Ci sono pochi momenti nella vita in cui il cuore si ferma.
A me è successo con il primo bacio, la prima volta sulle montagne russe, quando ho passato l’esame di teoria della patente della moto, alla discussione della tesi di Laurea, quando sono nati i miei figli, quando ho seppellito la gatta anziana, quando Eleonora ha detto “Sì” al matrimonio, quando ho fatto il primo canestro in una partita ufficiale di Water Basket e ora posso aggiungere un nuovo momento: quando Luce ha fatto i suoi primi passi.
È successo oggi: era seduta sul gradino del bagno mentre noi (sua mamma Eleonora, suo fratello Lorenzo ed io) eravamo sdraiati sul lettone matrimoniale e ci stavamo preparando per andare a dormire.
Non potevamo sapere cosa stava per accadere, ma a un certo punto si è alzata dal gradino ridendo.
Tutti abbiamo capito che stava per succedere qualcosa.
In questi ultimi giorni riusciva ad alzarsi e rimanere qualche decina di secondi ferma in piedi, poi oscillava un po’ avanti indietro come su una tavola da surf fino a poi cadere seduta sul sedere imbottito dal pannolino.
Stasera, dopo che si è tirata su in piedi, con il suo sguardo magnetico e sorridente ci ha ipnotizzati e così siamo rimasti lì a guardarla.
Lei, continuando a fissarci con l’aria “Siete-pronti-?-Lo-spettacolo-sta-per-iniziare!”, dopo essersi raddrizzata con fare sicuro sulle sue gambette cicciottine, un po’ timorosa ma convinta, ha alzato il piedino destro e l’ha portato di fronte a lei di una manciata di centimetri, poi ha spostato il peso in avanti ed ha alleggerito il sinistro, che prima ha spinto fino al destro e poi ha appoggiato un pochino oltre…
Due piccoli passi e io ero in apnea.
Anche Eleonora e Lorenzo sono rimasti increduli e muti.
Da una parte stavamo per fare una hola come alla finale del 2006 quando abbiamo vinto ai rigori contro la Francia, dall’altra eravamo paralizzati col cuore in gola che ci aveva bloccato tutte le vie respiratorie.
Ogni suo passettino mi sembrava quello di una equilibrista su una fune tesa a 30 metri dal suolo e senza rete di protezione.
Ho rischiato l’infarto.
Intanto la piccolina ha continuato i suoi passettini imperterrita, senza guardarsi i piedi, ma osservandoci sorridente.
Era apparentemente sicura come una cantante che sta interpretando la sua hit più famosa davanti a migliaia di fan accorsi al concerto anche se in realtà la sua andatura era più simile quella di un burattino traballante: le gambette rigide si muovono come due stuzziacandenti facendo oscillare tutto il corpo, le braccia larghe sembrano tirate su e giù da fili ballerini e il peso grava pesantemente sui talloni…
Ma non importa: mia figlia Luce sta facendo i primi passi, è felice, e quella che per lei è una delle tante conquiste di tutti i giorni per me è un momento di gioia assoluta.
Con Lorenzo non ho avuto questa fortuna.
Ha fatto i primi passi anni fa una domenica in cui ero in trasferta con la squadra di Water Basket.
Combinazione anche oggi avevo la prima partita del Campionato di Water Basket a Bolzano ma, non essendoci organizzati coi piccoli, sono rimasto a casa e mi sono tornate in mente le parole di mio padre: “Ciò che avviene, conviene!”.
I bambini sono sempre in grado di sorprenderci e di metterci in contatto con le parti più genuine di noi, ed ecco che il gesto più banale della mondo, camminare, diventa uno degli spettacoli più belli che mai possiamo aver visto in qualsiasi teatro della terra.
I bambini provano a fare cose che non conoscono, si buttano, e sono i primi a meravigliarsi quando ci riescono.
Poi cadono, sorridono, e, sotto lo sguardo amorevole dei genitori, ripartono carichi di entusiasmo.
Così dobbiamo fare anche noi: abbracciare le nuove sfide che la vita ci pone, spingerci un po’ più in là di quello che siamo ora, gioire dei piccoli passi in avanti che riusciamo a fare e, quando cadiamo, cercare lo sguardo amorevole di chi ci ama, un compagno, un figlio, un genitore, un amico, così da racimolare quel tanto di energia che ci basta per rialzarci in piedi e riprendere il nostro cammino.
