post image

TUTTI FANNO DEL LORO MEGLIO

Un po’ di tempo fa ho letto un libro di Brenè Brown dal titolo “La forza della fragilità”. Un capitolo che mi ha colpito molto è quello in cui si parla del fatto che “le persone fanno del loro meglio“.
Questa frase penso andrebbe appesa sul frigo e riletta tutti i giorni.

La frase che si usa spesso nei corsi di lavoro personale, quando si tocca la questione di riappacificarsi con i propri genitori, è proprio quella di dire hanno fatto del loro meglio con i mezzi che avevano.
Questa frase la puoi ripetere all’infinito, ma comprenderla veramente, fare la pace e perdonare, forse richiede una vita intera.

La vera compassione nasce dall’aver toccato con mano la sofferenza.
Se hai sofferto capisci che anche gli altri hanno sofferto, e che veramente hanno fatto del loro meglio.
Ma questo non vale solo per i genitori, vale per tutti. Ogni persona che incontriamo fa del suo meglio. Spesso nemmeno si rende conto che ci sta ferendo. Noi stessi feriamo continuamente gli altri senza rendercene conto in modi più disparati: non rispondiamo ai messaggi, non richiamiamo, rispondiamo in modo brusco, alziamo gli occhi al cielo se nostro figlio piange, ci dimentichiamo di avvisare se arriviamo in ritardo, non chiediamo all’altro come sta ma lo sommergiamo con i nostri problemi… e chi più ne ha più ne metta!

Inoltre chi ha più ferite mette più difese: il suo cuore si chiude e per questo non si rende nemmeno conto della sofferenza che infligge agli altri. Non sente.

Se il tuo cuore è chiuso non senti di star male tu ma nemmeno ti accorgi della sofferenza dell’altro.

Se la vita in qualche modo ti fa cadere le difese (in seguito a un lutto, un incidente, una malattia, un esaurimento nervoso, ecc.) improvvisamente senti la tua sofferenza e riesci a provare compassione per gli altri: capisci che anche l’altro provava qualcosa di simile a te e non poteva agire in modo diverso.

Se penso alla mia adolescenza e gioventù sono la prima a rendermi conto di aver fatto soffrire moltissime persone, soprattutto uomini. La mia ricerca di affetto era stata barattata con la seduzione e la ricerca di potere e non mi rendevo conto che illudere tanti spasimanti e usare le persone era fare del male. Il mio maestro di teatro mi chiamava  la donna di ghiaccio, io non avevo nemmeno idea del perché.
Con lo sguardo di oggi mi rendo conto che i miei modi erano in parte spietati, ma provo anche compassione per quella mia Io che proprio non aveva idea di ferire, cercava solo un modo per stare a galla. Era stata ferita e feriva a sua volta.
Penso poi, negli anni successivi, di aver riprovato su di me tutta la sofferenza che ho inflitto. Credo in qualche modo alla legge del karma.

Così oggi mi trovo a essere più compassionevole. Ci sono persone che a pelle non mi piacciono, che mi sembrano false, o fredde, o pompate, o accentratrici, però posso dire che adesso tendo a giudicare meno: so che dietro a quei modi ci sono delle ferite, e che vivere non è facile per nessuno.
Ognuno fa veramente del suo meglio, anche se non ammette la sua fragilità, dietro a quei meccanismi di difesa ci sono bambini e bambine feriti che non furono amati e accolti, e ora hanno bisogno di comandare, di tiranneggiare, di darsi un tono per compensare tutta quella insicurezza che c’è dietro.

Giudicare loro fa solo che rimandarci a quanto anche noi in fondo ci sentiamo insicuri e inferiori.

Non giudicare (veramente, e non come precetto moralistico che piomba dall’altro) ci fa sentire nella stessa barca, ci fa empatizzare con quella persona e capire che sta facendo del suo meglio.

