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SONNO, MOVIMENTO E DOCCE FREDDE: LE 3 PRATICHE PIU’ IMPORTANTI DEL 2022

Anche dopo aver raggiunto la meta, non puoi smettere di praticare

Eisai Myoan

Scrivere mi permette di condividere alcune pratiche o pensieri che ho sperimentato in prima persona e che possono essere utili anche ad altri.

Grazie a questa condivisione chi legge può risuonare con alcune pratiche e trarre l’energia per attivarle anche nella sua vita ricavandone beneficio.

Quando questo accade ho raggiunto il mio scopo: aiutare gli altri a stare meglio.

Per questo ho deciso che in questo post di fine 2022 e di inizio 2023 condividerò 3 pratiche quotidiane che quest’anno mi hanno portato un maggior benessere.

In sintesi sono: SONNO, MOVIMENTO e DOCCE FREDDE (e quest’ultima spiega la foto del post, leggi fino in fondo…).

Vediamo il perché di ciascuna pratica e come l’ho “messa in opera”.

1 – SONNO

Tutti noi dormiamo, da sempre, e così fanno anche tutti gli esseri viventi. Sul perché abbiamo quest’abitudine, però, non sappiamo molto.

Quante volte ci siamo domandati: “Non sarebbe meglio ‘non dormire’ e dedicarci a 1.000 e 1.000 attività in più?”. Oppure “Non è che sprechiamo troppo tempo dormendo?”.
Ho trovato la risposta alla necessità – e ai benefici – del sonno in un libro meraviglioso: “Perché dormiamo”, di Matthew Walker (se ti interessa il libro clicca qui).
Seguirà un post dedicato, ma quello che voglio trasmetterti da subito è che:

  1. Tutti dovremmo dormire almeno 8 ore a notte, quantomeno non scendere sotto le 7!
  2. Il sonno non si recupera: si può recuperare una parte di riposo (scarico di adenosina) ma i benefici di una notte di sonno non li possiamo recuperare dormendo di più il giorno dopo (i benefici del sonno sono quotidiani!).
  3. Il sonno ha effetto sull’apprendimento di quanto abbiamo sperimentato nella giornata
  4. Ha impatto sulla memoria con l’immagazzinamento durante il sonno profondo delle informazioni dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine,
  5. Aumenta la creatività, il problem solving grazie alla fase REM e la gestione delle emozioni grazie ai sogni.

Il libro di Walker, piuttosto lunghetto (ca. 490 pagine), documenta con esperimenti scientifici tutto quello che afferma ed è anche piacevole alla lettura.

Visti i benefici documentati ho deciso di porre più attenzione al sonno nella mia vita.

E come ho ‘implementato’ questa pratica – dormire tra le 7/8 ore al giorno – nella vita quotidiana?

Per costruire una abitudine nella nostra vita dobbiamo misurarla (vedi il post: “Se vuoi migliorare lo devi misurare”). Quindi dovevo misurare quanto dormivo ogni notte.

Per farlo oggi ci sono moltissimi modi: ci sono applicazioni specifiche che si possono scaricare sul proprio cellulare, ci sono orologi digitali e braccialetti ‘smart band’ che misurano il sonno. Le applicazioni del cellulare non mi piacciono perché mi scaricano la batteria e non vado pazzo per avere un cellulare attivo vicino al letto tutta la notte. Gli orologi e le smart band mi danno fastidio mentre dormo.
Allora come fare?
Alla fine ho trovato una soluzione che per me è meno invasiva: è un anello “tecnologico” che ha dei sensori che misurano in modo molto accurato il sonno, la temperatura, le fasi del sonno, il battito cardiaco, il respiro, l’ossigenazione del sangue ed altri indicatori. Grazie a questo anello, che si allinea con una app sul cellulare appena mi sveglio, so tutte le mattine quanto ho dormito la notte precedente, la qualità del sonno e il mio grado di “Prontezza” del giorno (per chi fosse interessato si chiama OURA RING, se vuoi saperne di più clicca qui).
Scegli pure il tuo sistema per monitorare il sonno, ma da stanotte cerca di dormire almeno 7-8 ore!

2 – MOVIMENTO

Ogni giorno è importante muoversi.

Siccome non so esattamente quanto movimento farò oggi (passi, allenamenti, …), mi sono messo a fare degli esercizi fissi tutte le mattine.

Certo, poi c’è il mio sport, il “water basket”, che faccio due volte a settimana, qualche partita a calcetto una volta al mese, qualche corsetta e un po’ di camminatine… ma la vera costante del mio ‘movimento’ sono gli esercizi mattutini che faccio – e posso fare autonomamente – ogni giorno.
Io faccio piegamenti sulle braccia, plank e addominali fino a raggiungere il mio limite, e alla fine, per sciogliere il corpo, “i 5 Tibetani”. Questa serie di esercizi mi prende circa 20 minuti e li faccio prima di fare colazione e di andare a lavorare.

