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PERCHE’ DOVREMMO ESSERE OTTIMISTI?

Io: “Cavolo Andrea ci siamo persi…”

IlmioamicoAndrea: “Te l’avevo detto che era meglio non andare a quella festa…”

Io: “Vabbè non perdiamoci d’animo, torniamo indietro a quel bivio e prendiamo l’altra strada…”

IlmioamicoAndrea: “Ma non è detto che sia quello il bivio dove abbiamo preso la strada sbagliata, potrebbe essere quello di 30 chilometri fa, poi è buio, non si vede niente…”

Io: “Sì, lo so, altrimenti non ci saremmo persi, ma tentar non nuoce, e poi sta macchina ha i fari, no?”

IlmioamicoAndrea: “E se poi è sbagliata anche quella strada? E se poi consumiamo ancora benzina e non arriviamo lo stesso alla festa?”

Io: “Ho capito che non lo sappiamo, ma se non proviamo non lo sapremo mai! Ma tu cosa proponi?”

IlmioamicoAndrea: “Non lo so… forse è meglio tornare a casa… lo sapevo che non ci saremmo divertiti a quella festa…”

Io: “Ma come facciamo a sapere se ci saremmo divertiti se manco ci arriviamo!!!”

Ecco una scena della mia vita, di molti anni fa quando andare alle feste era uno dei miei sport preferiti… ed una delle tante dove il mio ottimismo si è scontrato con una sorta di pessimismo di uno dei miei più cari amici(PS: alla festa poi ci siamo arrivati…).

Ma cos’è l’ottimismo?
L’ottimismo è un modo di vedere la vita che si riferisce al futuro, alle prospettive che abbiamo o pensiamo di avere. L’atteggiamento ottimistico o pessimistico si applica anche al presente o al passato.

Ad esempio se quando acquistiamo un Gratta&Vinci pensiamo “Sì, compriamo un biglietto della lotteria, anche se tanto non vinco mai…” o ripensando al passato affermiamo “Non me ne è mai andata dritta una… tutto quello che poteva accadermi di negativo è successo…” il nostro livello di ottimismo non è ai massimi possibili.

L’ottimismo è la capacità di vedere il lato positivo della vita e delle situazioni negative che ci colpiscono.

Riuscire a vedere anche nei fallimenti o errori commessi durante nel nostro passato delle importanti lezioni che ci hanno aiutato a migliorare, ad evolverci e ad essere quelli che siamo oggi è un segnale di approccio ottimistico. Naturalmente tra la persona ottimista al 100% e quella pessimista cronica c’è una infinità di gradazioni, dove probabilmente ci posizioniamo noi. Accade spesso che su alcuni aspetti della vita abbiamo un atteggiamento positivo, mentre su altri aspetti siamo meno fiduciosi. Ad esempio potremmo essere ottimisti nelle relazioni sociali ma non in amore, oppure potremmo essere ottimisti in amore ma non sul lavoro, o ancora ottimisti sul lavoro e pessimisti sulla salute, e così via…

Ma perché se siamo un po’ pessimisti non possiamo rimanere così? Tanto aspettarsi cose positive o negative dalla vita non cambia… quel che accadrà si vedrà.

In realtà essere ottimisti porta a numerosi vantaggi.

Come prima cosa gli ottimisti (tendenzialmente) vivono più a lungo. Come illustrato da Immaculta de Vivo nel libro “Biologia della gentilezza”, è emerso che le persone con mentalità ottimista sono associate a svariati indicatori di buona salute, soprattutto in ambito cardiovascolare, immunologico, metabolico e polmonare. I ricercatori hanno scoperto che questo è l’effetto di tre fattori legati all’ottimismo che:

  1. Aumenta la probabilità di assumere comportamenti salutari (mangiare bene e non troppo, dormire il giusto, fare un po’ di attività fisica tutti i giorni, non tramortirsi di alcool o droghe o altre dipendenze, …)
  2. Rallenta i processi di invecchiamento biologico
  3. Favorisce la regolazione delle emozioni e soprattutto la gestione delle situazioni stressanti: la maggior reattività emotiva (favorita dal pessimismo) stimola la produzione da parte del corpo di cortisolo e noradrenalina che mantengono alti il livello di infiammazione del corpo e facilitano l’insorgere di malattie.