Tutti fanno del loro meglio, anche chi fa male perché se fa male è talmente soffrente che nemmeno riesce a sentire il cuore: è talmente soffrente che si allontana sempre più dalla sua Vera Natura. E siccome siamo tutti collegati, ferendo l’altro ferisce ancora immancabilmente sè stesso.
Questo non vuol dire che bisogna farsi maltrattare, è fondamentale proteggersi, amarsi e saper mettere i limiti.

Più ci amiamo più sappiamo se saremo in grado di aiutare qualcuno che soffre o se abbiamo bisogno di proteggere noi stessi, di metterci in salvo, ma questa volta con occhi pieni di compassione.

“Si notava subito un giovane che camminava in su e in giù, con un’espressione scontenta, assillato e tormentato. Cercava in continuazione pretesti per urlare a quei disgraziati ebrei: “Mani fuori dalle tasche per favore..”, ecc. Per me era da compiangere più di coloro a cui stava urlando; e questi, a loro volta, facevano pena nella misura in cui erano impauriti.(…)
E il fatto storico di quella mattina non era che un infelice ragazzo della Gestapo si mettesse a urlare contro di me, ma che io francamente non ne provassi sdegno – anzi che mi facesse pena, tanto che avrei voluto chiedergli: hai avuto una giovinezza così triste, o sei stato tradito dalla tua ragazza? (….) Avrei voluto cominciare subito a curarlo, ben sapendo che questi ragazzi sono da compiangere fin tanto che non sono in grado di fare del male, ma che diventano pericolosissimi se sono lasciati liberi di avventarsi sull’umanità. È solo il sistema che usa queste persone a essere criminale. E quando si parla di sterminare, allora che sia il male nell’uomo, non l’uomo stesso.”

(Etty Hillesum, Diario 1941-1943)

post image

E QUANDO GLI ALTRI CI FERISCONO?

Capita a volte che noi apriamo il cuore a una persona e lei lo prenda e lo calpesti più o meno consapevolmente.
Probabilmente in passato anche noi abbiamo fatto così con qualcuno.
Però avere il cuore schiacciato non è la cosa più bella del mondo, anzi fa proprio male.

Cosa si può fare in quei casi?

Il primo approccio, quello istintivo e più immaturo è di scappare dal dolore.
Scappare dal dolore vuol dire negarlo, con la rabbia ad esempio (che stronza!), col menefreghismo (…ma non mi ha fatto niente), con un finto senso di superiorità (poverino/ poverina come è indietro, io sono saggio non mi faccio toccare da queste cose...).

Negare il dolore intanto non ti permette di liberartene veramente, anzi, fa aumentare la possibilità che tu dovrai passare da un’esperienza simile per imparare la lezione, e ti può far attirare incidenti o malattie perché in realtà le emozioni non sono state vissute, ma ricacciate giù nell’inconscio.

Una volta facevo così: il dolore era troppo da sentire e io in qualche modo mi dissociavo da esso. Però immancabilmente la vita mi faceva vivere una esperienza fisica di “bastonata” che era di forza equivalente al dolore non vissuto.
Le due volte più pesanti, che ricorderò sempre, sono state durante le riprese di un documentario in cui facevo la cameraman e qualche settimana prima del mio matrimonio. Entrambe le volte ero stata “maltrattata” da una figura femminile e io avevo scelto di non vedere e soprattutto di non sentire il dolore. Nel primo caso mi cadde una specchiera alta 2 metri in testa, nel secondo si staccò dal muro la cassettiera nuova della cucina dove tenevo pentole e piatti e mi cadde addosso. In entrambi i casi non mi feci quasi niente: qualche botta, un grande spavento e molta rabbia.

Gli accadimenti fisici mi avevano permesso di sentire direttamente col corpo le emozioni che non volevo (o non riuscivo) a sentire.
La mia teoria che spesso gli incidenti, i danni al corpo e molte malattie psicosomatiche siano legati a questo tipo di “acting out” ha avuto conferma in molte persone intorno a me che hanno vissuto episodi simili. Certo fino a che sarò in vita non saprò con certezza se la mia teoria è vera, forse mi sarà magicamente svelato in punto di morte.

