Come scrivevo nel mio ultimo Post, per effettuare un processo di guarigione verso di noi dobbiamo essere dolci con noi stessi. Dobbiamo reinserire le coccole nella nostra vita. La mancanza di coccole ha creato nel corpo rigidità e sofferenza, e, meno ne abbiamo avute da bambini e nella vita in generale, più ne abbiamo bisogno.
Ma come fare a reintrodurre le coccole nella nostra vita?
Intanto vale una premessa: ognuno di noi beneficia delle coccole non solo se le riceve, ma anche se le da. Fare le coccole a qualcuno è come riceverle. Quindi se avete dei bambini potete coccolare loro, magari la sera prima di dormire, se avere un partner, un cane o un gatto anche loro saranno ottimi per ricevere coccole da voi.
Poi si può imparare a chiedere di ricevere coccole: a un membro della nostra famiglia, ai nostri genitori anche se siamo adulti, o agli amici. Se non vogliamo chiedere espressamente coccole possiamo farlo con il corpo: ci sediamo in braccio, abbracciamo o ci accoccoliamo vicino a qualcuno. Se non ci sentiamo di chiedere possiamo farlo noi, anche a persone a cui abitualmente non facciamo le coccole. Basta dire: “posso darti un abbraccio?” e farlo. Un altro modo dare/chiedere coccole è fare o chiedere un massaggio, ottimo con olio per massaggi, ma anche un semplice massaggio ai piedi davanti alla tv è perfetto.
Cerchiamo di inserire queste pratiche tutti i giorni per iniziare a sanare le ferite del nostro bambino o della nostra bambina interiore.
Ma se in quel momento non c’è nessuno, ma proprio nessuno a cui chiedere o a cui dare coccole possiamo procedere con questa meditazione che chiamerò delle “coccole perdute”. Ho registrato anche un audio da usare per chi vuole essere guidato e lo trovi sul mio canale youtube (lo trovi anche alla fine del Post).
Ci sdraiamo sul letto o sul divano in una posizione comoda, ascoltiamo il suono del respiro, mettiamo una mano sulla pancia, e una sul cuore, rimaniamo in ascolto qualche minuto. Immaginiamo di essere ai piedi di una montagna, siamo noi e la nostra parte bambina di 5-6 anni. Dobbiamo salire la montagna e raggiunge il vecchio Saggio. Prendiamo per mano la nostra parte piccola e iniziamo a salire, se lei è stanca o si oppone cerchiamo di usare la dolcezza per farla venire con noi, se è troppo stanca possiamo portarla in braccio o in spalle. Mentre saliamo ammiriamo il panorama, i fiori, le nuvole, il cielo. Poi finalmente arriviamo sulla vetta della montagna davanti al nostro Saggio. Parliamo con lui, gli raccontiamo i nostri problemi, i nostri desideri, cosa non va nella nostra vita, che cosa vorremmo che cambiasse, e poi ascoltiamo cosa ha da dire. Dopo di che abbracciamo la nostra parte piccola, la prendiamo in braccio e la abbracciamo, il Vecchio Saggio abbraccia sia noi che la nostra parte bambina.
Mentre facciamo questa visualizzazione possiamo stare distesi sul letto con le mani sulla pancia e sul cuore, come eravamo all’inizio, oppure possiamo voltarci su un fianco in posizione fetale e abbracciarci, visualizzando noi che abbracciamo la nostra parte bambina e il vecchio Saggio che abbraccia noi. Poi immaginano un fascio di luce che scende dal cielo e ci avvolge tutti e tre completamente, è una luce calda che sentiamo entrare dentro di noi a sanare tutte le nostre ferite, tutte le sofferenze. Rimaniamo alcuni minuti così nella pace di questo abbraccio nella luce. Quando ci sentiamo pronti possiamo alzarci, salutare il vecchio Saggio e dirgli che torneremo ancora a trovarlo, e scendere dalla montagna mantenendo dentro di noi il calore di quell’abbraccio e di quella luce.
Se stai attraversando un momento complicato e avvicinarti agli altri è per te difficile ti consiglio di praticare questa meditazione per due o tre settimane di fila, anche tutti i giorni. Poi, quando ti sentirai pronto, potrai scoprire che sarai più propenso a ritrovare un contatto anche con le altre persone, ovviamente con i tuoi tempi e senza forzare.
