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COME MIGLIORARE LE RELAZIONI CON GLI ALTRI

Uno dei compiti più difficili e sfidanti nella vita è avere rapporti armonici con gli altri: con il nostro partner, con i figli, i nostri genitori, gli amici, i colleghi. Ma spesso non è per niente facile.

Perché? 

Da un po’ di tempo ho intuito che tutto dipende da noi, e dal nostro rapporto con noi stessi. 

Noi, spesso, proiettiamo sugli altri i nostri pensieri interiori e quindi attribuiamo a loro i nostri pensieri e i nostri giudizi, e così facendo finiamo per attirarci proprio quello che temevamo di più. 

Cercherò di spiegarmi meglio.

Quando non andiamo d’accordo con gli altri è semplicemente perché pensiamo che l’altro non ci ami, ci consideri una persona cattiva, o pigra, o incapace, o troppo dura, o poco assertiva.

Magari quando eravamo bambini abbiamo incontrato degli adulti poco empatici che ci hanno giudicato severamente, e ora quelle voci e quei giudizi sono dentro di noi… non sei abbastanza bravo, bella, estroverso, forte, veloce, brillante, felice.

Se penso che il mio partner non mi consideri abbastanza bella o capace inizierò a chiudermi e a sentirmi di non valere, cercherò di camuffarmi per cercare di essere migliore. Non andrò con gioia e affetto verso di lui, ma aspetterò che lui mi dimostri che mi ama, cosa che immancabilmente non avviene perché la mia chiusura attira chiusura dall’altra parte. 

Se penso che il mio collega mi ritenga mediocre nello svolgere il mio lavoro tenderò a non sentirmi a mio agio e fare più “strafalcioni”. Se penso di essere una “cattiva mamma” perché ho sgridato mio figlio finirò per credere che lui non mi ama, e che magari preferisce la babysitter o la maestra dell’asilo, e così sarò ancora meno amorevole entrando in un circolo vizioso.

Provate a pensare all’ultima volta in cui avete avuto difficoltà con qualcuno… probabilmente avere immaginato che quella persona pensasse qualcosa di negativo di voi!

Possono succedere così due possibilità: o iniziamo noi a criticare l’altro, per salvare noi stessi, raccontandoci che in fondo siamo buoni, belli capaci ed è l’altro che ha sbagliato. Oppure iniziamo a credere a quei giudizi e ci sentiamo veramente piccoli e insignificanti.

Come fare per uscire da questo circolo vizioso?

Proviamo con un semplice esercizio.

1- Per prima cosa fermiamoci un attimo a pensare alla relazione con la persona con cui ho problemi in questo momento. Chiediamoci: “cosa credo che lui/lei pensi di me? Mi sento amato e riconosciuto da questa persona, mi sento accolto?”

2- Scriviamo su un foglio il pensiero negativo che abbiano attribuito a lui/lei ( Esempio: Giorgio pensa che io sia incapace a svolgere bene il mio lavoro perché non sono abbastanza intelligente. Oppure mio marito non mi ama abbastanza perché non sono abbastanza giovane e bella. Oppure Francesca è arrabbiata con me perché non la chiamo mai e non vado a camminare con lei, non sono abbastanza disponibile.)

3- Cerchiamo di indagare se c’è una persona adulta nel passato che ci ha attribuito questi giudizi negativi (i nostri genitori, nonni, un professore delle medie, la nostra vicina di casa…)

4- E ora concentriamoci su di noi, immaginiamo noi stessi quando eravamo piccoli e parliamo al nostro bambino o alla nostra bambina interiore, diciamole dolcemente: “ tu sei bella/o e brava/o così come sei, meriti tutto l’amore e il riconoscimento che non hai avuto, io sono qui per te!”

Se impariamo ad amarci così come siamo, ad accettare la nostra non-perfezione, se impariamo a coccolarci, a trattarci con cura e rispetto, se impariamo a sentire che siamo esseri unici in un Universo che ci ama, riusciremo a proiettare meno sugli altri, e quindi ad avere relazioni migliori.

 Inoltre, se noi ci sentiamo degni di amore e riconoscimento, se non dobbiamo andare a mendicare amore e riconoscimento fuori, improvvisamente anche gli altri ci ameranno e ci riconosceranno di più.

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SOS EROS!

