Ieri sera me la sono vista brutta: addormentare da solo la piccola Luce (8 mesi) che chiede ancora il latte materno.
Se le viene una crisi, e le viene quasi sempre prima di addormentarsi, solo la sua mamma con il suo latte la riesce a tranquillizzare tanto da spedirla dritta dritta nelle nanne più profonde.
Ma se ha una crisi e la mamma non è disponibile, io cosa faccio?!?
Riavvolgiamo il nastro: Lorenzo (5 anni) ha iniziato a fare un pò più di capricci in questo periodo. Cammina poco e vuole sempre salire sulla pedana del passeggino (anche se ha più energia di una centrale elettrica): io molte volte mi incaponisco per non farlo salire scatenando grandi discussioni e pianti, ma poi con Eleonora abbiamo capito che fa così perchè una volta c’era lui su quel passeggino, e non sua sorella…
E così anche tanti altri suoi comportamenti e richieste di attenzioni (soprattutto verso Eleonora) si collegano ad una necessità di recuperare un po’ di affetto che si sente mancare per via della nuova arrivata.
Inoltre, come sempre accade quando nasce un nuovo figlio, il fratello maggiore diviene automaticamente ancora più grande ai nostri occhi, e si tende a resposabilizzarlo di più, quasi come se non fosse più un bambino, ma già un adulto che deve collaborare e aiutare nel ménage domestico.
Così ci siamo detti che dovevamo coccolarlo di più e la sera, quando Lorenzo ha chiesto di essere addormentato dalla mamma anzichè dal papà, non ci siamo sentiti di dirgli di no.
La Ele è andata ad addormentare Lorenzo, e la piccola, che avevo in braccio, appena capito che quello stare in braccio al papà forse non sarebbe stato così ‘temporaneo’ ha cominciato a piangiottare, via via con toni sempre più alti… soprattutto quando Eleonora ha chiuso la porta della camera di Lorenzo!
PANICO: le volte che ho addormentato io Luce da quando è nata – quindi circa 240 giorni – si contano sulle punte delle dita di una mano, forse delle prime due/ tre dita…
Così la tengo in braccio e comincio a camminare avanti e indietro per la sala, sobbalzandola un pò a simulare il movimento della macchina che la fa addormentare in 5 nanosecondi. Appena entro in sala però spalanca gli occhi: c’è troppa luce, sta per iniziare a piangere, e quando inizia il rischio di escalation verso crisi isterica è elevatissimo.
Giro su me stesso come Roberto Bolle e, sempre tenendola stretta in braccio, pigio l’interruttore della luce del lampadario e subito dopo con tre passi di danza ‘pachidermica’ attraverso la stanza e schiaccio l’interruttore “a piede” della piantana che fa una luce che sembra quella dei negozi di frittelle al Luna Park. Rimane accesa solo quella piccolina vicino al divano.
Luce comincia a socchiudere gli occhi, si calma, bene: 1 a 0 per me.
Poi si sente un rumore secco di un elicottero provenire dalla televisione: riapre gli occhi e mi fissa terrorizzata come se le pale dell’elicottero roteassero esattamente fra la mia testa e il soffitto.
‘Porca pupazza…’ mi dico ‘…la tele è sempre spenta proprio ora doveva far sto’ rumore!’
Da quando è nato Lorenzo la tele è diventata solo di suo appannaggio: la accendiamo soltanto per fargli vedere i cartoni, noi non abbiamo più tempo di vederla, non so quant’è che con la Ele non vediamo un film.
Stanotte però è accesa per un caso particolare: a pranzo è successa la tragedia del “Ponte Morandi” crollato nell’autostrada di Genova, e non riesco a spegnere la TV perché neanche attraverso le immagini riesco a credere a quanto è successo.
Questa tragedia ha avuto un forte impatto su di me appena ne ho appreso la notizia: anche se non vivo più a Genova da anni mi sembra ieri l’ultima volta di esserci passato sopra. Quel ponte ha una valenza particolare per tutti i genovesi: suggestivo, lungo, così trafficato che spesso lo attraversavi a passo d’uomo… Ma soprattutto legato alle partenze per tutti i viaggi nel ponente ed ai ritorni, quando percorrendolo ripetevi a te stesso: “E’ fatta, sono arrivato a casa…” perché quegli enormi piloni simboleggiavano anche lo svincolo di Genova Ovest, spesso usato dai genovesi per rientrare in città.
