Quante volte una mamma di un compagnetto di Lorenzo all’asilo mi ha commentato com’ero vestita, se c’era caldo ero vestita troppo, o altri giorni ero troppo estiva, che scarpe avevo e così via. Un’altra commentava che avevo un fisico da ragazzina, un’altra ancora vantava la sua cucina macrobiotica e di quanto fossero insane le banane e mi guardava con orrore perché davo biscotti al cioccolato a Lorenzo.

E io da parte mia?
Quante volte ho chiesto a che età avevano avuto i figli? Se avevano allattato e per quanto, se li avevano vaccinati, se facevano il secondo o il terzo figlio, se dormivano ancora insieme ecc.
Anch’io in fondo non sono migliore di tutte le altre madri.
È vero qualcuna mi obietterà: si parla, sono argomenti comuni ed è normale farlo. Ma se ci soffermassimo di più a guardare la persona nella sua interezza, se imparassimo a pensare che ognuna fa quel che può e quel che ritiene giusto e basta?

E se chiedessimo “come stai?” invece di “fai il secondo?”.

Il rischio è che con certe domande la persona che abbiamo di fronte si senta inadeguata: troppo vecchia, troppo grassa, troppo magra, e che si senta che non è una brava madre.

Forse sapere che in fondo ogni donna sotto sotto non si sente abbastanza perfetta, abbastanza bella e abbastanza brava ci potrà aiutare a capire che tutte noi ci portiamo dietro il nostro bagaglio di vergogna e sofferenza  e ci può aiutare a essere più buone con le altre donne, e infine con noi stesse.

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