COME IN GUERRA

In questo periodo è facile buttarsi giù. Tutto è cambiato rispetto a un anno fa: i distanziamenti, le mascherine, i ristoranti chiusi, pure i negozi, i parenti che non si possono vedere, le cene con gli amici che non si possono fare… e come se non bastasse un clima pesante a livello di inconscio collettivo… si respira questa pesantezza di paura, di morte, di clausura. 

Anch’io ho vissuto un periodo difficile, alcuni mesi proprio duretti, non ho passato un’estate spensierata:  ho avuto il contraccolpo del sovraccarico del periodo di quarantena. Poi poco a poco ho iniziato a stare meglio, a riprendere le mie pratiche di mindfulness e yoga, la scrittura… però dopo pochi mesi siamo tornati in questo clima che ogni giorno si faceva più pesante. La gente preoccupata, chi sul lastrico, chi in quarantena senza sintomi, chi malato veramente. 

Un giorno però ho pensato a mia nonna Gianna… mi piace immaginare che è lei da lassù che mi cerca di aiutare: ho pensato che mio papà è nato nel ‘43, durante la guerra. Lei era giovane e sposata da poco. Poi è nata a ruota un’altra bambina, mia zia. E insomma non doveva essere  una passeggiata. Mi sono detta: “Ti rendi conto, tua nonna ha fatto i figli durante la guerra!” Lei abitava a Venezia e Venezia è stata l’unica città che è stata risparmiata dai bombardamenti, perché hanno voluto salvare “la bellezza”. Però mia nonna mica lo sapeva, cioè suonavano le sirene e la gente usciva in strada, o andava nei rifugi… ti poteva cadere una bomba in testa da un momento all’altro. E sua suocera infatti morì sotto un bombardamento in Sicilia. Il mio bisnonno era benestante e aiutava mia nonna e il suo giovane sposo (che a quel tempo era poliziotto) e tutta la famiglia: procurava da mangiare per tutti, avevano addirittura le galline in soffitta, e mia nonna, quando era incinta e aveva voglia di cioccolato, se lo era fatto procurare da lui al mercato nero. Insomma, conoscendola, lei in qualche modo si godeva la vita anche in guerra.

I miei nonni materni invece erano scappati da Venezia perché avevano paura che mio nonno venisse arruolato con i soldati della Repubblica di Salò e si erano fatti ospitare in Abruzzo da una coppia che viveva lì (cercavano di raggiungere la parte d’Italia liberata, invece, si sono dovuti fermare alla linea gotica). Mia nonna Emilia racconta che quando passavano le truppe a perquisire le case, lei nascondeva il nonno sotto il letto. Lei perse suo fratello al fronte, un ragazzo di appena 18 anni. Mi dispiace non avere più i mei nonni per sentire quei racconti, ma i mei genitori ancora si ricordano qualche aneddoto interessante. 

Insomma ho pensato a mia nonna Gianna che tira su un figlio e mangia cioccolato, e ho pensato che anche noi siamo in guerra, una guerra diversa, forse più subdola, meno chiara, ma un periodo tosto da affrontare. Questa visione mi ha cambiato la prospettiva, ho pensato che in fin dei conti non ci sono le bombe e non buttano giù i ponti, ho pensato a tutto quello che posso fare e non a quello che non posso fare. Siamo in una sorta di guerra (biochimica, virale, politica, mondiale?) ma per ora posso uscire (ad aprile non potevo), posso portare mia figlia al parco giochi, Lorenzo, mio figlio di 7 anni, anche se con una mascherina soffocante può andare a scuola ed è felice di andarci. Siccome siamo in zona “gialla” possiamo ancora andare al lago o in Lessinia, posso andare a fare merenda con qualche mamma al bar, magari sedute fuori al freddo, ma chiacchieriamo e i bambini giocano e si bevono una cioccolata calda. Posso passeggiare lungo l’Adige quando c’è il sole.

 Se pensiamo che siamo in guerra e che, come i nostri nonni, o nostri genitori (a seconda dell’età) dobbiamo affrontare questa esperienza forse riusciamo a non sentirci così depressi, ma a gioire di quello che c’è. Anche la Grande guerra è finita. Finirà anche questa esperienza, viviamo alla giornata, concentriamoci sul presente. Penso che sia importante stringere i legami con le persone a cui vogliamo bene, considerare le relazioni come doni preziosi. E poi cercare di focalizzarci sulla nostra interiorità, cercare la luce dentro di noi, capire se c’è qualche progetto creativo che ci piacerebbe realizzare: scrivere un libro, un blog di ricette o di racconti, fare dei video o degli album fotografici, fare spaceclearing e rimettere in ordine tutta la casa.

Assagioli dice che il nostro Sè, o la nostra anima, ha delle potenzialità infinite e il nostro compito è esprimerle, dice anche di essere generosi, di usare i nostri talenti per il mondo o anche solo per aiutare una persona. Di questi tempi può essere utile fare appello alla nostra anima e cercare di capire come possiamo vivere al meglio l’oggi, concentrandoci di più sulla nostra interiorità, andando a scovare le risorse per affrontare questo periodo che ci è letteralmente “capitato”. 

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