Continuo a ripensare a tutte le volte che l’ho percorso nella mia vita, dalle vacanze in Costa Azzura di quando ero bambino, alle sciate invernali nel basso Piemonte, dalle giornate al mare, alle serate nelle discoteche del Ponente Ligure con gli amici… Dentro sono sconvolto dalle emozioni, la più forte è l’incredulità: è impossibile pensare che quel tratto di strada sia crollato.
Ti continui a immaginare una delle volte che l’hai attraversato e ti vedi precipitare nel vuoto.
Si risveglia una paura atavica dentro di me, la paura di cadere, di morire senza neanche sapere perchè, impotente di fronte all’ineluttabile. Un po’ quella paura che mi fa evitare sempre le griglie dei tombini quando cammino sul marciapiede, come se fossero delle voragini pronte ad inghiottirmi.
Poi sorge l’emozione della tristezza che cede subito il posto alla rabbia: come è potuto accadere? Come è possibile che le Autostrade non controllino la solidità della rete stradale? Con che fiducia possiamo rimetterci ora in viaggio con tutti i viadotti e i cavalcavia che attraversano l’Italia?
Se fosse stata una calamità in qualche modo potremmo accettare una disgrazia, ma sentendo la parola “cedimento strutturale” la paura si impadronisce di me ed anche la mia fiducia verso le autostrade ha un “cedimento strutturale”. E’ tutto il giorno che sono angosciato, che rincorro le notizie, su internet, col cellulare, col computer e stasera anche con la televisione.
Afferro il telecomando e diminuisco il volume ‘dell’elicottero’ che fa le riprese dall’alto della sciagura.
La piccola Luce torna a socchiudere gli occhi: 2 a 0 per me verso l’addormentamento.
Continuo a girare per la stanza, luce fioca, volume basso della televisione in sottofondo, e vasche avanti e indietro come se fossi in Via Montenapoleone a Milano: sento che lentamente la piccola si fa più pesante fra le mie braccia…
“Ok si sta addormentando, continua così Alberto…” mi dico.
A un certo punto mi accorgo di tenere in braccio un piccolo sacco di patate: la piccola dorme profondamente, non mi sembra vero.
Spengo la televisione.
Mi sdraio sul divano e la tengo in braccio. Non penso neanche per un secondo a metterla giù, sul divano o nel lettone di là, mi sembrerebbe di abbandonarla, e un esserino così non si abbandona. Forse la tengo perché averla lì in qualche modo mi consola.
Me la tengo sdraiata su di me, non voglio altro in questo momento.
Mi metto vicino alla luce piccola e riesco anche ad aprire un libro: io, la piccola, il libro.
Sono più calmo.
Le immagini del ponte si fanno più sfocate dentro di me.
Luce respira piano piano appoggiata sopra il mio petto, e sono invaso da un sentimento di amore verso quel piccolo essere cicciottello che si è abbandonato completamente fra le mie braccia. Anche se sono io a tenerla, è lei che in qualche modo contiene me.
Arriva Eleonora che ha appena addormentato Lorenzo, mi vede così e, un pò commossa un po’ meravigliata dalla scena mi dice: “Te la tieni lì?”.
E io le rispondo: “…E quando mi ricapita…”.
Come sempre alla fine seguire l’amore moltiplica l’amore: assecondare una legittima richiesta di affetto di Lorenzo mi ha fatto affrontare una difficoltà e poi mi ha rimesso in contatto con l’amore.
Non è stato facile: l’amore viene dopo che siamo riusciti ad attraversare le nostre paure, rimanendo in contatto con il presente e prendendoci cura delle persone vicine a noi.
Mettersi in gioco non è facile, ma premia tutte le volte.