Fare allenamento stimola specifici ormoni in noi, in particolare ricordiamo fra i principali:

  1. La dopamina mentre ci alleniamo: aumenta il livello di attenzione e concentrazione, allevia la fatica, è responsabile della sensazione di benessere che proviamo mentre facciamo sport-
  2. Le endorfine post-allenamento: dopo un allenamento le endorfine aumentano del 500% sia nei maschi che nelle femmine. Le endorfine portano a euforia e benessere dopo aver praticato sport, diminuzione dell’ansia, dello stress e delle arrabbiature e aiutano anche il controllo dell’appetito.
  3. La serotonina post-allenamento: viene chiamato “ormone della felicità” per l’effetto che ha sul nostro organismo, regola il ciclo sonno-veglia (abbassa il livello di melatonina) e la temperatura corporea.

Quanto deve durare l’allenamento?

Studi indicano che per gli anziani sono sufficienti 10 minuti, per gli altri 20-30 minuti al giorno vanno bene. Ora, scegli gli esercizi che preferisci, in base alla tua forma fisica e alla tua predisposizione, inizia gradualmente ma fai un po’ di movimento tutti i giorni!

3 – DOCCE FREDDE

Un’altra pratica che ho iniziato quest’anno è quella delle docce fredde. Sono partito a fine giugno, ma ho scelto convenzionalmente la data del 1° luglio per contarle. Ogni giorno faccio una doccia fredda (dopo gli esercizi scritti sopra).

Ho iniziato dopo che questa estate ho letto il libro “Il metodo del ghiaccio”, di Wim Hof (se ti interessa clicca qui).

E’ un libro autobiografico, dove Wim racconta della sua esperienza con il freddo, le volte che ha rischiato la vita e i benefici che il freddo ha avuto sul suo corpo e sul suo benessere in generale.
In particolare, l’esposizione al freddo, e le docce fredde, hanno importanti effetti sul nostro corpo. Riassumo con una sintesi estrema alcuni benefici delle docce fredde (per approfondimenti scriverò un post dedicato, se sei interessato puoi leggere il libro o fare delle ricerche su internet):

  1.  Migliorano il nostro sistema cardiovascolare
  2.  Migliorano il nostro sistema immunitario diminuendo la nostra attitudine ad ammalarci
  3.  Migliorano le prestazioni atletiche (e sessuali)
  4.  Migliorano la capacità di concentrazione
  5.  Migliorano la ripresa dei muscoli dopo l’allenamento

Su internet trovi elencati anche altri vantaggi: pelle migliore perché l’acqua fredda non secca il sebo, maggior scioglimento del grasso bruno, rafforzamento di cute e capelli (lì purtroppo – non avendoli più – non ho visto miglioramenti!).

A luglio ho anche deciso che il 1° gennaio del 2023 avrei fatto il bagno nel lago di Garda unendomi ad un gruppo di persone che lo fa tutti gli anni il primo giorno dell’anno (dicono che è benaugurante!).

Dal 1° luglio ad oggi sono quindi 184 giorni che faccio docce fredde, tutte le mattine e dopo gli allenamenti. Non ho più fatto una doccia calda (e ora la sopporterei a fatica…). In questi 6 mesi mi sono ammalato una volta per quattro giorni (di cui 2 con febbre alta).

Come ho iniziato?

All’inizio facevo la solita doccia e alla fine bagnavo con l’acqua fredda solo alcune parti del corpo. Poi doccia normale e, alla fine, per pochi secondi sotto l’acqua completamente fredda. Poi pian piano ho allungato il tempo della parte di doccia con acqua fredda. Negli ultimi mesi sono passato a fare direttamente tutta la doccia fredda – compresa l’insaponatura! – senza azionare mai la calda (e sono ancora vivo!). Le parti più “shokkanti” ogni mattina è quando bagni la schiena e la testa, ma questa la bagno poco perchè l’acqua fredda non fa bene alla testa.

Il primo effetto che ho notato è che sono meno freddoloso di prima.

Certo, iniziare d’estate può aiutare, ma quando ti sentirai pronto, inizia anche tu, i benefici non stenteranno ad arrivare!

P.S.

Come mi ero ripromesso, alla fine oggi 1° gennaio 2023 sono andato al lago, a Brenzone sul Garda a fare il tuffo nel lago. Sono stato fortunato perchè la temperatura era abbastanza mite (12° gradi esterni, temperatura dell’acqua di ca. 11°…). Alle 14:00 c’era anche un po’ di sole. Sulla spiaggia intorno alle 15:00, ora prevista per il tuffo, eravamo più di 70.

3, 2, 1… VIA alle 15:10 ci siamo buttati nel Lago!