Ma veniamo a noi… come fare allora quando una persona ci ferisce?

Una frase che mi ronza in testa oggi, dopo una settimana in cui sono stata molto ferita, è bisogna passeggiare con il dolore.

Passeggiare con il dolore mi ricorda un po’ la meditazione camminata di Thich Nhat Hanh. (vedi post la meditazione camminata….). Ma non bisogna per forza fare meditazione se uno non se la sente o non è capace.

Cerchiamo di stare con questa sofferenza passeggiandoci insieme, prendendoci cura di noi.

Oggi sono stata a camminare lungo l’Adige, mi sono seduta a osservare il fiume che scorreva, poi mi sono cucinata la mia pasta preferita. E questo è stato un po’ un modo di prendermi cura di me, e della mia sofferenza senza scappare, senza negarla.

Mi sono chiesta tante volte in questi giorni che senso ha tutto ciò.
Che senso ha aprire il cuore a una persona e poi venire schiacciati?
Alle volte ci rimani così male che non riesci a darti una spiegazione. Perché per me l’Universo è un posto con delle leggi precise, e siamo qui per imparare ad amare, ad amarci, e questa situazione, questa ferita proprio non mi torna.

Mi è chiaro che chi ferisce sta così male da ferire gli altri: soffre e semina sofferenza in giro.

Ma quando fai del tuo meglio e ti sembra di andare verso l’amore e l’altro ti ferisce? Non ho una risposta.

Il mio Saggio (vedi Post tu sei luce) mi ha detto, così all’orecchio, mente salivo le scale: “Così cresci”. “Ah beh, grazie”, mi è venuto da rispondergli.

Probabilmente, quando sarò stata ancora per un po’ con il dolore le cose mi saranno più chiare, e allora vi racconterò cosa ho capito.
Per ora sto qui e passeggio….

Eleonora

post image

RINGRAZIARE: UNA PRATICA PER LA FELICITA’

“Ringrazio pubblicamente, dalle pagine di questo giornale, il dottore M. A. per avermi curata con grande abilità e bravura, per aver compreso, andando oltre le parole dette, la mia disperazione e le mie “paure”; per aver risolto ‘alla grande’ l’intervento chirurgico rivelatosi assai problematico, lungo e difficile; per essere stato sempre positivo e aver creduto nelle mie capacità di ripresa; per la carica di umanità dimostratami; per l’assistenza assidua e le attenzioni che mi ha dedicato, per la gentilezza e la serietà dei modi che mi ha riservato; per avermi tolto con le sue mani dalla spirale del male ridandomi una vita nuovamente degna”.

Questa è una lettera di una paziente che ha acquistato uno spazio pubblicitario nel quotidiano locale per ringraziare pubblicamente il dottore-chirurgo che l’ha curata con successo e tutti gli infermieri e assistenti che hanno contribuito, riportando il nome e cognome di ciascuno.

La paziente racconta anche brevemente la sua storia, dipingendosi come una persona che soffriva da lunghi anni di una malattia che le provocava forti dolori fisici e morali, ma con una forse avversione ai trattamenti farmacologici. La malattia è pian piano degenerata e alla fine ha deciso di farsi operare e ammette: “dopo una operazione molto complessa e di lunga durata ho potuto ‘saltar fuori’ dalle braci dell’inferno ed ora faccio parte della schiera dei fortunati risanati completamente”.

Spesso il ringraziamento è associato alla sofferenza o alla tristezza.

Ad esempio ci può capitare di ringraziare qualcuno nel momento in cui il suo aiuto diviene indispensabile: magari quando qualche nostro familiare si prende cura di noi andando a comprare le medicine e preparandoci da mangiare quando siamo a letto malati. Oppure quando ci troviamo con l’auto che si guasta e un caro amico ci viene in soccorso. Delle volte ringraziamo qualcuno che ci ascolta quando gli confidiamo un evento triste.