Proprio grazie a questa piccola prova sono riuscito a contenere la piccola, a farla addormentare, e la cura verso di lei mi è stata restituita, il sentimento di tenerezza che mi ha ispirato ha curato un po’ anche il mio cuore, turbato dalle notizie provenienti dalla mia città natale ma ancora intero, e ancora capace di amare.
Il compito dei vivi è vivere, andare avanti, e mettere tutto l’impegno partendo da noi stessi e dal contesto in cui viviamo per far sì che le cose nel mondo vadano un pochino meglio.
Alberto
L’altro giorno leggevo sul web un articolo che parlava di come la gentilezza va vista come un traguardo spirituale.
“Eh sì, giusto”, ho pensato.
Poi mi sono guardata e ho guardato Alberto: noi siamo molto lontani dal traguardo, anzi in questo momento non siamo nemmeno ai posti di partenza sulla via della gentilezza.
In effetti queste vacanze si stanno rivelando non proprio rilassanti, sembra di essere su un bel ring in cui si fa la lotta a colpi di battute sarcastiche, sgridate e di giudizi sulle mancanze dell’altro.
Anche il primo anno in cui è nato Lorenzo era stato duro. C’è la stanchezza, il sonno arretrato, la frustrazione di non avere mai un minuto libero…e appena l’altro “batte la fiacca” ecco che si punta subito il dito: ci sono piatti da lavare, pannolino da cambiare, bimba che piange, aspirapolvere da passare, Lorenzo che ha sete, fame, ha fatto la cacca o semplicemente si annoia ecc ecc.
Guardo da fuori questo teatrino e mi metto le mani nei cappelli: “ma cosa stiamo diventando? Altro che spiritualità, qui mi sembra “la Guerra dei Roses”!”
Ma perché?
Rifletto e mi rendo conto che non posso desiderare altro dalla vita, e non cambierei nulla.
Beh una cosa cambierei: me stessa, perché sono così sgarbata, antipatica, odiosa?
E perché lui lo è con me?
Capisco che la gentilezza è un traguardo perché da un certo punto di vista è facile essere gentili con gli altri, con gli sconosciuti per la strada, con le vecchiette, con i bambini adottati a distanza, con il giornalaio o la panettiera. È molto più difficile invece esserlo con le persone vincine, con le persone con cui hai un rapporto intimo, con chi vive la vita con te ogni giorno.
Ma perché?
Perché proiettiamo sull’altro le nostre ferite, i nostri bisogni insoddisfatti, le nostre ombre che non vogliamo vedere in noi… e così ecco che l’amore si trasforma facilmente in odio.
Ecco perché molte coppie naufragano presto, una volta passato il periodo dell’innamoramento e soprattutto nei momenti più stressanti come avere figli piccoli, difficoltà economiche, problemi al lavoro ecc.
Poi ogni tanto guardo Alberto mentre gioca con Luce, mentre si diverte a dare da mangiare ai cigni che lo beccano sulla mano, o quando molla con le sue fissazioni sulla dieta e si mangia felice una pizza con la salsiccia. E so che nonostante tutto lo amo, che non so perché ci scanniamo così se sotto sotto ci amiamo.
Quando ho preso questa consapevolezza ho sentito un gran vuoto, una gran nostalgia per quello che eravamo, ma forse ancora di più per quello che potremmo essere, se fossimo più gentili, se imparassimo l’arte della gentilezza anche in casa.
Come diceva Alberto Alberti “l’amore andato a male lascia il posto alla rabbia”... e così tendo a proiettare su di lui le mie ferite antiche, e lascio che l’amore vada a male, e lui fa lo stesso con me.
Il bisogno di amore frustrato si trasforma in rabbia, in shopping compulsivo, in bisogno di dolcetti, o birrette, in social addiction… Perché come scriveva qualcuno su Facebook (a proposito di social Addiction) qualche giorno fa “alla fine tutto è una questione di amore”.
E l’amore più difficile, paradossalmente, è quello verso chi ti sta vicino.