L’acqua era fredda, ma all’inizio sopportabile (non ho messo la testa in acqua). Dopo pochissimi minuti però sembrava di essere in un secchio di ghiaccio: con i piedi ibernati e il corpo gelido sono uscito. Post immersione fuori l’aria sembrava calda, così ne ho approfittato per fare un secondo veloce bagnetto!

Poi asciugatura rapida, vestizione, thè caldo e panettone per tutti!

Anche dopo aver raggiunto la meta, non puoi smettere di praticare

Eisai Myoan
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QUANDO NON STO BENE…

È un periodo che ho mille acciacchi, sarà più di un mese. E faccio fatica a riprendermi. Ciò che peggiora le cose è il giudizio, più mi giudico perché non sono in forma, più ci metto a guarire. Viviamo nell’era dell’efficienza, e stare male è un problema, è anche una cosa un po’ di cui vergognarsi. Quasi nessuno si permette di stare a letto a recuperare le forze, ma si prendono mille medicine per riuscire a riprendere subito la vita normale. 

Perché bisogna riprendersi subito? Perché altrimenti si perdono soldi, si perdono occasioni sociali, si perde tempo. E soprattutto perché ci giudichiamo, se non siamo efficienti ci giudichiamo, cerchiamo di sopprimerne le emozioni negative e così gli stati di malessere. Ma il nostro corpo si ammala perché ha bisogno di comunicare con noi, ci vuole dire che qualcosa non va, che abbiamo tirato troppo, che non siamo stati capaci di fermarci quando eravamo ancora in tempo, che non abbiamo saputo proteggerci o mettere limiti. Alle volte si ammala perché chiediamo troppo a noi stessi e non sappiamo delegare, non sappiamo chiedere aiuto, o perché non abbiamo ascoltato la nostra parte piccola che aveva esigenze diverse da quelle della nostra parte adulta.

Ma cosa ci sta chiedendo il nostro corpo che non sta bene?

Innanzi tutto ci sta chiedendo attenzione, ci sta chiedendo amore, e accettazione. 

Quando non sto bene tendenzialmente mi do addosso, mi dico che sono una schiappa, una sfigata, una debole. E così ovviamente non mi sto amando, non mi sto prendendo cura di me stessa, sto scagliando, come dicono i buddisti, la seconda freccia. La prima freccia è la malattia: già avere il corpo fuori forma è di per se una sofferenza, se poi mi maltratto nel vero senso della parola, cioè mi tratto male dandomi addosso, sto scagliando la seconda freccia. 

Poi l’altra mia dinamica è quella di iniziare a voler capire con la mente: se mi sono ammalata c’è un motivo, ci sono delle spiegazioni spirituali, devo imparare qualcosa. In questo modo, camuffato da lavoro personale c’è ancora una volta un non amore di sè. In qualche modo mi sto dando la colpa perché non sono abbastanza evoluta, se fossi più evoluta sarei stata capace di mettere i limiti, di chiedere aiuto, di non farmi ‘asciugare’. 

A volte elucubrare troppe spiegazioni non serve a nulla. 

Allora l’altro giorno ho capito che non dovevo fare nulla, proprio nulla, non dovevo forzare le cose, ma stare con quello che c’era. Ciò di cui avevo bisogno era solo amore e presenza, se mi sdraiavo a letto e riuscivo a sentire uno spazio di amore intorno a me e al mio corpo, ecco lì c’era la risposta che stavo cercando. Darmi amore. Come una mamma o una nonna amorevole che ti accarezza i capelli, che ti fa le coccole, che ti mette una pezza bagnata sulla fronte. 

Arrivare ad amarci in modo incondizionato, questo forse è l’insegnamento più importante, amare noi e gli altri.

Ma prima noi stessi.

Se mi amo e mi accetto così come sono, in ogni momento, in ogni condizione fisica, con ogni emozione, ecco solo allora portò accettare gli altri, le loro sofferenze, le loro debolezze. Questo amore incondizionato verso di noi si conquista a fatica, un passetto alla volta, cadendo dieci volte e rialzandosi undici, accettando anche che non sempre abbiamo la consapevolezza e la presenza mentale per amarci. Ma quando ci accorgiamo che non ci stiamo amando è importante fermarsi, respirare e cercare dentro di noi quella pace che solo l’amore incondizionato ci può dare.

“Il mio fare consisterà nell’essere”

Hetty Hillesum

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IL CODICE DELL’ANIMA: RICONNETTERCI ALLA NOSTRA VOCAZIONE

Quando si parla di codice io penso a quello della catena della bicicletta che mi sono dimenticato (e ora non riesco più a togliere la catena dal manubrio…).