Gli ottimisti inoltre hanno maggiore perseveranza nel perseguire i propri obiettivi: ad esempio un ottimista riesce meglio nel percorso universitario non perché sia più intelligente di un pessimista, ma perché pensa che riuscirà a raggiungere il suo obiettivo e quindi tende a superare con maggior facilità i momenti di sconforto per eventuali esami andati male.

Per un ottimista un fallimento è un motivo per fare meglio, per un pessimista è un motivo per abbandonare l’impresa.

Un ottimista è più motivato e perserverante.

L’ottimismo, inoltre, rende più sani: una ricerca pubblicata sul Journal of American Medical Association e condotta da Alan Ronzaski, cardiologo newyorkese, su ca. 22.000 persone ha evidenziato che l’ottimismo è associato a un ridotto rischio di morte prematura (-11%), di infarto e di ictus (-35%). Un’associazione positiva che si può paragonare a quella che si osserva tra rischio di morte e sintomi depressivi, o pressione alta, o esposizione costante al fumo passivo.
E’ stato anche testata negli ottimisti la minor possibilità di sviluppare malattie respiratorie. Da un test effettuato dall’American Heart Association nel 2006, su un campione di ca. 200 persone a cui era stato inoculato un comune virus delle vie aeree, si è osservato che le persone ottimiste tendevano a non ammalarsi, al contrario di quelle pessimiste.

A questo punto una persona potrebbe domandarsi: “Ok, essere ottimista sarebbe meglio, ma io sono pessimista… che ci posso fare?”

In pratica è come domandarsi: essere ottimisti o pessimisti è una scelta o “uno nasce così” e non ci può fare nulla?

Gli studiosi dicono che l’ottimismo è determinato dai nostri geni per il 25%, il resto lo possiamo determinare noi!

“E allora come si fa ad alimentare il serbatoio della positività?”
La prima arma che ci può aiutare in questo campo (in realtà un po’ in tutte le situazioni) è la consapevolezza dei pensieri che abbiamo e di quello che proviamo. Riconoscere i nostri stati d’animo ci consente di smorzare il potere di certi condizionamenti che abbiamo fin da bambini, e che non sappiamo neanche chi ci ha trasmesso, ma che di certo non ci aiutano a vivere meglio. Quando avremo riconosciuto i nostri atteggiamenti di sfiducia verso il futuro, possiamo cambiare quei pensieri e magari essere un po’ più positivi.

Ci sono poi altre tecniche che ci possono aiutare a ‘riempire’ il serbatoio dell’ottimismo.

Vediamone alcune:

  1. Non investire troppo tempo su ‘informazioni’ negative: tipicamente i telegiornali, le notizie e i quotidiani selezionano notizie sensazionalistiche in grado di calamitare l’attenzione delle persone ed il canale privilegiato che utilizzano è veicolare messaggi che provochino nel lettore o ascoltatore paura, rabbia o tristezza, tutte emozioni che non ci aiutano certo a stare meglio! Una bella dieta ‘detox’ sulle sirene dell’informazione sarà il primo passo per cominciare a stare meglio e vedere con più amore il futuro.
  2. Assumere un atteggiamento più ‘possibilista’ di fronte ai problemi: pensare, ad esempio, a come trovare una soluzione a un problema anziché pensare che l’ostacolo sia insormontabile. Se non riusciamo a fare qualcosa e ci arrendiamo, successivamente possiamo provare sensazioni di frustrazione e fallimento: viceversa se ci impegnamo e proviamo a insistere sarà possibile riuscire a superare la prova. Ad esempio a me è capitato qualche giorno fa di fare una garetta a pallacanestro con mio figlio di 8 anni: abbiamo provato a fare canestro all’indietro, ossia dando le spalle al canestro e tirando il pallone dietro la nostra schiena senza vedere il tabellone. Lui è riuscito a fare canestro al 7° tentativo, io al 20° non c’ero ancora riuscito, ma ero sicuro che prima o poi ce l’avrei fatta. Lorenzo intanto ha smesso di giocare, e al 35° tentativo ho elaborato anche una strategia ad hoc: dopo essermi posizionato per tirare, mi piegavo e guardavo in mezzo alle gambe se ero allineato col corpo al canestro: dopo 5 tiri (al 40° tentativo) finalmente ce l’ho fatta! Per fortuna non avevo fissato un numero massimo di tiri da poter effettuare o un tempo massimo, altrimenti non avrei mai raggiunto il mio obiettivo!
  3. Allenare il benessere nel presente con la pratica della gratitudine: scrivere le gratitudini tutte le sere per le cose belle che ci sono successe durante la giornata aiuta a fissare nella nostra memoria i momenti positivi della giornata e questo ha un impatto sul nostro umore e sulle nostre capacità di riconoscere (e ricordare) sempre di più il bello della vita.
  4. Provare a fare azioni di gentilezza verso gli altri. La gentilezza verso gli altri è un ottimo strumento in grado di migliorare sensibilmente l’ambiente in cui viviamo: le altre persone mostreranno subito riconoscenza per i nostri atti gentili e noi stessi ci sentiremo meglio fin dall’attimo in cui li compiamo, ancora prima di essere ringraziati.