Tornati dal lago ieri abbiamo visto delle bambine che avevano allestito un banchetto con delle scatole di cartone e vendevano ai passanti “limonata fresca!”. Che delizia, mi sembrava di essere tornata negli anni ‘80. Lorenzo le ha guardate di sottecchi ed è subito arrossito, già innamorato, io e Alberto, come spesso accade, abbiamo avuto lo stesso pensiero: comprare un bicchiere di limonata fresca a quelle bambine. Così assaggiando in tre quella stessa limonata così speciale ci siamo sentiti di nuovo uniti (Luce l’avrebbe assaggiata volentieri ma non gliela abbiamo data, è ancora troppo piccola!). Poi, prima di fare la doccia, ho guardato Alberto e gli ho chiesto scusa, un bacio sulla guancia e ci siamo messi a ridere.
Di sera, mentre gli altri tre erano a dormire, mi sono messa sulla sdraio in terrazza a guardare il cielo: pochi minuti di pausa da sola, prima di lavare i piatti.
Ed ecco che è scesa una stella cadente.
Erano anni che non ne vedevo una, forse addirittura sei.
“Non buttare via il presente anche se ti sembra faticoso”, mi sono detta, “hai tutto per essere felice, non sprecarlo, solo tu puoi cambiare le cose, cerca di essere gentile”.
Eleonora
L’altro giorno mi ha chiamato il “mitico” Matteo, il ragazzo che da poco gestisce la mia casa di Milano per affitti brevi. Mi ha detto che la doccia perdeva e gli ospiti si erano lamentati perché l’acqua arrivava fino in corridoio. Mi è preso un colpo: ho appena fatto restrutturare la casetta investendo un bel po’ di soldi, e la doccia in particolare è stata fatta grande e molto bella.
Subito ho iniziato e inveire dentro di me contro il muratore, che non era affidabile, che aveva fatto male il lavoro, a dirmi che avevo buttato via i soldi e adesso cosa potevo fare, che avrebbe dovuto spaccare tutto di nuovo per sistemare le cose ecc ecc. La sera ho litigato con Alberto perché era lui che mi aveva caldeggiato il muratore e non aveva nessuna intenzione di aiutarmi a risolvere il problema.
Siccome ero troppo arrabbiata ho deciso di prendere tempo, ho mandato un messaggio sintetico al muratore e poi ho deciso di contattarlo solo quando mi fossi calmata.
Ormai ho imparato che quando sei nella rabbia o in altre emozioni negative è meglio fermarsi e solo dopo agire. Se agiamo mossi dalla rabbia sicuramente la nostra azione peggiorerà le cose.
La mattina successiva però ho scelto di occuparmi del problema nel modo più consapevole possibile. Ho scritto le mie pagine del mattino e così facendo ho buttato fuori le emozioni negative e di preoccupazione, poi ho chiamato il muratore e con tutta tranquillità gli ho chiesto se per piacere poteva andare a controllare cosa stava succedendo, perché se quel problema persisteva avrei rischiato delle recensioni negative e la casa era così bella e nuova che mi sarebbe dispiaciuto. Lui sentendomi tranquilla mi ha risposto cordialmente: mi ha detto che sicuramente sarebbe andato a vedere qual era il problema.
Il primo passo era andato a buon fine, ma non era abbastanza, potevo fare di più….
Ho pensato a un semplice esercizio di Psicosintesi che mi ha aiutato molto anche in passato: la prtatica del “modello ideale”.
Dovete sapere che Assagioli, il fondatore della Psicosintesi, era famoso come “il dottore che faceva passare gli esami agli studenti universitari”.
Ma come faceva?
Durante una seduta con lo studente chiedeva al ragazzo di immaginare il giorno dell’esame: doveva vedere quel povero professore che era stanco, che aveva visto tanti studenti prima di lui, che era una persona umana prima di tutto, e non solo un professore da temere, poi diceva di visualizzare se stesso mentre rispondeva con sicurezza a tutte le domande e infine la stretta di mano e il buon voto ottenuto. Finita la seduta Assagioli salutava il ragazzo…e immancabilmente questo passava l’esame.
E’ una pratica piuttosto semplice che ho deciso di mettere in pratica anche questa volta.
Ho chiuso gli occhi e ho visualizzato la scena che avrei voluto accadesse.