Grazie Luce per questo bell’insegnamento.
Alberto
Una tematica che mi è molto cara ultimamente è l’amore incondizionato.
Più proseguo i miei studi di spiritualità più mi rendo conto che il nocciolo della vita di ognuno di noi sia imparare ad amare in modo incondizionato, prima se stessi, poi gli altri.
Sembra una banalità ma in realtà è un lavoro che impiega una vita.
Ricordo il mio terapeuta che qualche anno fa, un giorno mi disse che dovevo amarmi di più. E ricordo pure che mi ero chiesta cosa voleva dire amarsi di più e soprattutto come si faceva.
L’amore incondizionato verso se stessi è molto diverso dal narcisismo.
Il narcisismo avviene quando c’è alla base una ferita di non amore e, per compensarla, si crea un’immagine fittizia un po’ “Super” di noi, che finiamo per amare, ma dietro all’amore per l’immagine, per la maschera, c’è l’odio di sé.
Il narcisista pensa di amarsi, ma in realtà è continuamente in cerca di gratificazioni esterne da parte degli altri. Se le gratificazioni non arrivano si deprime molto e cerca di migliorare la sua immagine per ricevere ancora più gratificazioni. È un lotta con se stesso per essere il migliore o la migliore, ma sotto a questa ricerca continua c’è una aridità del cuore e una profonda disistima di sé. Il narcisista si dissocia dalle sue emozioni più profonde e diventa seduttivo, compiacente o evitante a seconda delle strategie che mette in atto per piacere al prossimo.
Amare se stessi invece significa prima di tutto togliere la maschera.
Ma cosa vuole dire togliere la maschera?
Vuol dire essere presenti alle proprie emozioni, dire quello che si pensa anche se all’altra persona può non fare piacere.
Amare se stessi significa prendersi cura di sé mangiando bene, riposando il giusto, muovendo il corpo, respirando lentamente.
Amare se stessi significa ascoltarsi, e seguire il nostro istinto, la nostra voce interiore invece che i desideri o la volontà degli altri.
Significa saper dire di NO per non andare contro la nostra volontà.
Significa farsi rispettare.
Significa fare cose che ci fanno luccicare gli occhi.
Amare se stessi significa capire che siamo parte della creazione come lo è un gatto, una pianta, un lago, una stella. E per questo saper amarci e ammirarci come facciamo con un fiore, o un albero o un cucciolo di cane e con tutte le altre cose belle.
Amare se stessi significa sentire che un Universo (o Dio) ci ama per il semplice fatto che esistiamo.
I nostri genitori, loro malgrado, ci hanno trasmesso che eravamo degni di amore se facevamo i bravi, se prendevamo buoni voti, se lavoravamo sodo… se, se, se…
Amarsi davvero in modo incondizionato significa sentire di essere amati dall’Universo semplicemente perché ci siamo.
Possiamo stare sdraiati sul divano a non fare niente, possiamo essere senza lavoro, senza partner, senza figli, ma siamo esseri unici meravigliosi e siamo degni di amore incondizionato. Questa è la legge dell’Universo.
Amarsi significa accettarci con i nostri difetti, tutti.
Se ci amiamo, ogni cosa nella nostra vita sarà fatta bene e non avremo più bisogno di sentirci in colpa.
Ama e fa ciò che vuoi,diceva Sant’Agostino.
Qualcuno potrebbe obiettare che non è vero, che l’Universo non ci ama perché se ci amasse le cose andrebbero meglio. Ma se fosse invece che le cose inizieranno ad andare meglio quando noi cominceremo ad amarci?
C’è un luogo dentro di noi, nel corpo, che è il centro di questo Amore.
Se ti siedi o ti sdrai e calmi il respiro puoi percepire dentro di te questa entità di Amore. Si trova suppergiù sotto l’ombelico, ma lo puoi percepire un po’ in tutto il corpo quando sei rilassato.
Nella pace del respiro potrai sentire che c’è Amore, e poi piano sentirai che questo Amore è reale anche nel mondo intorno a te. Per imparare ad amarti prova a partire da lì.
Una parola che va molto di moda in questo periodo è “procrastinare”… sembra il nuovo male dell’epoca moderna.