In genere quando si sente “codici” ci viene in mente il codice “PIN” del Bancomat, del cellulare o computer, o le centinaia di password che ormai ognuno di noi si deve ricordare per l’accesso ai siti internet dove siamo registrati, alle App e alle caselle di posta elettronica…

Agli amanti dei libri gialli – e dei film – la parola “codice” riporta immediatamente a “da Vinci”: “Il codice da Vinci”, Dan Brown, circa 85 milioni di copie del libro vendute e 760 milioni di dollari incassati dal film.

Il libro “Il codice dell’anima” di James Hillman non c’entra niente con tutto quello che ho scritto sopra ed è uno dei più “rivelatori” che ho letto quest’anno (e negli ultimi anni).

Hillman, psicanalista – saggista – filosofo, aveva conosciuto Jung, e divenne anche Director of Studies al C.G. Jung Institute in Svizzera dopo essersi diplomato con summa cum laude all’Università di Zurigo. Ha scritto numerosi saggi e libri, ed io ho letto il suo più famoso, “Il codice dell’anima” appunto, che ha scritto nel 1996, e nel quale traspare tutta la sua preparazione psicologica – filosofica e sociologica.

Da questo ho tratto 3 (s)punti che voglio condividere con te perché sono come dei flash, degli stimoli potentissimi, che possono aiutarci a cambiare il nostro modo di vivere la vita fin da subito.

Andiamo con ordine, ecco i tre spunti:

  1. La relazione fra la nostra vita materiale e quella spirituale: la teoria della ghianda, del daimon o vocazione (centro del libro)
  2. Il recupero del mistero – dell’invisibile – nella nostra vita quotidiana
  3. La rilettura delle biografie delle vite delle persone e il superamento della mediocrità

Con questo post non voglio riassumere il libro, piuttosto gettare dei semi per stimolarti a leggerlo (qualora non lo avessi ancora fatto…) in modo che anche tu possa trarne quel “nutrimento” spirituale che ho ricevuto io.

1. La ghianda e il daimon

Ognuno di noi nasce con una vita ‘corporale’ che noi tutti ben conosciamo (aspetto esteriore, viso, corpo) e che comprende anche la mente, la razionalità, il ragionamento, … + una ghianda in nuce che in qualche modo deve dispiegarsi, aprirsi al mondo, ‘discendere’ nel mondo, e che è la nostra vocazione.

Questa ghianda, chiamata anche “daimon”, in realtà però è come se vivesse di vita propria, in noi e fuori da noi, giacchè è una parte spirituale, fuori quindi dalla nostra corporalità, ma che è a noi legata. E a noi, parte corporale, chiede espressione.

Da qui una sorta di conflitto, negazione, perché la parte corporale da una parte fa fatica a vederla e riconoscerla, dall’altra si guarda bene dal cederle il controllo…

Ma senza il daimon anche la parte corporale fa poca strada, perché è legata a doppia mandata con il daimon che è sceso nel mondo insieme a noi e necessita di essere manifestato.

Finchè non si esprime il daimon, la parte corporale vaga in una terra priva di realizzazione e sperimenta il vuoto a livello profondo, in maniera più o meno consapevole. La sensazione di “mancata realizzazione” è strettamente collegata alla mancata espressione del daimon. Anche la necessità di continue distrazioni è legata ad una ghianda non ancora dischiusa.

2. Il mistero

Per trovare la nostra vocazione dobbiamo ricontattare il mistero.

Nella mia vita spesso sono andato alla ricerca di qualcosa che non sapevo cos’era.

E non sapendolo ho poi perso un po’ l’abitudine a frequentare quel posto, quell’altrove, che non ha un senso razionale per esistere, ma forse ha più senso di tante cose banali e scontate che facciamo tutti i giorni.

In particolare mi ricordo che mentre frequentavo l’Università, finito di studiare e di fare le attività ‘necessarie’ alla vita, alle 23:00 di notte prendevo la Vespa e andavo alla passeggiata di Nervi, a Genova, a vedere il mare.

Andavo da solo, non avevo appuntamenti se non con me stesso.

Non so cosa cercassi, non lo so ancora adesso che sono passati 20 anni, ma quelle uscite avevano (ed hanno) un senso, pur non spiegabile a parole.

Il mistero ci rimette in contatto con tutta la nostra parte ‘sensibile’ e ultra-sensibile (oltre i 5 sensi), le nostre poesie, il nostro vagabondare senza meta, la nostra contemplazione della natura e del silenzio, le fotografie che scattiamo a qualcosa che ci colpisce e improvvisamente diviene ‘urgente’…

Forse lì, da qualche parte, in quel mistero, c’è la nostra ghianda, il nostro daimon. Forse è lui che cerchiamo nei nostri vagabondaggi notturni, che proviamo a esprimere in versi, che tentiamo di scorgere nella contemplazione della natura o di immortalare con le foto dei nostri cellulari… quell’invisibile che è dentro o vicino a noi.