Poi ho scritto suo mio quaderno quello che avevo immaginato: Matteo e il muratore andavano nella mia casa, il muratore trovava un piccolo problema facilmente risolvibile, lo sistemava e tutto andava a posto, la doccia funzionava alla perfezione, i clienti erano soddisfatti e facevano delle ottime recensioni.
Ho poi chiamato Matteo e mi sono sincerata che i due avessero preso appuntamento: avevano fissato l’incontro dopo qualche giorno.
Così ho deciso di credere al mio modello ideale e di lasciare andare il problema.
Non me ne sarei più occupata e avrei proseguito la mia vita al meglio cercando di tenere il mio livello di energia alto e di essere serena.
Dopo due giorni mi chiama il muratore, mi dice che c’era un piccola fessura tra il muro e il vetro della doccia che faceva passare l’acqua, che aveva messo un po’ di silicone e tutto era risolto.
La pratica del modello ideale aveva funzionato anche questa volta.
Anche in altri casi ho fatto questo esercizio ed ha funzionato. Forse in tutti casi che ho fatto l’esercizio ha funzionato. Il fatto è che spesso non lo faccio, o mi dimentico di farlo, o sono talmente rabbiosa che non ho la consapevolezza necessaria per farlo.
Ma se fosse tutto così semplice, mi dirai, non vivremmo in un mondo così devastato dalla sofferenza…
Certo, però tanti raccontano di come gruppi di preghiera abbiano risolto molti problemi, addirittura fatto miracoli…forse se tutti (o almeno il 90% delle persone che stanno al mondo) pregassero e visualizzassero amore e pace vivremmo in un mondo di amore e pace.
Magari per i problemi piccoli basta la tua volontà, la tua energia e la tua fede a cambiare la situazione… prova e poi fammi sapere!
Eleonora
Se vuoi approfondire alcuni temi inerenti puoi leggere anche questi Post:
Ogni giorno ripetiamo delle azioni… magari cose apparentemente banali, ma che, sotto sotto, hanno un senso molto profondo, se sappiamo osservare.
Così come si diceva nel racconto “La Cattedrale”…
LA CATTEDRALE
“C’era una volta un giovane che aveva la madre malata e decise di andare al tempio per fare un voto in modo che potesse guarire.
La strada era lunga e passava dalle cave di pietra della collina.
Lì vi erano centinaia di uomini che tagliavano pietre sotto un sole cocente con piccozze rudimentali.
I loro volti e i loro corpi erano segnati dal caldo e dalla fatica, e battevano la pietra con un ritmo cadenzato, stanco e ripetitivo.
Mentre proseguiva il sentiero, ancora in basso sulla collina, chiese ad un uomo con un’espressione accigliata che cosa stesse facendo, e quello si fermò e rispose bruscamente: “Non ci vedi?! Sto spaccando pietra con tutta la forza che mi é rimasta nel corpo…”.
Il giovane si scusò e proseguì il suo cammino, quando ormai era a metà collina vide un altro uomo, anche lui impolverato, ma più tranquillo dell’uomo in basso… non si trattenne e gli chiese che cosa stava facendo.
Questo rispose: “Eh, sto lavorando… Grazie a questo lavoro posso mantenere mia moglie e i miei due figli…”. Non era arrabbiato e mentre parlava continuava a picconare la roccia. Il suo volto sembrava però triste per la sorte che gli era capitata.
Il giovane ringraziò per la risposta e continuò il suo sentiero. Aveva sete ma c’era troppa polvere anche per aprire la borraccia e bere.
Dopo quaranta minuti arrivò in cima alla collina. Anche lì c’erano uomini che tagliavano pietre, era il punto più alto della cava. Notò un uomo che più degli altri aveva uno sguardo fiero mentre portava avanti il suo compito. Così lo avvicinò e gli ripeté la domanda: “Che cosa stai facendo?”.
L’uomo, sereno nell’animo e fermo nei modi, lo guardò con occhi limpidi e scintillanti, e gli rispose con voce calma: “Guadagno il salario per mantenere la mia famiglia, tagliando pietre che serviranno per costruire quella meravigliosa Cattedrale che puoi scorgere laggiù…”.