Abbiamo moltissime cose da fare ma le rimandiamo continuamente e perdiamo tempo in passatempi inutili come stare sui social, leggere notizie più o meno importanti, o attaccati a qualche serie tv. Chi ha famiglia poi sa che il tempo da dedicare a se stesso e ai propri progetti è veramente pochissimo: sistemare la casa, stare dietro ai figli, al lavoro. I nostri progetti però ci rendono vivi, ci danno un senso di finalità nella vita. Avere dei progetti creativi è molto importante. È importante però anche il riposo, e l’ozio: momenti in cui si ricaricano le batterie e in cui emergono nuove idee.
Come far stare tutto in una giornata di 24 ore?
Da quando è nata la mia seconda figlia Luce, che adesso ha un anno, mi sono trovata di nuovo subissata da mille cose da fare e non riuscivo nemmeno a trovare il tempo per lavarmi i capelli. Quando era appena nata, e dormiva molto anche di giorno, ero però riuscita a cominciare a scrivere un libro sulla gravidanza, ma dopo il primo sprint iniziale mi sono trovata a mollare lì il progetto per dei mesi. Quando avevo qualche idea mi dedicavo ai post del blog e mi raccontavo che in questo momento non potevo dedicarmi al libro perché proprio non avevo tempo.
Quest’estate, su consiglio di Alberto, ho letto il libro di Giuliodori “Riconquista il tuo tempo” e grazie a lui ho capito che a livello inconscio mi sentivo bloccata perché avevo mollato lì il mio libro.
Poi un giorno ho avuto una piccola illuminazione…
“Ma quando mai troverò il tempo per scrivere questo libro? Quando Luce andrà all’asilo ci sarà Lorenzo con i compiti della prima elementare, poi bisognerà portare i bambini alle varie attività, ci sarà sempre la casa da sistemare, la spesa da fare, i capelli da lavare… non finirò mai il mio libro!”
Per chi lavora in ufficio in qualche modo è più facile dividere il tempo per se e quello per il lavoro, ma se lavori da casa la procrastinazione è sempre dietro l’angolo. Per esempio io prima di mettermi a scrivere voglio sempre che la casa sia in ordine. Poi quando ho 5 minuti di tempo la tentazione di dare un’occhiata a facebook, o alle news sul telefono e ai messaggi whatsapp è forte.
Insomma è dura.
Queste due piccole prese di consapevolezza però mi hanno fatto capire due cose:
1- Per me era importante riprendere in mano il mio progetto.
2- Dovevo trovare un modo per riprenderlo ADESSO.
Ok avevo chiaro il cos’era importante fare ma come attuarlo?
Allora mi è venuto in mente che Leo Babauta, il famoso blogger di Zen Habits, svela un piccolo e fondamentale segreto per vincere la procrastinazione: quando ti svegli dedica subito del tempo al tuo progetto principale e fa che dedicarti ad esso sia la priorità 1 della tua giornata.
E così ho fatto: tutte le volte che Luce si addormentava tiravo fuori l’ipad e mi mettevo a scrivere il libro.
Ho notato che basta essere costanti: lavora anche solo mezz’ora al giorno, ma tutti i giorni!
E in poco tempo ho visto che le pagine aumentavano, aumentavano e avevo quasi finito il libro.
Ti consiglio di munirti di un’agenda e di scrivere quali sono i tuoi progetti più importanti da qui alla fine dell’anno. Poi scegli il tuo progetto numero uno, fissa una data di scadenza e dedicaci il primo tempo disponibile nella tua giornata. Giorno per giorno elenca nell’agenda le cose da fare: il tuo progetto sarà al primo posto e poi ti dedicherai in ordine di importanza al resto.
Quindi se scrivere il libro è il tuo progetto 1 prima farai quello e dopo sistemerai la casa, ti laverai i capelli, telefonerai all’amica, controllerai la posta ecc.
Il segreto per la riuscita di questa tecnica è dedicare solo poco tempo al giorno: 20 minuti, mezz’ora non di più. Man mano ti renderai conto che essendoti “tolta” il macigno principale dall’inconscio farai tutto il resto con più leggerezza.
Se aspettiamo il momento in cui tutto, assolutamente tutto è pronto, non inizieremo mai.
(Iván Turguénev)
Anche quest’anno mi sono messo a pensare a quali obiettivi volevo raggiungere entro il prossimo 31 dicembre per stare un po’ meglio ed essere più soddisfatto di me.