Stasera mentre ero in bagno con Luce e Lorenzo e ci preparavamo per andare a dormire mi è venuta da cantare la canzone di Gianna Nannini “Bello impossibile”. Come se mi fossi attaccata alla corrente ho sentito che l’energia iniziava a salire. Ho deciso quindi di far partire la canzone originale sul telefono per farla sentire a Lorenzo (7 anni). Poi, mentre andavamo in camera sempre con quella musica a un volume piuttosto alto, io e Luce (3 anni) ci siamo messe a ballare come due rokkettare. Oggi era stata una giornata piuttosto grigia in tutti i sensi: la notte prima avevo dormito malissimo, ero stanca e con varie preoccupazioni che mi frullavano nella mente da alcuni giorni. I bambini erano anche loro stanchi e carichi, persino un po’ isterici. Fuori l’aria da diversi mesi è irrespirabile, un inquinamento misto a nebbia, e il sole pallido non riesce a farsi sentire coperto dalle nuvole e dalla cappa di smog.

 “Strana questa Gianna Nannini che mi fa visita per la seconda volta…qualche notte fa in un sogno, e oggi in un momento improbabile”, mi sono detta. Così, invece di mettere subito a letto i bambini, mi sono riascoltata a ruota le vecchie canzoni che ho amato di più in giovinezza: I maschi, Avventuriera, Notti magiche, Profumo... E improvvisamente sono stata catapultata con le emozioni ai primi anni 2000 quando mi ero trasferita a Milano per frequentare la scuola del Cinema, quando vivevo in un monolocale in Darsena e pensavo che avrei conquistato il mondo. E ho capito che quell’energia che mi aveva in pochi secondi ricaricato le batteria era l’Eros, l’Eros di cui parlano tutte le canzoni di Gianna di quel periodo, era l’Eros che permeava tutta la mia vita in quegli anni. Quando parlo di Eros non intendo l’erotismo e sessualità, anche se sicuramente parte dell’Eros si riversa anche in quel campo, ma intendo il significato filosofico e psicoanalitico del termine e cioè come energia vitale, che si contrappone all’istino di morte. L’ Eros è l’energia che scorre nelle vene di una ragazza di 22 anni che studia quello che la appassiona, che frequenta corsi di teatro, di inglese, che cambia spesso fidanzato, che gira video a zero budget con gli amici, che fa serate in birreria e a ballare, che quando può svuota i suoi risparmi in cene di sushi in uno dei primi ristoranti giapponesi di quel tempo. 

Se c’è una cosa che manca oggi nella mia vita e in generale nella collettività è l’Eros! 

Viviamo distanziati gli uni dagli altri (qualcuno afferma, non so se per scherzo o credendoci sul serio, che anche tra coniugi è consigliabile indossare la mascherina durante i rapporti intimi!), siamo quasi sempre chiusi in casa, ci hanno tolto i bar, i ristoranti, le serate con gli amici, le cene, la danza, il teatro, il cinema, lo sport, i viaggi. 

Mentre ero immersa nel mio viaggio nel tempo ho guardato su youtube un video live di Gianna a un concerto nell’’88 mentre canta Avventuriera…. gare di moto, sesso, libertà… e intorno a lei una folla in festa accalcata e scatenata. Lorenzo, guardando il video, ha subito commentato indicando la gente: “Adesso non si potrebbe fare!” Già, adesso non si può. Quel tempo leggero e spensierato sembra una vita fa, è una vita fa in tutti i sensi! Che paura che i mei figli inizino a pensare che quella di oggi sia la “normalità”….

Ci hanno rubato l’Eros. 

Ci siamo fatti rubare l’Eros da un virus. 

Ma noi l’Eros ce l’abbiamo dentro, nessuno può rubarcelo. 

Come nessuno può rubarci l’anima. Il cuore, l’amore. 

Ci sono tante coppie che sono scoppiate durante o dopo la quarantena, uomini e donne che hanno cercato un amante per ritrovare l’Eros perduto. Certo può dare un po’ di brividi all’inizio, un po’ di euforia…ma non so se è “la soluzione”. Forse è importante cercarlo dentro di noi il nostro Eros e risvegliarlo con il nostro compagno o compagna, dare vita a dei progetti creativi, scrivere un libro, dedicarsi alla creatività… ritrovare i nostri sogni. Non è facile, ma possiamo provarci, magari partendo proprio da una canzone.