Col braccio teso e l’indice puntato indicava una grandissima costruzione bianca, ancora in fieri, in fondo alla valle. Nonostante la stanchezza che non era da meno degli altri due uomini incontrati, sembrava felice di quello che stava facendo ed aveva più energia.”
Mia figlia Luce ha sette mesi.
Mi capita di darle le pappe a cena e il biberon all’una di notte.
I suoi bocconi sono lenti e cadenzati: a darle da mangiare mi sento come l’uomo che da le picconate nella cava. Mentre le metto in bocca un cucchiaino mi guarda con gli occhi spalancati, un po’ persi. Non trattiene bene le pappe, un po’ si sbrodola e si sporca tutta la faccia. Tra un cucchiaino e l’altro si guarda in giro, cerca suo fratello Lorenzo, vede se c’è la mamma nei paraggi, osserva il gatto che mangia i croccantini…
Sono tentato di distrarmi in queste pause e guardare il cellulare.
Se lo faccio la trovo lì, mi fissa perché ha finito il suo boccone e aspetta che gliene dia un altro, un po’ meravigliata per l’attesa.
Quando le dò il biberon la scena si ripete.
La tengo in braccio e lei dormicchia mentre ciuccia il latte. Ma appena mi distraggo col cellulare non si sa come lei faccia a capirlo, si ferma e mi osserva, con il suo solito sguardo interrogativo, e se non me ne accorgo subito accenna anche un pianto. Appena smetto di distrarmi lei ricomincia a ciucciare, chiude gli occhi e si abbandona.
Ho dovuto smettere di distrarmi e concentrarmi su quello che stavo facendo.
Mi sono reso conto che è bellissimo guardarla quando beve il latte dal biberon.
Come nella parabola dipende da me l’atteggiamento con cui faccio “il mio lavoro”.
Ho capito il valore di quel gesto: l’uomo che tagliava le pietre in cima alla collina sapeva che stava costruendo la Cattedrale: io sto dando da mangiare a un piccola, a un cucciolo d’uomo, una bambina che crescerà e sarà il futuro, il futuro della mia famiglia, forse sto facendo una delle cose più importanti della mia vita.
Cosa c’è di più importante che prendersi cura della vita?
Sicuramente su Facebook o Whatsapp non troverò qualcosa di più profondo in questo momento (vedi anche il Post “Connessione”).
Non c’è bisogno di dar da mangiare a un piccolo per comprendere che quello che stiamo facendo è di importanza vitale, qualsiasi cosa essa sia.
C’è chi mette tutto il suo impegno nel lavoro che fa, chi si prodiga per la sua famiglia o per i suoi genitori, chi sta vicino alle persone che hanno bisogno, chi si prende cura degli animali, chi organizza corsi aiutando le persone a stare insieme, o ad apprendere cose nuove, chi pesca, chi coltiva la terra, chi scrive, chi ascolta un amico in difficoltà, chi prepara una cena, chi fa l’elemosina, chi ripara qualcosa, chi dona oggetti o vestiti che non usa più.
Vedere l’importanza di quello che facciamo ci aiuta a mettere amore nei nostri gesti quotidiani, e ci permette di entrare in un flusso dove la nostra vita è piena e densa di significato.
Se riusciamo a vedere il senso dei nostri piccoli gesti quotidiani vedremo il senso della nostra giornata, e se vediamo il senso in ogni giornata avremo trovato il senso della nostra vita.
Chi l’avrebbe mai detto che dare il latte ad un bambino potesse risvegliare in me questa consapevolezza?
Alberto
L’altro giorno mi chiama un’amica in partenza per le vacanze: era già piuttosto stressata perché stava per partire con una sua amica che aveva in mente un programma “bellicoso” cioè andare a correre tutte le mattine presto, andare a visitare tutte le città dei dintorni e divertirsi la sera.
Lei era stanca, avrebbe semplicemente voluto riposarsi.
Quando le ho detto che avrebbero potuto anche dividersi, fare cose sparate ogni tanto, mi ha detto “Eh ma io non sono brava a dire di no”.
Forse questa situazione sarà capitata a tutti noi più volte nella vita: noi avremmo solo voglia di starcene spaparanzati in spiaggia sotto l’ombrellone, o sul divano a leggere, ma ci sentiamo in obbligo di dovere di essere “super”, di fare fare fare.