Ho preso la mia agenda nuova e mi sono messo a scrivere. Quando ho finito ero piuttosto appagato, mi sembrava di aver definito obiettivi importanti che abbracciavano tutti gli aspetti della mia vita: famiglia, amici, sport, fisico, lavoro e nuove passioni.
Tutto contento ho chiuso la nuova agenda e, guardando la vecchia del 2018, ho pensato: “Bè, ora ti posso archiviare…”.
Nel farlo però ho dato una sbirciatina alle pagine ed ho fatto una scoperta tanto miracolosa quanto atroce: i miei NUOVI obiettivi erano pressoché identici a quelli dell’anno precedente (che naturalmente non avevo raggiunto… se non parzialmente)!
Chissà a quanti di noi è capitato, magari si parte con le migliori intenzioni, come ad esempio:
-> “quest’anno mi rimetterò in forma, andrò in palestra, seguirò una dieta equilibrata…”
-> “quest’anno praticherò questa attività che ho sempre voluto fare ma non ho mai iniziato, mi dedicherò a questo sport o questo hobby, …”
-> “quest’anno cercherò di guadagnare di più, cambiare lavoro, risparmiare qualche soldo…”
-> “quest’anno voglio smettere di fumare, bere, e voglio leggere più libri, passare più tempo in famiglia e con gli amici…”
Dopo i primi giorni in cui ci mettiamo sotto per raggiungere gli obiettivi prefissati, tutto ritorna gradatamente come prima e ci ritroviamo immersi, senza quasi accorgercene, nelle nostre sane (più o meno) ma soprattutto vecchie abitudini…
Gli obiettivi che ci eravamo dati qualche settimana prima diventano come una palloncino che ci è sfuggito dalle mani e si allontana lentamente ed inesorabilmente da noi perdendosi nell’immenso cielo azzurro.
Così ho pensato: “Cosa posso fare per non ritrovarmi in questa situazione il prossimo anno?”
Da lì una piccola intuizione: “E se spostassi il ‘focus’ dagli obiettivi alle abitudini?”.
Naturalmente le abitudini dovranno essere ‘in linea’ con i nostri obiettivi: se voglio fare più movimento la mia abitudine non sarà “vedermi tutte le serie di Netflix”… a meno che non lo faccia mentre corro su un tapis-roullant!
Il vantaggio di questo cambio di sguardo è che le abitudini sono piccole azioni che possiamo compiere ogni giorno e sulle quali abbiamo un maggiore controllo che obiettivi spesso troppo grandi e quasi irraggiungibili.
Le abitudini possono essere viste anche come un modo per “nutrirci meglio” nel quotidiano.
Se ci nutriamo ogni giorno in modo giusto potremo dare buoni frutti, come le piante.
Le piante, per vivere, crescere, adornarsi di foglie e regalare frutti preziosi hanno bisogno delle giuste condizioni: acqua, luce, temperatura ideale, cura e attenzioni
Anche noi possiamo dare buoni frutti, se, come le piante, ci nutriamo in modo giusto.
Così ho pensato, cosa sono per me l’acqua, la luce, la giusta temperatura, le cure e attenzioni?
Un’ulteriore condizione necessaria per produrre qualsiasi frutto è il TEMPO PER MATURARE. Questo è un aspetto che, soprattutto oggi, si tende a trascurare ma è proprio ciò che ci serve per raggiungere qualsiasi risultato.
Tutto ciò che abbiamo costruito, ottenuto o ricevuto nella nostra vita ha richiesto tempo (una laurea, un matrimonio, un lavoro, un figlio, …).
Per il raggiungimento dei miei obiettivi, quindi, io cercherò di metterci un impegno quotidiano, e poi attenderò che il tempo passi, senza fretta… E forse, nel 2020, portò festeggiare qualche obiettivo raggiunto e sceglierne di nuovi per l’anno a venire!
La farfalla non conta mesi ma momenti, e ha tempo a sufficienza.
(Rabindranath Tagore)
Alberto
Tanta gente a Natale è depressa e dice che questo periodo è il più triste dell’anno.
Molti sono soli o hanno rapporti difficili con la famiglia e il fatto che il Natale sia la festa della famiglia per antonomasia fa sì che aumenti questo senso di mancanza.