3. Biografia e unicità

Il libro di Hillman è costellato di biografie, di storie di persone e personaggi realmente esistiti (viene anche citato Quentin Tarantino insieme al torero Manolete, qualche Presidente degli Stati Uniti, Hitler quando analizza “il cattivo seme” e decine di altri). Le loro biografie vengono analizzate non tanto per cogliere gli aspetti razionali legati alla parte della vita ‘corporale’ (vedi punto 1), ma per ricercare la loro vocazione, cercando di desumere e riconoscere la parte legata alla ghianda, al daimon, che in qualche modo è riuscita a trovare espressione in quelle vite. Spesso le analisi portano a vedere come questa vocazione si manifestava già fin da bambini, in modo completo, con una presenza che era già totale, non necessitava di sviluppo alcuno.

Il daimon è già completo quando nasciamo, gli manca solo la manifestazione.

Ma non sono solo le biografie dei personaggi raccontati che hanno manifestato il loro daimon che sono “importanti”.

Ognuno di noi, con la sua unicità, è uguale agli altri (in quanto essere unico portatore di un suo specifico daimon) e diverso da tutti gli altri (giacchè la vocazione di ciascuno di noi è personalissima e che richiede una sua espressione unica). Non esiste quindi la mediocrità, l’essere mediocri, lo svolgere un lavoro mediocre, …

Ognuno di noi, con la sua biografia, con le sue caratteristiche e il suo carattere, è unico, originale ed esprime e può esprimere sempre più il suo carattere e la sua vocazione in questa presenza terrena.

Una cosa che va detta subito e con onestà è che il libro non dà indicazioni su come trovare il proprio daimon, come dischiudere la propria ghianda, come trovare la propria vocazione: non è uno di quei libri di auto-aiuto che fornisce tecniche e suggerimenti utili per realizzare un obiettivo. Ma se devo essere sincero non avevo questa aspettativa, e penso che metterci in contatto con la nostra parte legata al mistero, farcelo riassaporare, valga più di qualsiasi ‘esercizietto’ per trovare un qualcosa che non va neanche chiesto alla nostra parte cosciente.

Il codice dell’anima porta nella nostra vita qualcosa che molti di noi hanno perso, che io avevo un po’ perso, una fiducia in quegli aspetti di noi più misteriosi, meno definibili e raccontabili, che non necessitano di essere narrati ma solo espressi, parti di noi a cui è importante riconnettersi, invisibili ma altrettanto fondamentali per la nostra sopravvivenza come il bere, il dormire e il mangiare.

Quello che possiamo chiamare: “il nutrimento per la nostra anima”.

“Ci sono più cose nella vita di ogni uomo di quante ne ammettano le nostre teorie su di essa”.

James Hillman

L’immagine del post è tratta da internet ed è opera di Giuseppe Arigliano (1917 – 1999): “Veduta notturna dalla passeggiata di Nervi al chiaro di luna”

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SE SOLO MI AMASSI…

Se ci pensiamo bene, la maggior parte dei nostri problemi deriva dal fatto che non ci amiamo abbastanza.

Sul lavoro spesso pensiamo di non essere degni di riconoscimento, che è una forma di non amore. Con il nostro compagno o compagna molte volte entriamo sulla difensiva e ci attacchiamo a vicenda perché sotto sotto pensiamo che l’altro non ci ami a sufficienza. Anche i problemi con i figli vengono quasi sempre dai sensi di colpa per non essere dei bravi genitori, per non essere abbastanza amorevoli. 

La paura di non essere amati dagli altri viene dal non amore verso noi stessi, per far fronte a questa paura rischiamo di diventare accondiscendenti, a volte troppo a costo di andare contro noi stessi per compiacere l’altro.

Un giorno in cui tutto andava storto mi sono fermata un attimo e mi sono detta:

 “Se solo mi amassi cosa farei di diverso oggi?”.

 E poi ho immaginato cosa sarebbe cambiato nella mia giornata se io fossi riuscita a portare dentro di me dell’amore per me stessa. Mi sono resa conto che sarei andata verso gli altri in modo sicuro, fiduciosa di essere ben voluta (e non come spesso faccio con un atteggiamento difensivo e diffidente). Avrei detto di no a tante cose che non mi andava di fare come litigare con mio figlio per i compiti, avrei saltato magari una cena “delle mamme” se non ero in forma, senza sentirmi in colpa, avrei passato una mezz’ora sul letto in completo relax invece di correre da una parte all’altra della casa mettendo in ordine giocattoli sparsi, scarpe abbandonate, vestiti buttati qua e là. Avrei impiegato mezz’ora di tempo per fare yoga, sarei arrivata in ritardo all’asilo senza troppi giudizi contro me stessa, se mia figlia aveva bisogno di dormire un po’ di più. Magari una sera avrei fatto un bagno caldo lasciando il compito di cucinare a mio marito, e non avrei risposto a una chiamata se stavo facendo qualcosa di importante per non perdere la concentrazione. Mi sarei concessa un sushi take away, e avrei mangiato della frutta per dare più energia al mio corpo. Avrei fatto una passeggiata in centro a fare shopping, e avrei acceso una candela in chiesa. 