E’ però giusto, trattando questo argomento, ricordare che non bisogna neanche esagerare troppo con l’ottimismo: un eccesso di ottimismo è altrettanto dannoso quanto una mancanza totale. Infatti se ci buttiamo in avventure spericolate fiduciosi che andrà tutto bene, senza prendere magari alcune sane precauzioni, potremo pagarne care le conseguenze. Ad esempio se vado al casinò convinto di vincere e continuo a perdere è meglio fermarsi anziché giocarsi tutto convinti di diventare milionari e rimanendo poi senza i soldi per tornare a casa! O se mi butto giù da una pista nera con gli sci e non sono così pratico o non ho fatto prima un po’ di riscaldamento bello convinto che tutto andrà bene potrei avere qualche brutta sorpresa durante la discesa!

Sia gli ottimisti che i pessimisti contribuiscono alla società.

L’ottimista inventa l’aereoplano, il pessimista il paracadute.

George Bernard Shaw

E tu ti senti più ottimista o pessimista?

Ci sono altre strategie che utilizzi e che pensi possano essere utile per avere un’approccio più fiducioso verso il futuro?

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LA MORTE A VENEZIA

Abbiamo fatto 4 giorni a Venezia, nella casa dei miei nonni materni. Con il Covid è rimasta sfitta e a mia mamma piace stare lì, le piace invitare parenti e amici per stare un po’ insieme. 

Era da prima che nascesse Luce che non andavo a Venezia, esattamente da gennaio 2017.

 Da quando è morta mia nonna andare a Venezia mi smuove molte emozioni, amore, tristezza, ricordi infiniti che si affollano nella mia mente. 

Mentre camminavo tra le calli, vicino alla sua casa, mi sono sentita così triste. Una tristezza mista ad amore, alla consapevolezza che lei, in qualche modo, c’è ancora, tra le calli, nel cielo blu, tra il volo dei gabbiani e quello dei colombi. Ricordo le parole di Thich Nhat Hanh riguardo alla morte di sua madre…

Il giorno in cui è morta mia madre, ho scritto nel mio diario: “ Nella mia vita è avvenuta una grande sventura”. Ho sofferto per oltre un anno […] Ma un giorno, […] ho sognato mia madre. Mi vedevo seduto a parlarle, ed era meraviglioso […] L’impressione che mia madre fosse sempre dentro di me era chiarissima. Ho compreso allora che l’idea di aver perso mia madre altro non era che un’idea. È stato evidente in quell’istante che mia madre era ancora viva in me. Ho aperto la porta della mia capanna per andare un po’ a passeggio […] Ogni volta che i miei piedi toccavano la terra, sapevo che mia madre era lì con me […] Da allora, l’idea di aver perso mia madre ha smesso di esistere. 