Ci sono poi i pranzi infiniti, molti si lamentano che devono fare i regali e non hanno abbastanza soldi, altri che devono stare a pranzo fino alle cinque del pomeriggio….e con tutti questi pandori e panettoni si ingrassa.
L’altro giorno abbiamo rivisto il film A Christmas Carol, tratto dalla novella di Dickens… è un film bellissimo che ti rimane dentro: assistere alla trasformazione del vecchio Scrooge da tirchiaccio insensibile a vecchietto amabile è veramente coinvolgente.
In questo film lo spirito del Natale è una fiamma che possiedono i buoni e puri di cuore e che il vecchio Scrooge vuole spegnere con il suo cinismo. La sofferenza, la solitudine e l’ossessione per il denaro hanno reso Scrooge quello che è: una persona cattiva.
Noi tutti abbiamo una parte Scrooge che è stata ferita dalla vita e dagli altri, per questo facciamo fatica a godere il Natale.
L’amore andato a male lascia il posto alla rabbia, come diceva Alberto Alberti.
Nasciamo tutti puri di cuore e desiderosi di amare e di farci amare, nasciamo tutti con uno spirito del Natale grande e ardente. Poi ci scontriamo con la realtà, con le relazioni umane che sono imperfette: i nostri genitori, gli insegnanti, i compagni di gioco, i primi amori… collezioniamo piccole grandi delusioni che ci chiudono il cuore, e così perdiamo quello spirito del Natale, che non è altro che l’Amore puro che avevamo nel cuore.
Per quanto possiamo avere una famiglia e degli affetti penso che una parte di noi rischia sempre di sentire uno scarto interiore tra l’Amore perfetto e le relazioni imperfette (titolo di un libro che sta leggendo Alberto). Sì, perché lo Spirito del Natale è l’Amore perfetto e noi siamo esseri umani che facciamo errori continuamente, che litighiamo, sgridiamo i bambini, che non riusciamo a dire ti amo, che non riusciamo ad abbracciare i nostri genitori, che scappiamo continuamente dalla nostra anima e da quella di chi ci sta intorno.
Abbiamo paura, paura di amare.
Per questo motivo il Natale è scomodo a molti.
Ma il Natale ovviamente non è solo un periodo dell’anno, è una condizione dell’animo, è la capacità di essere Amore in Azione.
Brava te che scrivi, potresti obiettarmi, tu sei Amore in Azione? No, non lo sono, purtroppo, però mi piacerebbe molto esserlo.
Mi piacerebbe essere più in contatto con la mia anima e il mio cuore in ogni momento della giornata, mi piacerebbe lasciare andare la sofferenza e la negatività senza attaccarmi ad essa, come a volte accade. Mi piacerebbe essere più sensibile nei confronti di chi mi sta intorno. D’altronde siamo esseri umani imperfetti, e dobbiamo accettare tutte le parti di noi, anche quelle meno evolute.
La novella di Dickens ci mostra però una cosa sottile e importante: Scrooge alla fine della storia, diventa gentile sì con i suoi parenti, ma anche e soprattutto con chi non conosce, con chi incontra per strada, con chi chiede aiuto. Esce con lo sguardo alto e saluta e sorride a tutti, canta con i ragazzi del coro, gioca con i bambini, fa un assegno al signore che chiede una donazione.
Per sentire dentro lo Spirito del Natale, forse potremmo partire da lì: guardando tutti con amore, aiutando il prossimo, sentendo che il mondo è la nostra famiglia come dice il buon Jovanotti…e tutto il mondo è la mia famiglia oh-o, famiglia eh-e
Non aiuti nessuno se ti perdi nei mali del mondo. Quindi la sola domanda che ti devi porre quando ti senti arrabbiata o persa è: “Perché non mi amo? Come posso apprezzarmi di più?”
(Anita Moorjani)
Ci può capitare nella vita di farci sopraffare dal dolore.
Può essere un dolore nostro, o di qualcuno a cui vogliamo bene, di parenti o amici.
Mi è capitato in passato di essere sopraffatta dal dolore, o perché rientravo in contatto con vecchie ferite, o perché sentivo su di me tutta la sofferenza del mondo: guerre, bambini denutriti o abbandonati, malattie, morte. Anche adesso qualche volta mi capita. Tempo fa giudicavo male chi non si lasciava toccare da queste cose, pensavo che chi non risuonava con quelle sofferenze era insensibile e superficiale.