Altre volte ringraziamo invece per manifestare la nostra gioia, quando ad esempio riceviamo dei regali, o quando qualcuno ci fa un favore.

Se proviamo a pensare a come ci sentiamo quando ringraziamo qualcuno faremo una meravigliosa scoperta: stiamo bene! Oserei dire di più: siamo felici!

Robert Emmons, Professore di Psicologia Nell’Università di Davis in Califonia, ha dimostrato dopo 10 anni di studi con l’osservazione di oltre 1.000 persone fra gli 8 e gli 80 anni che le persone che praticano il Diario delle gratitudini hanno riportato numerosi benefici a livello fisico (sistema immunitario più forte, minor incidenza di dolori e sofferenze fisiche, pressione sanguigna più bassa, miglior qualità del sonno, …), psicologico (un livello più alto di emozioni positive, maggior ottimismo e benessere, più vivacità e prontezza mentale, …) e sociale (più generosità, compassione, espansività, capacità di perdonare, meno sensazioni di solitudine e isolamento).

A gennaio di quest’anno, insieme alla pratica della meditazione (“Una pratica per la felicità: 5′ di meditazione mattutina”), ho ricominciato anche la pratica delle gratitudini: ormai la faccio regolarmente tutte le sere da circa 120 giorni!

E’ una pratica semplice, che non occupa più di un minuto, e richiede soltanto un quadernino, una penna e un po’ di buona volontà.

 

Ecco come fare la pratica delle gratitudini:

Scrivi, ogni sera, una serie di persone o cose che ti senti di ringraziare in quella giornata. L’esercizio è molto semplice: scrivi prima il soggetto del ringraziamento, e poi la frase ti ringrazio.

Non c’è bisogno di specificare il motivo per cui sentiamo di voler ringraziare, possiamo farlo mentalmente, ma se vogliamo possiamo anche scriverlo.

Ad esempio potremo scrivere:

  1. Eleonora, ti ringrazio
  2. Lorenzo, ti ringrazio
  3. Gatti, vi ringrazio
  4. Mamma (o papà, o entrambi), ti ringrazio (se quella sera sentiamo di volerli ringraziare!)
  5. salute, ti ringrazio
  6. vita, ti ringrazio
  7. amici, vi ringrazio
  8. sport, ti ringrazio
  9. lavoro, ti ringrazio
  10. stipendio, ti ringrazio
  11. ecc…

Possiamo anche ringraziare i mezzi meccanici che utilizziamo nella vita di tutti i giorni (ad esempio io vado in ufficio in Vespa e allora mi capita di scrivere: Vespa, ti ringrazio!).

Oppure possiamo ringraziare delle qualità che ci hanno aiutato ad affrontare la giornata: Intuito, ti ringrazio, Volontà, ti ringrazio o Entusiasmo, ti ringrazio.

All’inizio ci si può dare l’obiettivo di scrivere almeno 3 o 5 ringraziamenti. Poi pian piano verrà naturale scriverne di più, a quel punto è bene lasciar fluire! Io in media ne scrivo tra i 10 e i 15 tutte le sere, l’importante è scrivere senza pensarci troppo.

Se ci capita di ripetere un ringraziamento che abbiamo scritto il giorno prima va benissimo, non dobbiamo sforzarci di trovarne di nuovi tutti i giorni!

I benefici non si faranno attendere: in automatico maturando ed esprimendo un senso di gratitudine verso gli altri, in qualche modo gli altri lo sentiranno, ed anche se avremo fatto l’esercizio nel segreto del nostro bloc notes e senza averlo detto a nessuno, gli altri saranno portati a relazionarsi in modo più benevolo con noi.

Pian piano inoltre salirà il nostro livello di benessere giornaliero, migliorando leggermente rispetto a quello che avevamo in precedenza, e ci sentiremo più in pace con gli altri e con il mondo.