(Thich Nhat Han, Il segreto della pace, Mondadori 2003)

Ecco, la mia sensazione era proprio quella, sentivo che lei c’era comunque, lì, con me, con i miei bambini che non ha mai conosciuto, con mia mamma e con mio padre. Mi è presa poi una grande nostalgia per i mei genitori da giovani, quando vivevano a Venezia e facevano politica e avevano tutti i loro amici, e i loro ideali, quando pensavano che avrebbero cambiato finalmente il mondo… e invece guarda come siamo messi. Mi è presa la paura di perderli, sapere che tanti loro amici non ci sono più, e ho pensato all’amore che tra noi non è stato scambiato, quasi come un’ urgenza di riparare tutto il tempo sprecato. 

Certo, so che quando non ci saranno più, la loro anima vivrà ancora, da qualche parte, ma quello che mi mancherà, e che mi manca oggi di mia nonna, è proprio quell’essere incarnato in quel corpo lì, un’unione unica tra mente, corpo e spirito, con difetti e rigidità, con i suoi pregi, con quel tipo di camminata particolare, quel modo di muovere il braccio, quella risata, quel modo di arrabbiarsi, con quelle mani, i piedi con quelle unghie, i nei in quel punto particolare del volto, mi mancheranno tremendamente i dettagli delle persone che ho conosciuto così a fondo, e che ho tanto amato. 

Forse l’amore incondizionato è proprio questo, amare quell’essere unico e irripetibile che ti ha cresciuto, nel bene e nel male, ma che è stato tutto per te.

Sedevo con Alberto davanti a un aperitivo di fronte alla laguna, un apero-cena solo noi, come non avviene quasi mai. La gente si godeva Venezia, gli spritz e i cicchetti e qualche motoscafo passava davanti a noi con giovani ricchi, belli e spensierati. Una serata perfetta se non fosse stata per quella emozione struggente che mi invadeva il petto. La morte a Venezia, come il romanzo di Thomas Mann che ho letto forse al liceo, ma che potrei rileggere durante le vacanze. 

La città più bella del mondo – la chiamava mia nonna – la mia Venessia. La bellezza di una città unica che sprofonda ogni anno un po’ di più sotto l’inettitudine e la corruzione umana. 

Vivere in questo periodo storico è tosto, speriamo che, come sempre è stato in passato, dopo una decadenza ci sia una rinascita. E restiamo ancorati ai sorrisi dei bambini che insistono per fare un giro in “gongola” (come Luce chiama le gondole) e all’aria pulita, alla brezza fresca e a quella musica lounge di un dj disoccupato che si è messo a suonare davanti alla Chiesa della Salute per regalare ai passanti attimi eterni…

Eleonora

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ABBRACCIARE LE NOSTRE PARTI PICCOLE

Dentro di noi vive un bambino o una bambina ferita e impaurita. Quando cresciamo questa parte viene “chiusa in cantina” e la parte adulta si fa strada nel mondo. Si studia, si cresce, si inizia a lavorare, si conoscono i primi amori. 

Quella piccola parte però ha bisogno di essere vista e ascoltata, non vuole rimanere chiusa in cantina. Allora per attirare la nostra attenzione ci provoca delle somatizzazioni come mal di testa, colite, gastrite, mal di gola, insonnia. Sono modi per ricordaci che esiste anche lei. Più noi la ignoriamo più la somatizzazione si fa sentire. A lungo andare potrebbe sfociare in una malattia. Oppure il suo farsi sentire può venire fuori con emozioni forti che non riusciamo a controllare, come la paura, l’ansia, la rabbia, il panico. Certe volte fila tutto liscio fino a che non emerge un evento scatenante che la fa uscire improvvisamente dal nascondiglio in cantina. Potrebbe essere un relazione d’amore, un lutto, una separazione, una malattia. 

Quel bambino o quella bambina escono urlando e piangendo, e noi, che non ce ne siamo occupati per tanto tempo, non sappiamo come affrontare quel dolore. Ma di cosa ha bisogno questa parte di noi?

Ha bisogno principalmente di amore. 

Amore da parte nostra e da parte degli altri. 

Di relazioni significative, di creatività, di gioco, di divertimento. 

Ha bisogno di essere ascoltata e di parlare con noi. 