Eleonora Ievolella
Counselor professionista in Psicosintesi
eleonora.ievolella@albertoeleonora
Sono appena riiniziate le scuole e, mentre facevo colazione al bar, ho sentito dei genitori che si lamentavano. Il problema era che nella classe dei loro figli erano cambiati tutti i maestri e loro lo hanno saputo solo all’ultimo. Fra l’altro i loro figli andavano in quinta elementare e cambiare tutti i maestri alla fine del percorso scolastico non era il massimo.
Purtroppo, la scuola pubblica non sta attraversando un gran periodo. L’ho sperimentato anche io direttamente con mio figlio. L’avvicendarsi di varie maestre nei primi anni e la pandemia hanno fatto sì che lui e i suoi compagni hanno accumulato un po’ di lacune. Anche ad altre classi come la sua non è andata benissimo. Lorenzo era contento di aver rivisto i suoi amici e, a sua insaputa, poteva anche essere felice di non aver cambiato i maestri. Non è uscito esaltato dal primo giorno di scuola ma alla fine è stato abbastanza bene. La felicità è relativa.
Mia moglie non sta bene in questo periodo. Problemi fisici, nulla di grave, ma sente un senso di stanchezza costante e noioso e un po’ di dolorini che vanno e vengono. Il primo giorno di scuola dei bambini stava un po’ meglio del solito, anche se non era del tutto a posto. Il fatto di stare meglio fisicamente l’ha resa di buonumore anche se, comunque, non stava bene. La felicità è relativa.
Dopo aver fatto colazione al bar sono andato a lavorare nella sede in centro della mia banca. Avevamo delle riunioni con esterni e allora avevamo appuntamento con loro in centro a Verona. Per 13 anni ho lavorato in centro a Verona. Da un paio di anni mi hanno spostato e la mia sede di lavoro è in un edificio in periferia. Lavorare nel centro storico per me è sempre un piacere: c’è tanta bellezza nel centro storico delle città italiane. Mi dà gioia andare in centro. Certo, non stavo andando in centro a fare shopping, ma a lavorare. La felicità è relativa.
Anche quando si è in vacanza possono succedere 1.000 contrattempi: qualche ritardo che cambia i nostri programmi, dei piccoli problemi di salute, una pioggia inaspettata… Quindi anche quando siamo belli contenti in vacanza non sempre tutto è perfetto: la felicità è relativa.
Delle volte la felicità è relativa perché alcune relazioni che ci danno calore e affetto durano meno di quanto vorremmo.
Basti pensare ad alcune storie di amore. All’inizio siamo nell’innamoramento e tutto è meraviglioso, ma poi magari la storia finisce e ci sono strascichi dolorosi per entrambi i partner: spesso sta male, pur in modo diverso, sia chi lascia che chi viene lasciato. La felicità è relativa.
Siamo felici, anche se non sempre ne siamo consapevoli, di trascorrere del tempo con i nostri cari. Fa parte della vita, però, che anche queste relazioni non siano eterne. Viene il giorno in cui alcuni nostri parenti o amici stretti ci lasciano improvvisamente per quel viaggio unico e misterioso che è la morte. Siamo stati felici con loro, ma poi il viaggio si è interrotto. La felicità è relativa.
Ogni momento della nostra esistenza contiene zucchero e sale, dolcezza e amarezza, bellezza e disarmonia, ricchezza e povertà, gioia e sofferenza.
L’arte di vivere è quella di volgere il nostro sguardo verso le cose che vanno bene, gli aspetti positivi della nostra vita, della nostra giornata, nel nostro presente, ogni momento.
Non dobbiamo far finta che la sofferenza non ci sia. Non dobbiamo fingere che vada tutto bene anche quando dobbiamo affrontare dei problemi. No, questo no: è giusto riconoscere il bello e il brutto che ci capita. Il vero peccato è se ci focalizziamo troppo sul negativo e così facendo ci perdiamo tutto il bello che c’è.
O ancora peggio, se guastiamo i momenti positivi perché c’è qualcosa che non va, perché non sono perfetti. Magari osserviamo un tramonto incantevole ma c’è un vento freddo che ci infastidisce. Oppure siamo rilassati sulla sdraio con un bel drink nel nostro giardino ma la ventola del condizionatore del vicino fa rumore e ci disturba.
La vita non è perfetta, la felicità non è mai totale.