E così, anche quella che doveva essere una vacanza, diventa uno stress.
Solita tiritera DOVER ESSERE!
Ma dover essere cosa in fin dei conti?
Essere di più.
Non possiamo limitarci ad ESSERE?
Cosa vuol dire esserci?
Vuol dire semplicemente respirare, l’aria entra e l’aria esce.
Tutto qui.
Allora possiamo esserci anche stando sdraiati sul divano, o camminando lentamente, ma anche nuotando, o correndo…ma solo se ne abbiamo voglia.
Solo se lo desideriamo.
Se invece facciamo qualcosa per fare piacere a qualcun altro, probabilmente non saremo presenti a noi stessi, in fin dei conti “non ci saremo veramente”.
Bisognerebbe fare meno cose più presenti, fare meno e farle meglio. E cercare di esserci in quello che facciamo.
Ma perché ci troviamo così spesso a compiacere gli altri?
Tendiamo a compiacere gli altri per insicurezza, perché pensiamo che se facciamo quello che loro vogliono ci vorranno più bene, ci accetteranno di più.
Niente di più sbagliato, una persona che si rispetta viene anche rispettata dagli altri, una persona che non è presente ai suoi desideri e ai suoi bisogni non viene mai presa in considerazione.
E da dove viene questa insicurezza?
Viene dal pensare di non andare bene, di non essere abbastanza. Dal continuo confronto con gli altri, dal pensare di non andare bene così come siamo, dal pensare di dover nasconde le proprie debolezze, la propria stanchezza, la propria malattia, la propria pancia, le rughe, i capelli bianchi…
Ci camuffiamo di continuo e mentiamo a noi stessi perché una parte di noi non fa altro che darci addosso.
Se non vai a correre la mattina presto non sei ok, se sei stanca non sei ok, se non ti vesti così, se non hai capelli colà non sei ok.
Che stress.
Poveri noi.
Tutti, nessuno escluso.
E allora? Come uscire da questa voragine del “dover essere”?
Io penso che i passaggi fondamentali siano due:
1- Amare le nostre parti stanche e vulnerabili (perché in fondo la vita non è proprio una passeggiata).
2- Far valere la legge del desiderio: chiediamoci più volte “ma io cosa desidero fare oggi, domani? tra un mese, tra due anni?“
Se mi amo così come sono e mi focalizzo sui mei desideri possono “essere” semplicemente….e magari pure “essere felice”.
Eleonora
Se ti interessa l’argomento, leggi anche il Post di Alberto: “TU SEI PERFETTO COME SEI (ANCHE SE NON TI SEMBRA…)”
Ogni volta che arriva il compleanno sensazioni contrastanti si impadroniscono di me…
Da un lato la gioia: regali che arrivano spesso azzeccati, qualche fuori programma ma con lo spirito giusto si può accettare un po’ tutto… poi tonnellate di auguri…
Si, dico tonnellate non a caso.
Una volta c’erano pochi auguri, solo quelli di chi realmente si ricordava del tuo compleanno, erano auguri molto sinceri, poche persone, quelle che si frequentavano abitualmente, e che ci volevano bene. Non é che proprio tutti si ricordavano esattamente il giorno del compleanno, ma giorno più giorno meno gli auguri arrivavano ed era sempre un bel momento.
Ora le cose sono radicalmente cambiate per molti di noi.
Tra social network e gruppi whatsapp gli auguri si sono moltiplicati in maniera esponenziale.
Sono gli stessi social (Facebook, Linkedin, …) che meglio di segretarie puntuali ci ricordano 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 (si, anche il sabato e la domenica) tutti i compleanni dei nostri ‘contatti’.
E così nasce “l’effetto valanga”.
Uno si ricorda di farci gli auguri in un gruppo Whatsapp e scatta come un allarme per tutti gli altri membri del gruppo che si rincorrono cercando di anticiparsi l’un l’altro per fare gli auguri ed evitare la figura di quelli che si dimenticano… poi io saró in 30 gruppi whatsapp quindi il telefono comincia a surriscaldarsi fino a diventare radioattivo.