Naturalmente vivremo lo stesso le nostre giornate no, ma mediamente ci accorgeremo di stare meglio.

Provare (almeno un mesetto…), per credere!

Alberto

 

“La gratitudine è il paradiso stesso”

(William Blake)

post image

COLLABORAZIONE VS COMPETIZIONE

Da alcuni mesi sto riflettendo sulla tematica della collaborazione in contrapposizione alla competizione.

La riflessione è partita da Annalisa Cazzadori, la maestra coordinatrice dell’asilo di Lorenzo, che ho intervistato per il documentario che sto girando, e mi sottolineava l’importanza di crescere bambini che collaborano e non che competono tra loro, anche se ahimè la nostra società promuove immancabilmente la competizione.

Ho poi letto tre libri di Brenè Brown molto interessanti (I doni dell’imperfezione, Osare in grandeLa forza della fragilità) e ho ritrovato ancora questo tema così importante.

Se siamo persone che si amano e che hanno acquisito una certa fiducia in sé stesse saremo più portate a empatizzare con il prossimo, a vederlo come un amico, un fratello e non come una persona da svalutare o con cui competere.

La Brown dice che se incontri una mamma in difficoltà (ad esempio con il bambino che fa i capricci) puoi fare due cose: guardarla male giudicandola in cuor tuo come una incompetente e sentirti tu una brava mamma, oppure empatizzare con lei sapendo che non è facile fare la mamma, che i momenti duri ci sono per tutte e guardarla con appoggio magari dire anche qualcosa che la aiuti a stare meglio come “certe volte è dura, ti capisco”.

Il primo approccio, quello competitivo, nasconde un grande senso di inferiorità: “se a te le cose vanno male io posso sentirmi bene perché a me vanno un po’ meglio”, ma se io fossi serena e felice non avrei bisogno di affossare l’altro o sperare che l’altro stia peggio per sentirmi bene.

Il secondo approccio invece è di collaborazione: “siamo tutti in difficoltà in questa vita, le sfide e i dispiaceri succedono a tutti, oggi a te, domani a me, ma se ci facciamo forza l’un l’altro può essere più facile camminare insieme”.

La persona che stiamo additando come inadeguata sta facendo del suo meglio con i mezzi che ha a sua disposizione, magari il suo meglio è poco, magari le sue sofferenze non permettono molto, ma uno sguardo di compassione e amore può aiutare chiunque a sentirsi bene anche solo un pochino.

Certo non è facile essere collaborativi, una parte profonda di noi compete e gode nello sminuire gli altri. Prendiamone atto, accettiamola, ma guardiamo questa parte con compassione e rendiamoci conto che dietro a quella aggressività c’è un profondo e sottile senso di inadeguatezza.
È la nostra parte verme piccolo e indifeso che finge di essere un leone.
Certe volte ci sentiamo così poco adeguati, ci amiamo così poco, che l’unica cosa che ci sembra ci faccia stare bene è pensare che siamo meglio degli altri.

Ma… se riconosciamo la nostra luce non abbiamo bisogno di essere superiori agli altri!

Ognuno di noi ha punti di forza e punti di debolezza, cerchiamo di lavorare su di noi per aumentare la luce e accettare l’ombra, così facendo accetteremo anche le ombre e le luci degli altri, e forse un giorno, chissà, sentiremo di essere tutti una grande comunità in cammino per crescere.

 

Eleonora

 

 

 

post image

QUANDO SEI NERVOSO… FERMATI!

Stamattina stavo facendo le mie pratiche e le pulizie di casa, quando, nella chat di WhatsApp chiamata Famiglia, arriva un messaggio di mia suocera:”Controllate la scadenza della patente!”.

In effetti il 2017 mi ricorda qualcosa…Controllo e scopro che tra due settimane mi scade la patente!