Ma come possiamo parlare con la nostra parte piccola?

Un modo che per me funziona bene è quello di scrivere: prima puoi scrivere tutto quello che ti passa per la mente, per svuotare un po’ la mente, poi puoi provare a farle delle domande e chiederle di cosa ha bisogno, puoi chiederle cosa puoi fare per darle amore e renderla felice. 

Ci sono situazioni in cui è ancora più difficile prendersi cura di quella piccola parte, per esempio quando usciamo dalla nostra zona di comfort, durante un viaggio, un lavoro nuovo, una relazione nuova. 

Oppure quando dobbiamo, noi per primi, prenderci cura di un figlio, o di un parente malato. Allora avremo una parte nostra terrorizzata, la parte piccola appunto, e in più la persona bisognosa da accudire… questo può metterci in grossa difficoltà. In realtà, quando ci prendiamo cura con amore degli altri, ci stiamo indirettamente prendendo cura anche della nostra parte piccola perché l’amore messo in circolo guarisce le ferite. Anche condividere col cuore aperto le nostre emozioni con qualcuno può esserci di aiuto. 

Tempo fa ho letto un libro molto interessante “Il potere della Kabbalh” di Yeuda Berg: in un passo si parla di affrontare le nostre difficoltà agendo con amore invece che “reagendo” alle situazioni. Se riusciamo ad affrontare le nostre paure, e non scappiamo da esse, riusciamo a fare “entrare più luce”, ci avviciniamo quindi a un maggiore benessere psicospirituale. Vuol dire che se io sto con le mie emozioni invece di scappare, e riesco a tenere al mio fianco quel bambino o quella bambina impaurita, riuscirò a crescere e mi avvicinerò un po’ alla luce. Mi attirerò quindi anche eventi più favorevoli e la vita mi darà dei doni.

Nel mio cammino evolutivo, ogni volta che ho affrontato una crisi, ho poi avuto dei regali enormi dalla vita. Mentre attraversavo la crisi non vedevo certo la luce in fondo al tunnel. Affrontare una crisi, di qualsiasi tipo, significa prendere per mano quel bambino o quella bambina e tenerla con noi mentre camminiamo, anziché chiuderla in cantina. Certo il passo dovrà essere più lento, un bambino cammina piano, ma a poco a poco potremmo iniziare ad avanzare più velocemente e poi correre verso la luce!

Eleonora

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DESIDERI PERDUTI…COME RITROVARLI?

Questo anno e mezzo di pandemia ha creato un tale scombussolamento nella nostra vita che la tendenza è diventata quella di sopravvivere anziché vivere. 

Quando si sopravvive una delle prime cose che si tende a fare è mettere da parte i nostri sogni. 

Si compiono le azioni quotidiane con poco entusiasmo: lavoro, casa, figli.

 Non siamo più abituati a viaggiare, né a fare una cena fuori, né feste con gli amici.

 La sensazione è quella di dover cominciare a vivere di nuovo, un ripartire da zero, e le cose che una vota ci sembravano semplici ora ci sembrano faticose, ogni cosa equivale a uscire dalla zona di comfort perché la zona di comfort è diventata starsene chiusi in casa e rinunciare al “sale della vita”. 

Sopravvivere però non è ciò che siamo chiamati a fare, ognuno ha, qui sulla terra, il suo piccolo grande compito da svolgere, la sua evoluzione da compiere, il suo segno da lasciare. 

Esprimere la propria unicità, aiutare gli altri, creare qualcosa di nuovo. 

Ognuno di noi ha dei sogni, degli obiettivi, una piccola grande missione. 

Ognuno di noi ha dentro quel bambino o quella bambina interiore che aveva dei desideri da realizzare, che sognava “in grande”. 