Se ci amiamo sarà più facile stare bene con noi stessi e prendere le decisioni giuste per noi e per i nostri cari.

Ma come facciamo ad amarci? 

Si dice che se non siamo stati amati abbastanza da bambini non abbiamo interiorizzato questo amore. Ricordo però qualche anno fa, a un seminario di Psicosintesi, un mio maestro ci disse: “Per quanto pensiate di non essere stati amati, in realtà almeno un po’ di amore, da qualcuno l’avete ricevuto, altrimenti non sareste qui, altrimenti sareste morti”. Io in quel periodo ero molto polemica nei confronti dei miei genitori e non mi sentivo per niente amata, così quelle parole mi sembravano un po’ strane, addirittura poco credibili. A dirla tutta mi piaceva anche un po’ crogiolarmi nel mio vittimismo. 

Poi sono diventata mamma e improvvisamente ho capito che, nonostante le buone intenzioni, quando sei un genitore, finisci per fare mille errori e amare i tuoi figli in moto totalmente imperfetto. Gli errori li fai assolutamente in buona fede, per cui i tuoi figli si sentono odiati anziché amati, ma tu hai veramente fatto del tuo meglio. E allora capisci che anche solo chi ti ha dato da mangiare tutti i giorni, chi è andato a lavorare per poterti comprare le scarpe e il cibo, chi ti ha dato una casa, chi ti ha lavato, asciugato i capelli, accompagnato a danza, ecc. ecc. anche se tu non l’hai percepito, ti ha dato amore, ha fatto tutto questo per amore.

Ho riflettuto effettivamente sulle parole di quel mio maestro, e ho capito che aveva ragione: se sono qui qualcuno, anche se in modo maldestro, mi ha amato. 

Se siamo in vita qualcuno ci ha amato. Qualche persona che si è presa cura di noi, e la vita stessa del resto ha fatto lo stesso.

Ma torniamo alla nostra domanda: come facciamo ad amarci?

Thich  Nhat Hanh, il monaco zen vietnamita di cui ho letto decine di libri, a questa domanda risponde con un sorriso, e dice: “Per prima cosa inspiro ed espiro, inspiro ed espiro”. Se mi fermo a respirare già mi sto amando. Se mi riconnetto con il respiro, se sento di essere consapevole del mio respiro ecco, già inizio a essere in contatto con l’amore dentro di me. 

Se sei consapevole del tuo respiro ti rendi conto che il tuo corpo è un miracolo, afferma Thay, e che tu sei una meraviglia.

Non c’è bisogno che mia madre mi abbia amato o allattato per due anni, non c’è bisogno di avere avuto un padre presente che mi ha insegnato ad andare in bicicletta a sei anni, ma basta respirare. Se imparo a connettermi con il mio respiro mi sto già amando, e allora sarò più capace di fare le scelte giuste per me, saprò dire no, quando devo dire no, e dire sì quando è giusto dire sì!

Qualcuno un po’ ci ha amato, se no non saremmo qui. Ma adesso che siamo grandi possiamo amarci di più noi… e molto meglio di come hanno fatto gli altri. Se ci connettiamo al respiro possiamo sentire pace e amore verso noi stessi e portare questo amore nel resto della giornata.

In un documentario su Thich Nhat Hanh ho visto un giovane fargli una domanda: “Come si fa a fare la meditazione camminata?” (la meditazione camminata è una pratica che ha inventato il maestro zen che ti aiuta a trovare pace e concentrazione mentre cammini). 

E lui rispose sorridendo: “Se riesci a camminare come se tu fossi la persona più felice della terra allora riesci a fare la meditazione camminata”. Quante volte ho provato con fatica a fare questo tipo di meditazione e ogni volta sembravo più che altro uno zombie, perché ero troppo tesa e concentrata a fare bene la respirazione! Poi un giorno ho provato a fare come se fossi stata la persona più felice della terra e improvvisamente sono riuscita a essere presente a me stessa e al mondo. Si potrebbe anche dire: “prova a camminare come se ti sentissi amato tantissimo!”. 

Proviamo domani ad andare nel mondo come se ci sentissimo amati tantissimo, da noi, dal mondo da tutti… ed ecco che inizieremo finalmente a risplendere!