Nel mondo reale la perfezione assoluta non esiste. Non siamo in un mondo virtuale dove tutto è “apparentemente” perfetto. Eppure abbiamo la tendenza a volere che tutto sia bello, in ordine e giusto come lo vogliamo noi. E se questo non accade ci sembra di non poter essere felici. Pensiamo che la felicità debba essere assoluta. Ma non è così.
Nel mondo reale la felicità vera è relativa.
Dobbiamo saper stare nell’imperfezione e godere delle cose belle che abbiamo anche se non ci sono solo quelle, perché la vera felicità è relativa!
“Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno.”
KHALIL GIBRAN
Alberto
Dott. Alberto Ruffinengo – Counselor Professionista a indirizzo Psicosintetico
Ci sono dei momenti in cui la vita ci mette uno Stop.
Tutto stava andando in un modo che noi consideravamo “adeguato”, tutto sommato anche positivo, ma poi, improvvisamente, succede qualcosa.
Una malattia, un incidente, una crisi, un lutto.
E noi non possiamo o non riusciamo più a fare la vita di prima.
In genere inizialmente ci accaniamo contro la vita, e contro quello che è successo, perché ci sembrava che tutto stava procedendo bene, e in qualche modo, ci sentivamo forti. Ma quando devi fermarti hai il tempo per pensare, per tirare le fila di quello che è successo, per fare il punto della situazione e allora, invece di chiederti: “Perché propio a me?” puoi chiederti: “Che cosa non andava nella mia vita di prima che mi ha provocato questo Stop?”.
Non penso che dobbiamo colpevolizzarci quando questo avviene, credo invece che l’anima stia compiendo qui in Terra un percorso evolutivo, e questo tipo di avvenimenti dolorosi servono a farci riprendere contatto con lei.
Personalmente sono da diversi mesi in questa fase di Stop e ho capito che tante, anzi troppe cose, non andavano nella mia vita di prima.
Ho riflettuto molto e continuo a farlo, e, anche grazie alle visualizzazioni, ho scoperto dei meccanismi simili in molti di noi. Cercherò di spiegarli in modo più semplice possibile.
Nella vita “adulta” ci troviamo a soffocare i desideri e i bisogni della nostra parte bambina, una parte che vorrebbe esprimere i suoi talenti, le sue capacità, la sua gioia e la sua voglia di vivere, ma le sue necessità spesso si scontrano con una vita di doveri, una vita troppo veloce, troppo stressata, poco gioiosa. Allora succede che dentro di noi avviene come una lotta interiore tra due parti, me la immagino come un tiro alla fune: la parte adulta tira con tutta la sua forza da una parte con i doveri (lavoro, palestra, bambini da gestire, casa da putire, pranzi e cene da preparare, ecc. ecc.), la parte bambina tira dall’altra con i suoi bisogni e desideri (giocare, dormire, ballare, stare nella natura, vedere gli amici, desiderio di coccole, massaggi, gelati, creatività…).
Quando l’Io non riesce a soddisfare le necessità di entrambe le parti, succede che, di solito, la parte adulta prende il sopravvento sull’altra perché ci hanno insegnato che “il dovere viene prima del piacere” e perché stare sdraiati in spiaggia “non paga le bollette”. Allora la parte piccola che desiderava solo essere ascoltata, e almeno un po’ accontentata, mette un blocco, ma un blocco grosso, doloroso, pesante quanto basta per attirare l’attenzione su di lei. Ecco che ci ammaliamo, che ci rompiamo una gamba o un ginocchio, che facciamo un incidente o che subentra una forma di depressione.
La bambina che desiderava gioia e amore si deve fare sentire con la sofferenza e il dolore perché non siamo stati capaci di darle retta in altro modo. E ora possiamo visualizzare questa bambina come legata a un masso di pietra e la parte adulta tira tira, ma lei non si muove: la parte bambina è ora il nostro corpo che si rifiuta di collaborare. Il suo blocco crea un sintomo più o meno debilitante, per esempio una gamba che non funziona più, o la schiena che ci fa male.
Ha vinto lei.
Siamo a letto, in malattia, e ci sentiamo tristi e disperati perché vorremmo tornare attivi, siamo rosi dai sensi di colpa per non essere performanti e difficilmente riusciamo a prenderci cura di questa parte bambina e dialogare con lei. Allora prendiamo farmaci su farmaci e spendiamo soldi e tempo alla ricerca delle terapie che ci diano maggior risultato in minor tempo possibile. Ma, se non ascoltiamo il grido di dolore di quella parte piccola, tutto ciò non servirà a niente perché lei dovrà bloccare ancora di più per attirare la nostra attenzione.