Con Facebook l’effetto é anche più devastante: gli auguri cominciano a rimbalzare tra bacheche, cartelli, frasi, video… si genera un mini-evento mediatico dove tu sei il protagonista indiscusso.
Mancano solo le candeline e una torta virtuale da spartirsi in un centinaio di persone.
Anche senza torta virtuale l’ego trionfa, ci sentiamo importanti, riconosciuti, ricordati, amati, appagati.
Un bel bagno caldo di riconoscimento, una bella vasca idromassaggio di regali e auguri…
Poi però più si va avanti con l’età è più arriva l’altra sensazione… l’altro lato, il lato “oscuro”, una sensazione che vi avvolge cupa, velata di amarezza e che alle volte, soprattutto vicino alle decadi, può tramutarsi in ansia… quella sensazione che si chiama “vecchiaia che avanza”!
Si perché già ai trenta puoi avere una botta, i quaranta sono un trauma, i cinquanta fanno paura, i sessanta non ho neanche idea di cosa possano essere, e tutti i numerini che ti ci avvicinano sono quei gradini ripidi che ti portano sempre più giù… giù verso l’abisso…
Ricordo che un paio di mesi prima del mio compleanno di tre anni fa ero piombato in una specie di depressione “light”, come la CocaCola, mi svegliavo giù di morale, andavo in ufficio con la faccia di un boxeur che aveva preso un incontro al 12º round dopo averle prese negli altri 11, e quando gli altri mi domandavano cosa avevo rispondevo: “Niente… perché?!?”, ma sentivo di non essere ok.
Poi un giorno ho capito: erano i 40.
I 40 che si avvicinavano.
E con loro tutte le insoddisfazioni della mia vita, tutti i risultati mancati, gli obiettivi non centrati, i rimpianti, i rimorsi, i ricorsi e gli acciacchi dell’età. Come diceva Vasco in Liberi Liberi “…vuoi che dica anche se, soddisfatto di me, in fondo in fondo non sono mai stato, …”.
La paura che il tempo passi, che la vita scivoli via dalle nostre mani come sabbia bianca e finissima, e più stringi le mani per trattenerla più quella sfugge.
La paura di non realizzare i propri sogni, anche se spesso non so neanche quali siano veramente.
La paura di morire, e di non aver lasciato traccia del mio passaggio qui sulla terra… (vedi Post: “Cosa rimane di noi”)
Poi pian piano si fa strada in me una voce, una voce prima leggera e poi sempre più profonda. E questa voce dice di lasciar perdere la Gioia e la Paura, che non devo misurarmi con chissà quali obiettivi, ma con qualcos’altro…
Mi chiede: “Sei un pochino più forte dell’anno scorso?”.
La forza che mi chiede é una forza interiore, non una forza fisica maggiore (per fortuna, visto che nonostante i piegamenti sulle braccia tutte le mattine non é che sia proprio Schwarzenegger…), e devo dire di sì, mi sento un po’ più forte dell’anno scorso anche grazie a un po’ di difficoltà che ho dovuto affrontare.
Poi mi dice: “Sei un pochino più paziente?”.
A questa domanda non so rispondere, sicuramente ci provo, ma non ho proprio la certezza di una risposta affermativa…
“Sei un pochino più col cuore aperto?” continua imperterrita la voce…
‘Dai, questo si!’ mi dico.
“Hai aumentato un po’ la tua Volontà? E la Gentilezza?”
Su questo c’ho dato dentro quest’anno e sento di essere cresciuto in forza di volontà, forse un pochino anche sulla gentilezza…
La voce conclude:
“Insomma, ti senti una persona un po’ migliore dell’anno scorso?
Allora stai sereno, e continua così…”.
Forse il senso degli anni che passano é semplicemente quello di continuare con il nostro cammino interiore, con la nostra evoluzione, cercando di migliorarci sempre, di affrontare le difficoltà con sempre maggior determinazione, e di imparare ad amare noi stessi e gli altri, anno dopo anno, uno pochino di più e meglio…
Grazie voce, buon compleanno anche a te!
Alberto