QUANDO NON STO BENE…

È un periodo che ho mille acciacchi, sarà più di un mese. E faccio fatica a riprendermi. Ciò che peggiora le cose è il giudizio, più mi giudico perché non sono in forma, più ci metto a guarire. Viviamo nell’era dell’efficienza, e stare male è un problema, è anche una cosa un po’ di cui vergognarsi. Quasi nessuno si permette di stare a letto a recuperare le forze, ma si prendono mille medicine per riuscire a riprendere subito la vita normale. 

Perché bisogna riprendersi subito? Perché altrimenti si perdono soldi, si perdono occasioni sociali, si perde tempo. E soprattutto perché ci giudichiamo, se non siamo efficienti ci giudichiamo, cerchiamo di sopprimerne le emozioni negative e così gli stati di malessere. Ma il nostro corpo si ammala perché ha bisogno di comunicare con noi, ci vuole dire che qualcosa non va, che abbiamo tirato troppo, che non siamo stati capaci di fermarci quando eravamo ancora in tempo, che non abbiamo saputo proteggerci o mettere limiti. Alle volte si ammala perché chiediamo troppo a noi stessi e non sappiamo delegare, non sappiamo chiedere aiuto, o perché non abbiamo ascoltato la nostra parte piccola che aveva esigenze diverse da quelle della nostra parte adulta.

Ma cosa ci sta chiedendo il nostro corpo che non sta bene?

Innanzi tutto ci sta chiedendo attenzione, ci sta chiedendo amore, e accettazione. 

Quando non sto bene tendenzialmente mi do addosso, mi dico che sono una schiappa, una sfigata, una debole. E così ovviamente non mi sto amando, non mi sto prendendo cura di me stessa, sto scagliando, come dicono i buddisti, la seconda freccia. La prima freccia è la malattia: già avere il corpo fuori forma è di per se una sofferenza, se poi mi maltratto nel vero senso della parola, cioè mi tratto male dandomi addosso, sto scagliando la seconda freccia. 

Poi l’altra mia dinamica è quella di iniziare a voler capire con la mente: se mi sono ammalata c’è un motivo, ci sono delle spiegazioni spirituali, devo imparare qualcosa. In questo modo, camuffato da lavoro personale c’è ancora una volta un non amore di sè. In qualche modo mi sto dando la colpa perché non sono abbastanza evoluta, se fossi più evoluta sarei stata capace di mettere i limiti, di chiedere aiuto, di non farmi ‘asciugare’. 

A volte elucubrare troppe spiegazioni non serve a nulla. 

Allora l’altro giorno ho capito che non dovevo fare nulla, proprio nulla, non dovevo forzare le cose, ma stare con quello che c’era. Ciò di cui avevo bisogno era solo amore e presenza, se mi sdraiavo a letto e riuscivo a sentire uno spazio di amore intorno a me e al mio corpo, ecco lì c’era la risposta che stavo cercando. Darmi amore. Come una mamma o una nonna amorevole che ti accarezza i capelli, che ti fa le coccole, che ti mette una pezza bagnata sulla fronte. 

Arrivare ad amarci in modo incondizionato, questo forse è l’insegnamento più importante, amare noi e gli altri.

Ma prima noi stessi.

Se mi amo e mi accetto così come sono, in ogni momento, in ogni condizione fisica, con ogni emozione, ecco solo allora portò accettare gli altri, le loro sofferenze, le loro debolezze. Questo amore incondizionato verso di noi si conquista a fatica, un passetto alla volta, cadendo dieci volte e rialzandosi undici, accettando anche che non sempre abbiamo la consapevolezza e la presenza mentale per amarci. Ma quando ci accorgiamo che non ci stiamo amando è importante fermarsi, respirare e cercare dentro di noi quella pace che solo l’amore incondizionato ci può dare.

“Il mio fare consisterà nell’essere”

Hetty Hillesum

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