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LA NOSTRA IMMAGINE ÀNCORA

Oggi ero piuttosto giù, in realtà è un periodo in cui alterno momenti buoni e momenti difficili un po’ come fossi sulle montagne russe. 

Oggi era giornata no e sono uscita a fare due passi lungo l’Adige.

Oggi sono 13 anni che è morta mia nonna, non che fossi triste per quello, però diciamo che se lei ci fosse ancora sarei meno triste, oppure nei momenti in cui sono triste avere mia nonna  mi farebbe sentire amata, ecco.

Mentre passeggiavo ho chiamato la Donatella, l’educatrice della ludoteca del parcogiochi che ho conosciuto quando Lorenzo era piccolo e che ho continuato a frequentare anche con Luce, quindi sono circa 6 anni che la conosco. La “Doni” è per me come una mamma buona, un’amica, una maestra, una sorella… Abbiamo chiacchierato del più e del meno, di questo periodo così difficile per tanti aspetti, della Ludoteca che è chiusa in ristrutturazione, della mia gattina nuova, ecc. ecc. Poi a un certo punto mi ha detto: 

“Sai che quando penso a te mi viene un’immagine: tu alla fontana dell’Arsenale che ridi dietro al tuo capello di paglia e i bambini che giocano felici, c’è il sole e tutto splende!” 

Mi sono commossa. 

Niente di più lontano da me oggi che cammino da sola nel freddo, grigio e inquinato gennaio di pandemia. 

Ho pensato a quella bella immagine e a quei momenti felici, a quei periodi “buoni” in cui mi sono effettivamente goduta la vita. Allora ho raccontato alla Doni che mio zio al mio matrimonio, quando era il momento dei discorsi dei parenti e amici, ha raccontato un ricordo/sogno: eravamo al mare, io avevo 9 anni, e giocavo a quanti secondi riuscivo a stare in piedi sul materassino: 10 secondi e poi pluff finivo in acqua, poi mi tiravo su e riprovavo: 12 secondi e pluff, 13… e così via: ogni volta cadevo e risalivo e ridevo ridevo e lui mi guardava e partecipava felice ai miei record. Mio zio ha raccontato che quell’immagine per lui è stata sempre l’emblema della gioia di vivere. Ogni volta che rivedo il suo intervento al matrimonio piango (cosa che non faccio quasi mai). Poi mi è venuto in mente l’appellativo che mi dava Marco, un mio amico di Milano ai tempi del teatro, che mi chiamava “Il piccolo sole”. Queste immagini sono state importanti per me oggi perché mi hanno aiutato a disidentificarmi dalla tristezza, a ricordarmi che ho “anche” una parte così, anzi che la mia vera natura è così, la mia parte più profonda quella allineata con il Sè.. lei è nella gioia. Certe immagini possono diventare delle “immagini àncora” che ti aiutano a rimanere fermo nei momenti bui, quando le emozioni di ti sballottano di qua e di là. 

La Doni oggi mi ha regalato questa immagine àncora e, siccome le dico spesso che lei mi ricorda mia nonna, mi sono chiesta se non fosse stata proprio mia nonna da lassù a mandare questa immagine alla Doni affinché oggi lei me la regalasse e mi facesse sentire meno sola. 

Quando sono tornata a casa ho guardato i miei bambini con occhi diversi, li ho visiti nella luce della fontana di luglio. Mi sono trovata a essere più paziente e amorevole, a consolarli nelle loro crisi serali anziché sgridarli. Poi, mente addormentavo Luce, la mia bimba di tre anni, ho chiuso gli occhi e ho immaginato della Luce che proveniva dall’alto che mi inondava, guarnendo le mie ferite antiche. 

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IL LADRO, LA PAURA E LA FELICITA’

“Papà, ho paura…”, mi ha detto Lorenzo prima di addormentarsi e stringendomi il braccio al buio.

Avevamo appena fatto la pratica dei Momenti Felici della giornata, su sua iniziativa: “Oggi i miei momenti felici sono stati quando mi è caduto il dente che dondolava e che oggi mi faceva male, quando ho visto la puntata di Topolino e gli Amici del Rally con “Fred Manolesta”, quando sono venute Stella e Chiara a trovarci ed abbiamo giocato insieme, quando ho mangiato la torta che hanno portato a merenda, quando l’attaccante del Verona ha fatto quel bellissimo goal al volo e quando ho bevuto il succo all’albicocca…”.