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PILU’, IL MICETTO SALVATO

Mia mamma ha salvato un micetto. Era in vacanza con mio papà a San Zeno di Montagna per stare un po’ al fresco e essere vicini a noi che abbiamo la casa a Torri del Benaco. Lei e tutti i vicini sentivano piangere, piangere, urlare fortissimo un gattino ma non riuscivano a capire da dove venisse quell’urlo. Mia mamma ha già tre gatti a Verona e non aveva voglia di farsi carico di un altro micio, magari malato e denutrito, ma al pensiero che potesse morire stava male e così ha passato tre giorni a cercarlo. Il terzo giorno il micetto è saltato fuori, ma poi era talmente terrorizzato che si è andato a nascondere nella legnaia. Per fortuna, alla fine, ha vinto le sue più terribili paure e, spinto dalla fame e dalla voglia di vivere si è fatto prendere da lei. 

Da qualche parte della sua anima, o del suo istinto di gatto deve avere detto: “o mi fido, o muoio”. E si è fidato. Ed è sopravvissuto.

Ha mangiato, ha imparato subito a usare la lettiera e a fare le fusa, quando lo coccolano vorrebbe ciucciare, perché è piccolissimo, avrà un mese e mezzo, non di più, ma non trovando da ciucciare, va a mangiare un po’ di pappe e poi torna a farsi coccolare. 

Chi crede alle sincronicità della vita sappia che un mese e mezzo fa è morto il nostro gattino preferito, Zuma, che era nato il giorno del compleanno di mia mamma, ed è morto (presumibilmente) il giorno del compleanno di Alberto, mio marito. 

Ed ora mia mamma salva un micetto nonostante le sue resistenze. 

Come dice Alberto Alberti la vita è un susseguirsi di “ferire e curare”, fare male agli altri (nostro malgrado) e cercare di aiutare gli altri. Ferire noi stessi e guarire noi stessi. 

Mia mamma mi ha ferito, proprio per questa sua parte che non vuole occuparsi troppo degli altri, forse perché è sempre stata occupata a tenere buona se stessa, ma mi ha anche curato molte volte come poteva, a modo suo e con amore. Vederla adesso, invecchiata, più dolce, più vulnerabile, ma ancora con la sua forza interiore, capace di salvare un gattino mi ha riempito il cuore di amore. Il fatto che lei abbia salvato questo piccolo è come se avesse guarito una parte ferita mia e della mia famiglia, ancora sofferente per la perdita di Zuma. Certo questo micetto, che con i bambini abbiamo chiamato Pilú, ma che non ha ancora un vero nome, non ci porterà indietro il nostro gatto bianco e peloso dagli occhi azzurri, ma è un segno che la vita toglie e la vita dà in continuazione, che dobbiamo stare aperti e vulnerabili, e fiduciosi che c’è un senso in questo cammino delle nostre anime anche se lì per lì non sappiamo qual è, e non sappiamo a che punto siamo.

Mi piacerebbe prendere un altro micetto, ma sotto sotto so che non è ancora giunto il momento per noi. L’altra mattina mi sono svegliata con quella frase del Piccolo Principe che dice:

“È una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito. È una follia condannare tutte le amicizie perché una ti ha tradito, non credere in nessun amore solo perché uno di loro è stato infedele, buttare via tutte le possibilità  di essere felici solo perché qualcosa non è andato per il verso giusto. Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza. Per ogni fine c’è un nuovo inizio.”

(Il Piccolo Principe – Antoine de Saint-Exupéry)

Ci sarà un nuovo gattino, ma per ora aver conosciuto Pilù ci ha aiutato ad avere fiducia che c’è sempre un nuovo inizio. Ora Pilù ha trovato una nuova casa lì in montagna dove spero si prenderanno cura di lui con amore…. Ciao piccolo Pilú, buona vita nella tua nuova famiglia.

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Dire SI alla vita

L’altro giorno scorrendo su Facebook inciampo in un post di Alessandro D’Avenia, il noto scrittore/professore quarantenne che apprezzo molto per profondità e anche per alcuni suoi libri. Alessandro scrive in modo molto poetico che ha passato un periodo buio in cui si è sentito smarrito forse anche un po’ disperato… non dice se c’è stato un motivo scatenante di questa crisi, nè se ora sta meglio. Anche una nuova amica di recente mi ha confidato di aver passato un periodo pessimo con attacchi di panico un anno fa e sta ancora lavorando per uscire da questa crisi. Anch’io ho passato almeno tre periodi di crisi pesanti negli ultimi 16 anni.

San Giovanni della Croce, un mistico spagnolo del ‘500 definisce alcuni stati di profonda crisi con il nome “La notte buia dell’anima”. Questo termine viene ripreso da alcuni studiosi umanisti per indicare un periodo di desolazione e disconnessione spirituale, seguito poi da una profonda crescita spirituale. Qualcosa nella tua vita non va più e ti senti perso, però aneli a una felicità, a un paradiso perduto… senti che c’è qualcosa che ti chiama, anche se non sai cosa. 