L’altro giorno ero al parcogiochi con i bambini, mio marito e degli amici. Una cara amica aveva comprato i rollerblade per suo figlio di 8 anni che li ha messi per la prima volta e, attaccato alla ringhiera, faceva i suoi primi passi. Le ho raccontato di come dieci anni fa andavo anch’io sui roller e di come pattinare sia uno degli sport che mi è sempre piaciuto, nonostante sia una tipa poco sportiva. Quando il bambino ha tolto i pattini, la mia amica mi ha chiesto se volevo provarli (il numero infatti poteva passare da un 35 a un 37)… dopo qualche titubanza me li sono messi, e aggrappata alla mia amica, ho fatto i primi giretti. Una strana gioia mi ha pervaso tutto il corpo… mi sentivo impedita, i pattini erano un po’ stretti e il terreno non adatto, ma la mia parte bambina ha cominciato a gioire. Quel giorno ero stanca e apatica, come spesso avviene da un anno a questa parte, ma con i pattini addosso la mia energia è salita immediatamente come se mi fossi attaccata a una presa di ricarica. 

E lì ho capito! 

Ho capito che la noia e l’apatia, la tristezza vengono dal fatto che non giochiamo più, non facciamo felice la nostra parte bambina. Io molte volte non so nemmeno cosa fare per renderla felice tanto sono occupata con “il resto”.

 I bambini giocano, i bambini sognano. 

Gli adulti che fanno un lavoro che li appassiona è come se giocassero, sono adulti soddisfatti che hanno esaudito i sogni del loro bambino interiore. Chi riesce a vedere gli amici, e giocare come quando era piccolo, che sia calcio, pallanuoto, basket,  è ancora felice.

 Ci sono desideri che “spingono” da dentro, che abbiamo paura di esaudire perché siamo troppo abituati a essere “adulti seri e responsabili”.

In questo periodo poi ogni sogno è stato rubato, la paura è stata l’emozione dominante, e i rapporti resi più freddi da distanziamenti e mascherine.

Ieri stavo leggendo un bel libro di Claudia Renville “Apri la porta all’abbondanza” e ho trovato un esercizio molto utile per aiutarci a ricontattare i nostri desideri perduti.

Rispondi di getto a queste domande:

Che cosa vorresti realizzare nella tua vita?

Che cosa faresti se ti rimanesse soltanto un anno di vita?

Che cosa vorresti che fosse scritto sulla tua tomba?

Che cosa vorresti lasciare in eredità a questo mondo?

Proviamo giorno dopo giorno a dialogare con il nostro bambino interiore e cerchiamo di ridagli gioia e fiducia!

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ABBRACCI CHE CURANO

L’altro giorno sono andata a prendere il sole alla spiaggiata sull’Adige, la mia ora d’aria mentre i bambini erano al parco giochi con la babysitter. Non ero di grande umore, non è un periodo facile questo, però mi godevo il sole di primavera e la brezza che saliva dal fiume. A un certo punto è scesa lì vicino una donna con due bambini piccoli che avranno avuto due e tre anni circa, in più era incinta, penso verso il quinto mese. “Cavoli che fatica”, penso “ con due bimbi piccoli, magari rimasti a casa dall’asilo per tutta la settimana perché siamo in zona rossa, in più incinta!”. Avrei voluto fare due chiacchiere, anche perchè so, per esperienza personale, che le mamme hanno bisogno di rapportarsi anche con degli adulti, con altre mamme, di sentire che non sono sempre da sole loro con i bambini. Però non riuscivo a trovare qualcosa da dire per attaccare discorso perché era molto chiusa, non guardava mai in giro, scambiava qualche parola con i bambini e stop. A un certo punto tira fuori una merenda e uno dei piccoli si sporca, allora lei inizia a dargli addosso: “ Ma possibile che ti sporchi sempre? Questa macchia non viene più viaaaaa…. ma non è possibile!”. Il bambino, occhi bassi, si scusa. Poi riprendono a giocare sereni, poi nuovamente succede qualcosa che irrita la donna e di nuovo si scaglia contro i bambini. Inizio a sentirmi molto male, sento tutta la sofferenza di quella donna e anche e di quei bambini. So che quella mamma ama i suoi bambini, ma non ce la fa più, è stanca, è incinta, e chissà quanto carico ha sulle spalle: casa, cucina, pulizie, marito, magari anche un lavoro. Penso a mia mamma e so che si è comportata così tante volte, so che anch’io certe volte sono così, anche se, per fortuna, sempre meno. So cosa vuol dire essere sola con i bambini, vuol dire che devi imparare a contenere la tua parte bambina interiore e anche i tuoi bambini insieme.