Poi qualcosa è cambiato, ho conosciuto il mio Sè transpersonale che mi chiedeva di far risplendere la mia Luce, ho conosciuto la gioia originaria dei bambini, e ho letto i libri di Anita Moorjani che mi hanno “illuminato”. Anita dopo aver patito tutte le sofferenze di una malattia terminale ha vissuto uno stato di premorte e poi è tornata nel nostro mondo per diffondere il messaggio spirituale dell’Aldilà. Queste sono le sue parole:
Quando sono venuta in questo mondo
le uniche cose che sapevo erano amare, ridere
e far splendere la mia luce.
Poi, crescendo, mi hanno detto di smettere di ridere.
“Prendi la vita sul serio”, dicevano,
“se vuoi farti strada.”
Così smisi di ridere.
La gente diceva: “Stai attenta a chi ami,
se non vuoi che il tuo cuore venga spezzato.”
Così smisi di amare.
Mi dicevano: “Non far splendere la tua luce
perché attiri troppo l’attenzione”.
Così smisi di splendere
e diventai piccola
e appassii
e morii
solo per apprendere, appena morta,
che tutto ciò che conta nella vita,
è amare, ridere e far splendere la nostra luce!
Leggere i libri di Anita mi ha sollevato da un enorme peso: non dovevo essere infelice, anzi, il mondo spirituale mi vuole felice, ci vuole tutti felici.
Mia nonna da lassù mi vuole felice.
La cosa più utile che posso fare all’Universo è amarmi e essere felice.
Solo se mi amo posso dare amore agli altri, posso aiutare gli altri, altrimenti farò loro un danno.
Mal comune mezzo gaudio non è funzionale, ma purtroppo molto diffuso. Si pensa erroneamente che se stai male tu e io mi deprimo con te è un bene perché mi sento meno in colpa, mi sembra quasi di farti un favore.
In realtà se io trovo la luce, la gioia e la serenità dentro di me posso darne un pezzetto anche a te. Se riconosciamo che il fine della nostra vita è splendere ed essere felici, saremo a cavallo e potremo essere di aiuto a tutti.
Ma il mondo è talmente intriso di sofferenza che come faccio a essere felice?
Un altro aiuto per rispondere a questa domanda ce lo da Thich Nath Hanh. Il monaco zen da me tanto amato ci mette in guardia: tutti noi abbiamo dei semi di sofferenza dentro di noi, e le altre persone possono, spesso inavvertitamente, innaffiare questi semi facendoli germogliare.
Ma i semi sono già dentro di me, l’altra persona non è causa della mia sofferenza, l’ha solo risvegliata e forse ha pensato che, facendo soffrire anche me si sarebbe sentita meglio, in realtà non ha fatto altro che diffondere più sofferenza. Io stesso più o meno inavvertitamente ho ferito molte volte altre persone.
Così passo passo la sofferenza si diffonde nel mondo sempre più.
Come fare allora per essere felici e non soccombere alla catena della sofferenza?
Bisogna riconoscere le emozioni di rabbia e tristezza dentro di noi e prendercene cura. Se qualcuno mi ferisce devo innanzi tutto accogliere il mio dolore, capire dove ha origine e fare qualcosa per trasformarlo. Quando il dolore sarà stato trasformato potrò comunicare all’altra persona la mia sofferenza e potremo così chiarirci. Scoprirò che anche l’altra persona aveva una sofferenza e che, probabilmente, non voleva intenzionalmente farmi soffrire.
Di recente ho capito che noi abbiamo sempre due scelte: quando qualcuno ci ferisce possiamo curare la sofferenza dentro di noi e interromperla, oppure possiamo scagliarla contro qualcun altro e farla così circolare. Se la scagliano contro qualcuno questa prima o poi ci tornerà indietro.
Per vivere bene è importare ritornare al nostro nucleo centrale di amore incondizionato, dimorare lì per un po’, riposare lì per un po’. Se c’è della sofferenza non bisogna scappare da essa ma viverla con amore e compassione.
Quando questa sarà passata è importare ritrovare la luce dentro e fuori di noi, e tenerla sempre in mente come una cometa da seguire.
Seguire l’amore per noi e per gli altri è la strada giusta. Splendere senza sentirsi in colpa nè vergognarsi è la nostra missione.
Eleonora