Entro in uno stato di agitazione e inizio a guardare su internet dove si rinnova la patente a Verona. Chiamo un centralino e mi dicono che devo andare allo sportello dell’Usl per prenotare la visita medica che non si sa nemmeno quando mi fisseranno… Siamo nel 2017 e per prenotare una visita devi fare una coda agli sportelli pubblici…

Ieri per cambiare il medico di base a Lorenzo ho fatto una coda di un’ora e mezza. Povera Italia.

Vabbè, più il mio malumore cresceva più non riuscivo a concludere nulla.

Chiamo mia mamma per sapere dove era andata lei a rinnovarla e non risponde, chiamo un’autoscuola: segreteria telefonica, cerco ancora su internet si blocca l’ipad.

Ok, faccio un respiro profondo e mi viene in mente la legge cosmica, provata e riprovata sulla mia pelle, per cui se la tua energia è negativa non devi fare nient’altro che fermarti, spostare l’attenzione da quella cosa che ti sta innervosendo verso qualcos’altro.

Quante volte cercate di fare qualcosa al computer e non funziona, allora vi innervosite e perseverate nella rabbia, e poi magari il programma va in crash e perdete tutti i dati? O volete chiamare una persona e non vi risponde, vi innervosite e continuate a insistere chiamando e richiamando e tanto lei non risponde e voi siete sempre più nervosi? Oppure aspettare una risposta da qualcuno su un progetto e lo maledicete, o siete isterici davanti a una coda in posta e quando è il vostro turno non riuscite a chiudere quello che volevate, o la tipa mette il cartello torno subito e se ne va, o alla cassa del supermercato decidono di contare i soldi proprio quando avete fretta…e chi più ne ha più ne metta….

C’è solo una regola che funziona sempre: se sei nervoso non perseverare. Prima cambia la tua attitudine, la tua energia e solo dopo torna a quella cosa.

Prendi tempo: anche se pensi di non averne, perché se la tua energia è nera non potrai fare altro che peggiorare la situazione.

Mi rimetto quindi a pulire casa, a fare lavatrici, decido che ci penserò dopo al rinnovo della patente, in fin dei conti ho ancora due settimane di tempo, è solo una scocciatura ma nulla di che.

Dopo un’ora mi chiama mia mamma e mi dice che l’aveva rinnovata, al volo e in extremis, in un centro Aci vicino a casa.

Olè, ha funzionato anche questa volta!

Io sono piuttosto impaziente, non sono una che procrastina, vorrei tutto subito. Se ci sono delle cose da pagare le pago il prima possibile, odio la burocrazia e cerco di togliermi quello che non mi piace il subito. Da un certo punto di vista è un bene, dall’altro, se ti capitano degli intoppi l’unica cosa da fare è allenare la pazienza, e l’arte di saper aspettare, di non voler chiudere immediatamente tutto, di vivere bene anche se ci sono delle cose in sospeso.

Va allentata quelle che Yoav Dattilo chiama il femminile della volontà: non perdere mai di vista il tuo obiettivo, ma non pretendere che il risultato arrivi subito, impara l’attesa fiduciosa.

Fai quello che è in tuo potere fare, e poi aspetta. Abbi fiducia che il tuo problema si risolverà.

Rimarrai stupito come nella maggior parte delle volte le cose si risolvono da sè!

Eleonora

 

P.S. Se ti interessa questo argomento (e te lo eri perso…) dai una occhiata anche al post: “La resilienza: la 1° lezione di Rocky Balboa”

 

 

post image

SPACECLEARING DELLA CAMERETTA

Un’annosa questione è quella di come tenere in ordine, e fare mettere in ordine, la cameretta ai propri figli.
Io in realtà ci riesco abbastanza bene, non perché sia la persona più ordinata della terra, o perché i mei genitori mi abbiano trasmesso l’ordine, tutt’altro…semplicemente mi piace che sia in ordine, come il resto della casa, quindi mi sono letta tanti libri di Spaceclearing e Fengh Shui che sono un po’ le mie passioni, e ho attuato un mio metodo personale che funziona bene e che penso possa essere utile ad altre mamme.