So che tutti noi, o quasi, abbiamo una parte bambina ferita dentro, ma anche un adulto che la maltratta. Per questo prendere la parte dei bambini, come naturalmente accade di primo acchito, non risolve la nostra scissione interna.
Come si può sciogliere questa divisione?
Come si possono guarire queste parti dentro di noi?
Durante una meditazione mi è uscita una risposta: “amandole entrambe”.
Solo avendo compassione della mamma che maltratta potremo aiutarla a esprimere l’amore per i suoi bambini. L’aggressività è una difesa alla tristezza, alla paura: se faccio la voce grossa ho l’energia che mi serve e posso tirare avanti, magari non sono contenta di me, ma posso lavorare, pulire casa, fare la spesa, preparare da mangiare, far fare la Dad (Didattica a distanza) a mio figlio, cambiare pannolini.

Se crollo chi lo fa per me?
Purtroppo generazioni di mamme stressate crescono figli repressi che si sentono inadeguati.
Nel nostro paese poi sembra ci sia una sorta di cospirazione per rendere tutto più difficile alle famiglie e in particolare alle mamme, per non parlare in tempo di pandemia. Qualcuno l’anno scorso ha scritto un articolo che si chiamava “Il paese che odia le mamme”, direi che era piuttosto azzeccato.
Più si è tristi e stressati più si pensa sia utile prendersela con gli altri, e da qui la gente che denunciava i runner spiandoli dal balcone, chi chiama la polizia quando trova degli “assembramenti”, la lotta tra i “provax” e i “no-vax”, le mamme che denunciano le altre mamme.

Prendersela con gli altri non ci aiuterà a stare meglio, anzi, solo aiutarci a vicenda, avere compassione delle altre persone, anche se la pensano diversamente da noi, anche se fanno scelte che non condividiamo, è l’unica strada per stare meglio.

Certo l’aggressore può diventare molto pericoloso, andrebbe “curato”, prima che faccia male agli altri, prevenire la cattiveria con l’amore e la compassione sarebbe l’unica via.

Io purtroppo quel giorno non sono stata capace di dire niente, alla fine me ne sono andata ancora più triste. Se potessi fare qualcosa adesso, anche solo con l’immaginazione, abbraccerei quella donna e quei bambini con tutto l’amore possibile. Farei come fa quella signora indiana famosa, Amma, che da abbracci che curano… chissà, se imparerò anch’io ad abbracciare tutte le parti di me, anche le più scomode, magari un domani sarò capace anch’io di abbracci che curano.

Eleonora

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CERTE VOLTE DIMENTICHIAMO DI AMARCI…

Nei periodi difficili, come quello che stiamo vivendo ad esempio, dovremmo aumentare l’amore dentro e fuori di noi, ma spesso ce ne dimentichiamo. A livello planetario le vibrazioni sono molto basse, se prima ci bastava condurre una vita “normale” per stare tutto sommato bene, adesso siamo più stanchi, più giù di morale, svogliati e magari non dormiamo bene. 

Allora può capitare che invece di volerci più bene, di trattarci con più amore e attenzione, ci diamo addosso perché non siamo “performanti” come al solito. Compaiono in noi delle voci critiche che ci fanno sentire inadeguati e di conseguenza ancora più stanchi.

 Accorgersi di questo meccanismo distruttivo è il primo passo per trasformarlo. 

Se ci accorgiamo che ci stiamo criticando dobbiamo fermarci. Dobbiamo interrompere quello che stiamo facendo e prenderci cura di questa emozione di rabbia che stiamo scagliando contro di noi. Thich Nhat Han afferma che se siamo pervasi dall’energia della rabbia dobbiamo immediatamente fermarci e prenderci cura di questa emozione distruttiva. 