E allora come possiamo fare?
Io penso che ciò di cui abbiamo bisogno prima di tutto è di dolcezza. La dolcezza delle carezze della nonna quando eravamo malate, del latte e miele, delle coperte rimboccate, della pezza bagnata sulla fronte. La dolcezza che non è mai abbastanza, perché, se ci pensiamo bene, è proprio quell’essere stati troppo rigidi con noi stessi che ci ha provocato il dolore, lo stop.
Certo, anche la parte adulta ha le sue ragioni, e “deve” andare avanti, ma è fondamentale che lo faccia piano, tenendo per mano quella parte piccola che “non ne ha voglia”, e cercando di dare ascolto a lei e di accontentarla, ma non solo soffocandola di dolci, di serie tv o di shopping compulsivo.
Di cosa ha bisogno un bambino quando è in crisi?
Certo se gli compri un gelato, se gli fai un regalo, se lo metti davanti ai cartoni, lo tieni buono per un po’, ma poi ricomincerà la crisi, perché lui ha bisogno della tua attenzione, ha bisogno di coccole, di abbracci, ha bisogno di giocare con te. I dolci, i regali, la tv a lungo andare potranno solo peggiorare il suo stato di salute e il tuo conto in banca. Il nostro bambino o la nostra bambina interiore ha bisogno di amore, di gioco, di divertimento, e ha bisogno di molta, ma molta dolcezza.
Eleonora
Dott.ssa Eleonora Ievolella – Counselor Professionista a indirizzo Psicosintetico
Tutti vogliono avere successo.
Alcuni lo dichiarano a gran voce, altri invece fanno finta di non essere interessati.
Ma tutti vogliono avere successo. Tutti cercano la realizzazione.
C’è chi cerca il successo sul lavoro, chi nelle relazioni con l’altro sesso, chi nello sport e chi in altri ambiti prioritari della vita.
Ma perché NON raggiungiamo i nostri obiettivi?
Perché c’è una trappola nel successo: per arrivare ad altissimi livelli in un campo, bisogna lavorare concentrando tutta la nostra energia in quell’ambito.
Già qui l’80% delle persone fa fatica a concentrarsi così strenuamente su un obiettivo e quindi non lo raggiunge e si sente frustrato.
Ma in realtà, anche chi si concentra solo su un obiettivo e lo raggiunge, poi va in crisi.
Perchè?
Perché scopre che c’erano altri ambiti prioritari della sua vita che ha trascurato e che lo fanno soffrire.
La corsa sfrenata verso il successo compromette la nostra salute fisica e mentale. O stiamo male, o siamo stressati. Basta guardarsi intorno per trovare riscontro.
La maggior parte di noi pensa e agisce in modo “disgregato”.
In pratica la nostra mente si sposta velocemente da un ambito all’altro seguendo le nostre emozioni. Come un gatto in un prato che insegue una farfalla: ne vede una volare e cerca di acchiapparla. Poi questa si appoggia su un filo d’erba, lui la perde di vista e poco lontano ne vede un’altra. Allora corre verso la nuova farfalla per prenderla, ma anche questa scompare nell’erba. Poi si alza in volo una terza farfalla e si distrae nuovamente. Sposta la sua attenzione da una farfalla all’altra senza mai arrivare al risultato. Ecco “girotondo del gatto”.
Facciamo degli esempi:
Questi sono i nostri 6 BISOGNI o OBIETTIVI più importanti.
Ho messo in grassetto le emozioni. Ciascuno di essi è influenzato da una emozione. Come sappiamo le emozioni ci muovono da dentro ed hanno un potere così forte che spesso non possiamo fare altro che assecondarle.
Così saltelliamo da un bisogno/ obiettivo all’altro come i gatti che inseguono le farfalle. Ruotiamo in tondo senza fare reali avanzamenti e, alla fine, stiamo sempre piuttosto male.
Come uscire dal “girotondo del gatto”?
Le aree che ho appena descritto sono quelle della torta della vita.
Ne ho fatto anche una rappresentazione grafica grazie gli stickers dei miei figli. Mi piace disegnare e colorare… dare sfogo alla creatività!
La torta della vita rappresenta i principali ambiti che contribuiscono alla nostra felicità, evoluzione e benessere complessivo.