È quella sensazione, quel ricordo di aver assaporato il miele della vita a darti la spinta per uscire dalla crisi, per chiedere aiuto, per cominciare un percorso di crescita personale. 

Al di là delle crisi esistenziali, dei momenti di malinconia, anche quando a qualcuno diagnosticano una malattia mortale, quando temiamo per la morte di una persona cara, o quando noi stessi ci ammaliamo e pensiamo che non avremo più tanto tempo per vivere… ecco, lì sentiamo quell’amore per la vita, quel senso di amore incondizionato per il Tutto e per le persone intorno a noi, un attaccamento a ogni istante… siamo quasi distrutti dalla nostalgia per qualcosa che abbiamo, ma che potremmo non avere più. 

È come se in quei momenti si captasse improvvisamente “il senso”: amiamo  la vita così com’è con tutte le sue imperfezioni e i suoi punti interrogativi. 

Mia nonna materna aveva tre figli: mia mamma, mio zio Ernesto e il più piccolo che si chiamava Gino. Ogni tanto prendeva le mani dei suoi tre figli e le stringeva forte, formavano un cerchio e lei diceva: “facciamo la gioia di vivere!!” In quel momento lei era felice, era connessa ai suoi bambini e alla vita. Poi Gino a 14 anni è morto in un incidente, è stato schiacciato da un camion mentre era in bicicletta in una strada di montagna. Quel cerchio si è rotto. Mia nonna dopo diversi anni è riuscita a uscire dalla sofferenza di quella perdita anche se una parte del suo cuore è andata via con lui. Lei amava la vita comunque, lo si leggeva dai suoi occhi, anche mia mamma ama la vita nonostante le sue sofferenze, e mio zio ha una forza unica: è uno che si è sempre rimesso in piedi. 

Anche se una parte di noi può essere disperata c’è un’altra parte che ama comunque la vita. Quella parte è la nostra anima. 

E la nostra anima si manifesta nei rapporti con le persone, negli sguardi di commozione di due anime che si riconoscono, nelle risate improvvise, nei bagni al mare, nei cibi prelibati, l’anima si svela quando guardi una persona cara e improvvisamente senti di amarla con tutti i suoi “difetti”: quel modo di camminare, quella schiena curva, un dente storto, degli occhi che brillano, un’espressione conosciuta del volto. 

Mi è successo tre volte di provare un amore incondizionato verso qualcuno, come una sorta di illuminazione. Cercherò di spiegarlo perché forse è successo anche a te, e allora mi capirai. 

Una volta, quattro o cinque anni fa, ero in motorino e ho incrociato mio padre che andava al cinema: camminava un po’ zoppicando per via del ginocchio malandato, camminava con la sua andatura tipica, rigida e un po’ barcollante, e ho sentito improvvisamente di amarlo così nella sua totalità, un amore sconfinato misto alla paura di perderlo. 

Qualche mese fa guardavo mio marito Alberto mentre camminava davanti a me, stavamo andando a prendere la macchina per andare in spiaggia, era abbastanza carico: portava le borse del mare, i gonfiabili per i bambini, forse anche l’ombrellone. Ho visto le sue gambe con il polpaccio ben formato che si chiude nella caviglia sottile e le Birkenstock, che gli avevo regalato qualche anno fa, e che si è “arreso” a usare da poco, nonostante diceva che non le avrebbe mai messe perché “erano da tedesco”. Anche in quel momento mi è passata una folgorazione per il suo essere unico, per il suo essere speciale così com’è, per tutto il tempo passato insieme, una commozione dell’anima, un amore incondizionato.

E, sempre di recente, era a cena da noi la mia amica Anat: in cucina c’erano 35 gradi, avevamo cucinato insieme il riso e le verdure, si sudava, lei raccontava le sue cose con il suo impeto, con il suo accento israeliano, con quel modo di gesticolare e di alzare la voce, e ridere, e di giustificarsi… non so,  è difficile da spiegare, ecco anche lì ho sentito un tuffo al cuore, ho improvvisamente capito la meraviglia di questo essere unico, con le sue forze e le sue fragilità, con la sua tenacia, e la sua debolezza, il suo essere “lei”.

Forse questo amore per la vita si può provare quando hai conosciuto anche la sofferenza, quando l’hai accettata e in qualche modo sai che fa parte di noi, che non va combattuta, che non va respinta o ignorata, ma va abbracciata con grande compassione per la nostra natura umana. 

Quando la accetti in modo incondizionato come dice Alberto Alberti quando dici un grande SI alla vita, nonostante tutto.

Penso che il mondo dell’Aldilà sia un mondo di amore incondizionato, un luogo dove siamo già stati e dove torneremo un giorno, ma la vera lezione è imparare a vivere con passione senza scappare da tutto quello che la vita ci da.

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