Quando siamo in preda alla rabbia (che sia rivolta verso noi stessi, o verso gli altri) è come se la nostra casa stesse andando a fuoco: se la tua casa va a fuoco, per prima cosa devi spegnere l’incendio, non puoi continuare a fare le attività che facevi prima.  Può essere che questa energia ci sia stata tramandata dai nostri genitori: loro non hanno saputo trasformare la sofferenza dentro di loro e così ora la troviamo dentro di noi. In Psicosintesi si parla di “disidentificazione”: osservo che dentro di me c’è della rabbia e ne prendo le distanze, la accolgo senza giudicarla ma non divento la mia rabbia. 

Se provo rabbia o tristezza devo amarmi di più, non darmi addosso. Bisogna imparare a diventare amorevoli e accoglienti verso di noi in ogni situazione della nostra vita… se stiamo bene, se stiamo male, se siamo forti, se siamo deboli. 

“Trattare me stesso come un bene prezioso mi renderà più forte” dice Julia Cameron. 

Ci sono tanti modi di volersi bene, vediamone insieme alcuni proprio perché molte volte ce ne dimentichiamo:

  1. Fare durarne la giornata un paio di pause per praticare il rilassamento profondo: mi sdraio e passo in rassegna tutte le parti del mio corpo, dalla testa ai piedi mando amore a ogni padre del mio corpo.
  2. Curare il nostro corpo con cibi sani, molta acqua e una passeggiata tutti i giorni.
  3. Ascoltare musica rilassante.
  4. Massaggiarsi o farsi delle coccole, o anche coccolare e farsi coccolare da qualcuno.
  5. Fare un bagno caldo con oli essenziali.
  6. Riordinare la casa e vivere in un ambiente pulito e curato.
  7. Dare amore agli altri è un modo di dare amore a noi stessi: l’amore messo in circolo torna sempre indietro.

Un altro modo di darsi amore è fare le cose con calma. 

Ho notato che più abbiamo fretta e pensiamo di “non avere tempo” più ci carichiamo di stress e facciamo le cose in modo “rabbioso”: pulire, riordinare, far da mangiare, mettere a letto i bambini… 

Ogni cosa diventa fonte di stress se pensiamo di dovere fare in fretta! 

Se abbiamo fretta è impossibile fare le cose con presenza e concentrazione, men che meno con amore! Prendiamo due tre respiri e chiediamoci a cosa ci serve fare le cose male con rabbia piuttosto che metterci più tempo e godere il presente. 

A tal proposito c’è una bella storia che racconta Thich Nhat Hanh riguardo alla fretta e alla rabbia: quando, da giovane, viveva negli Stati Uniti, era andato a cena a casa di un gruppo di monaci e dopo mangiato si erano fermati in salotto a discutere di politica e di pace. A un giovane monaco venne dato l’incarico di lavare i piatti e lui era molto infastidito di doversi assentare dai discorsi politici “importanti” per mettersi a pulire quella fila interminabile di stoviglie. Allora Thay, che aveva sentito l’energia di quel monaco, e l’aveva raggiunto in cucina: per fargli capire l’importanza di lavare i piatti in “presenza mentale” gli aveva detto: “dovresti lavare queste stoviglie come se stessi lavando Gesù bambino”!

Certo non siamo monaci zen e praticare la mindfulness non è così facile, ma anche solo rallentare ci può già portare in uno stato più pacato e più amorevole.

Cerchiamo di ricordare che in momenti cupi la cosa più importante che possiamo fare è aumentare l’energia dell’amore.

“Mi piace dedicarmi con calma a ogni piatto, pienamente consapevole del piatto, dell’acqua e di ogni movimento delle mani. So che se mi sbrigo per finire prima, l’esperienza di lavare i piatti sarà sgradevole e indegna di essere vissuta. E sarebbe un peccato, perché ogni minuto, ogni secondo di vita è un miracolo. Anche i piatti e il fatto di essere qui a lavarli sono un miracolo!

Eleonora

Se non so lavare i piatti con gioia, se cerco di finire il prima possibile per andare a mangiare il dolce, sarò altrettanto incapace di gustarlo. Con la forchetta in mano, penserò a cosa fare dopo, e la sua consistenza e il suo sapore, nonché il piacere di mangiarlo, andranno perduti. Sarò sempre risucchiato dal futuro, e il presente continuerà a sfuggirmi.”

(Thich Nhat Hanh)

 

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