Maggiore è la nostra realizzazione in ciascuna fetta, maggiore è il nostro benessere. Chi è soddisfatto in tutti questi ambiti non sta leggendo questo articolo. Se sei arrivato a questo punto vuol dire che c’è qualcuno di questi ambiti su cui senti il bisogno di lavorare.
C’è però un aspetto fondamentale: non concentrarti solo su un ambito!
Se raggiungi i risultati che desideri in un ambito e trascuri gli altri stai solo piantando i semi della tua sofferenza futura, che nasceranno, proprio dalle aree che stai lasciando in disparte.
Quindi da una parte dobbiamo ‘recuperare’ gli ambiti in cui siamo carenti, dall’altra dobbiamo in qualche modo continuare a nutrire tutte le aree della nostra vita.
Come fare?
Una missione apparentemente impossibile in realtà ha una soluzione semplice: ogni giorno devi compiere una azione per ciascun ambito.
Si tratta quindi di individuare una azione, anche piccola, che puoi fare.
Individua il tuo piano di azioni quotidiane e inizia subito!
Vediamo degli esempi:
Seminando e nutrendo ogni giorno TUTTE le FETTE della “torta della vita” potrai:
Il “nemico pubblico numero 1” di questo approccio si sostanzia nella frase: “Non ho tempo…”.
Potresti dirmi: “Non ho tempo di chiamare un mio familiare o un amico, non ho tempo per fare attività fisica tutti i giorni, non ho tempo per leggere qualche pagina di libro ogni giorno, non ho tempo…”
Sicuramente non è facile trovare il tempo anche per delle piccole e sane abitudini nella nostra vita frenetica. Ci sembra che aggiungere delle piccole azioni alle mille cose che abbiamo da fare ci porti più stress che benefici.
Ma la realtà è diversa: quando iniziamo a fare azioni “positive” per la nostra crescita l’energia che ci torna indietro è maggiore di quella che abbiamo impiegato per metterle in opera.
Dobbiamo sacrificare un po’ di tempo da dedicare a queste attività.
E’ bene ricordare che sacrificare significa “rendere sacro”. Dedicare quindi qualche minuto della nostra giornata a queste abitudini finalizzate al nostro benessere vuol dire, in fin dei conti, dare importanza a noi stessi e agli aspetti più importanti della nostra vita.
Quindi, inizia subito!
Il secondo nemico si chiama “incostanza”!
Come all’inizio dell’anno partiamo con i buoni propositi che durano la sera in cui li scriviamo o le primissime settimane dell’anno, anche in questo caso rischiamo di perdere subito le nostre nuove e sane abitudini.
Ma solo la costanza porta a risultati.
Come fare a essere costanti?
Trovi un buon metodo ben spiegato nell’articolo “SE VUOI MIGLIORARE, LO DEVI MISURARE” (clicca qui per leggerlo), che trae spunto dal libro “Le 4 discipline dell’execution” (clicca qui per acquistarlo su Amazon), prova a dargli un’occhiata e poi fammi sapere se ti è servito!
Buona evoluzione,
Alberto
Chi non è più in grado di provare né stupore né sorpresa è per cosi dire morto; i suoi occhi sono spenti.
(Albert Einstein)
Tutti noi conosciamo le 6 emozioni principali che hanno garantito la nostra sopravvivenza e ci hanno spinto verso l’evoluzione.
La gioia, la rabbia, la tristezza, il disgusto, la paura, la sorpresa ci hanno permesso di essere qui oggi sopravvivendo a animali feroci, catastrofi naturali e pestilenze di ogni tipo.
Ma tra tutte queste ce n’è una che viene spesso trascurata nonostante il suo potere vitale.
Questa è la “sorpresa”.
Mi piace chiamarla anche “meraviglia”.
Tre settimane fa ero a cena con mio nipote tornato da Venezia e mi ha detto: “Zio, vuoi vedere un gioco di magia?”.
Io: “Certo…”.
A Venezia aveva trovato un negozio segreto dal nome inequivocabile “TuttoMagia” e si era portato a casa un mazzo e un gioco, appunto, di magia.
Lui ha mischiato le carte e me ne ha fatta scegliere una (era un 7 di cuori).
Senza guardarla me l’ha fatta rimettere nel mazzo.