 

1) Per prima cosa prenditi la responsabilità di mettere in ordine tu la camera dei bambini. Non puoi pretendere che tuo figlio sia ordinato se non lo sei tu. I bambini imparano dall’esempio: non sgridarlo se non mette in ordine lui, e non sbuffare mentre lo fai tu. Agisci con calma e tranquillità come se stessi cucinando una torta o facendo una qualsiasi altra attività che ti piace fare o che devi fare. Fallo sempre tu fino a che sarà tuo figlio a darti una mano di sua iniziativa.

Mio figlio ha tre anni e mezzo e ama mettere in ordine, lo fa anche all’asilo, mi dicono le maestre. Delle volte gli chiedo se mi dà un mano, delle volte mi aiuta delle altre no. Io non me la prendo mai: semplicemente non pretendo che lo faccia.

Se dice di no, sistemo io perché so che sono io che desidero che la sua camera sia in ordine, non lui. La maggior parte delle volte, quando risponde di no, io dico con serenità:

“Ok, non c’è problema, faccio io…”

Lui immediatamente cambia atteggiamento e inizia a darmi una mano 😉

 

2) Quando tuo figlio finisce un gioco insegnagli a metterlo via prima di tirarne fuori un altro. Se non lo fa lui fallo tu dicendo: “Quando si finisce di giocare con un gioco si mette in ordine, poi possiamo tirare fuori un gioco nuovo”.

È dimostrato che l’ordine dello spazio è collegato all’ordine mentale: questa attività gioverà al benessere di tuo figlio e alla sua tranquillità.

 

3) Butta via spesso giocattoli rotti non riparabili, pennarelli che non funzionano, colle secche, fogli sparsi: non permettere che la camera diventi un accumulo di rifiuti.

 

4) Almeno una volta all’anno fai uno o due sacchi di giocattoli da regalare. Se il bimbo è piccolo fai tu stessa la selezione, tenendo quello che a lui piace di più, e regalando quei giochi (anche belli e costosi) che vostro figlio non ha mai usato.

Se il bimbo è grande fai questa pratica con lui, assicurandolo che dando via vecchi giochi ne entreranno di nuovi, che ci sono tanti bambini che non hanno niente, che diventare grandi vuol dire anche lasciare andare i giochi da piccoli. Se ci sono troppe resistenze non insistere litigando, ma riprova dopo un certo periodo di tempo. Alcuni usano la tattica di mettere in cantina o in soffitta scatoloni di vecchi giochi, io lo sconsiglio perché verrà comunque il momento di disfarsene. Però se il bambino ha troppa difficoltà a lasciare andare, opta per questa soluzione, riproponendogli di regalarli quando sarà più grande.

 

5) Non lasciare che giochi, vestiti o altre cose dei tuoi figli siano dislocate in più punti della casa. Tutte le cose dei bambini devono stare nella loro camera (i benefici di tale pratica sono illustrati nel mio post precedente “Guadagnare tempo grazie allo Spaceclearing”). Se hai troppe cose eliminane un po’ regalando i vestiti che non vanno più bene o i giochi vecchi.

 

6) Se vuoi conservare i vestiti per un eventuale altro figlio organizzali in sacchi appositi e mettili nelle parti alte degli armadi.

 

7) Dei giocattoli di quando era piccolo tieni solo 4/5 giochi a cui tu o lui siete molto affezionati, così per ricordo, il resto potrà essere utile a qualche bimbo piccolo che non ha niente invece che rimanere ammassato in uno scatolone, se li tieni per il prossimo figlio ricorda che quando nascerà ti regaleranno altri giocattoli nuovi…non puoi tenete tutto!

 

Seguendo questi pratici consigli dovresti risolvere una volta per tutte il problema del disordine in cameretta, e i benefici saranno evidenti per voi adulti e soprattutto per i bambini in termini di tranquillità, maggior concentrazione e amore per se stessi!

Eleonora

 

 

 

1 23 24 25 26 27 34