Lui le ha manipolate un po’ e… TA-DAAN, ecco il mio 7 di cuori che, non so come, sbuca fuori dal mazzo di 52 carte…
Per un attimo la meraviglia, lo stupore, la sorpresa si sono impossessati di me lasciandomi senza parole e attonito di fronte a quanto accaduto.
Un misto di gioia, vita e mistero mi hanno avvolto.
In quel momento ero completamente presente, mi sentivo vivo e coinvolto in quello che stava succedendo, al 100%.
Quello è il potere della “meraviglia”.
Ognuno di noi ha una reazione immediata di fronte alla parola “sorpresa” che può essere di due tipi: qual è il tuo?
Per loro la sorpresa è una sensazione di piacere, come qualcosa di bello che non ti aspetti. Ti piove dal cielo come un regalo. Per i “Babbi Natale” la sorpresa non può che essere qualcosa di positivo che quando ti capita ti riempie il cuore di gioia. La sorpresa è eccitante, adrenalinica, incantevole. Questo approccio appartiene agli ottimisti, alle persone fortunate che hanno avuto una vita serena o alle persone piene di fiducia nella vita e nel futuro.
Per i “Paperini” la sorpresa è tipicamente “una sfiga”, qualcosa di negativo, tipo una multa sul parabrezza, uno specchietto della macchina rotto, una raccomandata che ti arriva a casa con una sanzione o tassa da pagare. Oppure la telefonata del partner che ti comunica che ti lascia, o di un familiare che ha avuto un incidente ed è all’ospedale… tutte cose reali che possono capitare, e sono capitate, a ognuno di noi… ma che per i “Paperini” sono la prima e l’unica associazione mentale alla parola sorpresa.
Cosa fa un programma informatico o un robot? Le stesse cose in modo sempre uguale in base a come è programmato.
Come si chiama il sentimento del ripetere sempre le stesse cose?
Noia.
Quando diciamo ai nostri figli o a qualcuno: “Devo ripeterti sempre le stesse cose…” stiamo comunicando gioia o frustrazione?
Conoscere esattamente come è il nostro futuro se da una parte soddisfa il nostro bisogno di “avere il controllo” in realtà ci priva contemporaneamente della gioia di vivere.
La vita è scoperta.
La vita è meraviglia.
La vita è un fiore che scorgiamo tutto d’un tratto in mezzo a un prato verde.
La vita è un incontro inaspettato.
La vita è conoscere per caso una persona di cui ci innamoriamo.
La vita è una frase gentile detta da una persona che ci commuove.
La vita è…
La vita ha molto – se non tutto – a che fare con la sorpresa.
Il rimanere incinta è una sorpresa, la nascita di un bambino, il suo carattere, il suo aspetto fisico, anche il suo sesso è una sorpresa! In realtà, anche il momento della morte è una sorpresa: chi di noi sa in anticipo il momento esatto in cui morirà?
La sorpresa è il trait d’union di tutta la nostra vita, dalla nascita alla morte.
Le novità, le cose nuove, la casa nuova, l’auto nuova, o un modo nuovo di fare qualcosa di vecchio: questa è la sorpresa.
Un po’ di tempo fa ho incontrato un mio amico che era contento perché aveva cambiato lavoro.
Gli ho chiesto: “Cosa ti rende felice di questa nuova opportunità lavorativa?”.
“Dopo tanto tempo, sto facendo cose nuove…” è stata la sua risposta.
La sorpresa e la comicità:
Il segreto dell’umorismo è la sorpresa.
(Aristotele)
La sorpresa e il calcio:
A volte sorprendi il portiere, altre volte è il portiere che ti sorprende. Nella mia carriera ho cercato di fare in modo che il primo caso prevalesse sul secondo.
(Eric Cantona)
L’altro giorno stavo partecipando a un corso di formazione della Banca sulla comunicazione.
Ero in smart working a casa.
Luce, mia figlia di 5 anni, non era ancora andata all’asilo.
La docente ha parlato delle emozioni e della loro importanza nella comunicazione.
Luce ha sentito. Un minuto dopo si è presentata vicino a me con un disco di cartone colorato.
Ci ho messo qualche secondo a mettere a fuoco l’oggetto: era la “ruota delle emozioni”. L’avevamo fatta insieme cinque mesi prima.
Ero diventato pazzo per trovare i “fermacampioni”: dei ferretti comuni ai tempi in cui ero bambino io, ora praticamente spariti. Spariti come gli artigiani, i micro-negozi di alimentari, le cartolerie, le piccole librerie, i ferramenta, i negozi di dischi e quelli di fumetti.
I fermacampioni sono come dei chiodi con la testa molto larga che, al posto di un’unica punta in ferro, hanno due ferretti molto flessibili che si aprono a libro. Con quelli puoi tenere uniti due fogli di carta e permettergli di scorrere uno sull’altro.
Con i fermacampioni, due fogli di carta, un cartone riciclato dai pacchi di Amazon, un po’ di colla, i pennarelli e tanta buona volontà siamo riusciti a costruire la ruota. Anzi due: una per Luce e una per suo fratello Lorenzo di 9 anni.
Ho usato questo esercizio per spiegargli un po’ il mondo delle emozioni.
Sono partito dalle 6 emozioni primarie così come individuate da Paul Ekman. Sono quelle che insegno ai miei corsi sulle Emozioni perché universali, facilmente comprensibili e riconoscibili nella vita di tutti i giorni.
Gli ho chiesto di disegnare un cerchio sul foglio bianco e di dividerlo in 6 spicchi.
Poi hanno colorato gli spicchi di giallo, azzurro, verde, rosso, arancione e nero. In ogni spicchio hanno incollato una “emoticon” che rappresenta una emozione. La gioia nel giallo, la rabbia nel rosso, il disgusto nel verde, la tristezza nell’azzurro, la sorpresa nell’arancione e la paura nel nero.
Infine hanno ritagliato una freccia di cartone. Abbiamo poi fatto un buchino in mezzo al disco colorato e alla freccia e li abbiamo fissati insieme con un fermacampione. Ecco fatto, la “ruota delle emozioni” era pronta.
Ogni tanto gli chiedo di farmi vedere che emozione stanno vivendo e loro si divertono a spostare la freccia in base a quello che accade: prima “giallo – gioia”, poi se il cibo che gli ho dato non gli piace la freccia si sposta subito sul “rosso – rabbia”…
Da piccolo NON mi avevano insegnato cosa sono le emozioni.
Anzi, come probabilmente è successo a tanti, mi hanno addirittura insegnato a reprimerle.
Allora via la tristezza quando ci si fa male (“Ma dai, non è successo niente! Tra poco il dolore ti passa, smettila di piangere!”), via la rabbia (“Ubbidisci senza lamentarti! Non urlare e fai come ti ho detto!”), via la paura (“Dai buttati! Gli uomini non hanno paura!”) e via anche il disgusto (“Mangialo, anche se non ti piace, ti fa bene!”). Che la sorpresa fosse una emozione l’ho scoperto quando mi sono messo a studiare le emozioni. L’unica emozione concessa era la gioia… ad averne!!!
Anche se le neghiamo, però, le emozioni esistono lo stesso. Inoltre, quando sono represse le emozioni assumono una forma ancora più dirompente: escono all’improvviso e non riesci a controllarle. Pensa alla rabbia non espressa che, dopo essere stata compressa, si esprime in modo violento. Oppure alla paura non riconosciuta che si trasforma in stress, ansia, fino ad arrivare agli attacchi di panico.
Un percorso di “alfabetizzazione emotiva” che spiega le emozioni e soprattutto il loro senso evoluzionistico per me è fondamentale.
E quale età migliore per avvicinarsi alle emozioni se non quando si è bambini?
Sono stato molto contento quando Luce, appena sentito l’argomento emozioni, ha ‘ripescato’ in mezzo a tutti i suoi giochi la ruota delle emozioni fatta mesi prima. Parlando di emozioni devo specificare che prima della gioia, c’è stata la sorpresa, l’emozione più breve di tutte!
L’episodio mi ha suggerito che tutti gli investimenti fatti sui bambini alla fine ritornano. E visti tutti i sacrifici che i genitori fanno per i figli, è bello vedere qualche riscontro.
Un suggerimento che voglio darti, caro il mio “evolutivo” che stai leggendo, è quello di approfondire il tema delle emozioni anche se da piccolo non te le hanno spiegate… Puoi leggere dei libri sull’argomento, partecipare a dei corsi o approfondirle in un percorso di crescita personale: scegli la via che preferisci!
Non è mai troppo tardi per scoprire i doni nascosti nelle nostre emozioni, e se vogliamo stare bene, è utile farlo!
“A volte le parole non bastano.
Alessandro Baricco
E allora servono i colori.
E le forme.
E le note.
E le emozioni.”