“E perché hai paura?”, gli ho chiesto.

“Perché nel cartone di Topolino c’era un ladro, Fred Manolesta, che è cattivo…”

“E perché hai paura?”

“Perché non voglio che venga qua…”

“E se viene cosa ti ruba?”

“Non lo so…”

“Forse il tuo salvadanaio… con tutti gli euro risparmiati che hai?”

“Sì, tutti i miei soldini…”

“E poi?”

“E poi l’album dei Pokemon…”

“Ah ok, e poi cosa ti può rubare?”

“Le figurine dei calciatori…”

“Certo… e poi l’elefante di vetro di Murano che ti hanno regalato i nonni settimana scorsa.”

“Sì, anche quello…”

“Ma tu due settimane fa non ce l’avevi quell’elefante di vetro, vero?”

“Sì”

“Però eri felice lo stesso anche senza l’elefante…”

“Sì, è vero”

“Un anno fa non avevi soldi nel salvadanaio, eppure eri felice”

“Sì…”

“E un anno fa non avevi neanche tutte quelle carte Pokemon e le carte dei Calciatori, ma stavi bene…”

“Sì, però non voglio che me le prendano!”

“Giusto, possono rubarti tutte le cose che hai, ma non la felicità!”.

A quel punto Lorenzo ha lasciato andare il mio braccio, e dopo un minuto si è addormentato.

Capita spesso che i bambini guardando i cartoni animati si impressionino, anche se si tratta di Topolino e anche se alla fine della storia il cattivo viene catturato. Così la sera, al buio, le paure vengono fuori e diventano incontenibili.

Come sempre, negare le emozioni non funziona: ad esempio esclamare “Non puoi avere paura di un cartone animato, è tutto finto!” con un bambino (come con un adulto che ha visto un film impressionante) non funziona.
Ci identifichiamo in quello che vediamo e lo riviviamo nel nostro mondo come presente e reale.
Allora dobbiamo seguire un’altra via, che non è quella del negare o sminuire la paura, ma quella dell’accogliere l’emozione, qualunque essa sia. Oggi può essere paura, domani rabbia, dopodomani disgusto.

Con Lorenzo abbiamo provato a riconoscere la paura, dargli una forma, capire cosa lo spaventava nella vita concreta, abbiamo cercato di darle un volto.

Poi possiamo passare a risvegliare le nostre risorse, le nostre qualità luminose, metterci in contatto con quelle, attivarle e renderle presenti.

Spesso questo risveglio passa dalla nostra parte creativa, la parte che ci permette di reinquadrare una situazione, rivestirla sotto una nuova luce. A quel punto possiamo ricomporre il quadro, paure e risorse convivono in noi, si bilanciano e possiamo trovare una pace, un nuovo punto di vista più alto, che non butta via niente dei nostri vissuti e ci rende un pochino più forti perché capaci di fare una sintesi fra le diverse spinte interiori.

Come diceva Seneca:

“Se c’è la paura, non c’è la felicità”.

Alberto

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RIACCENDERE I SOGNI

In un periodo così è facile sentirsi senza prospettive, senza futuro. L’inconscio collettivo pesa su tutti e questa pandemia sta lasciando delle ferite profonde.

Quando fuori i tempi sono bui bisogna ricercare dentro di noi le risorse e lavorare con un grande strumento che abbiamo a disposizione: l’immaginazione.

Tante teorie, dalla religione alla psicologia, alla new age, affermano che quello che immaginiamo e desideriamo può diventare realtà; affinché questa tecnica funzioni bisogna però avere una fede indistruttibile e le idee chiare. 

L’altro giorno stavo leggendo un libro molto bello, Brodo caldo per l’anima di Jack Canfield e Mark Victor Hansen,  che raccoglie una serie di storie realmente accadute e avvenimenti più o meno miracolosi. Il racconto che più mi ha colpito è quello di Glenna (pag. 150): questa donna narra di come è uscita da un periodo difficile usando l’immaginazione. Dopo essere stata a un seminario dove spiegavano che I+C= R (Immaginazione + Chiarezza  = Realtà) ha deciso di creare un “album dei desideri” dove metteva ritagli di giornale e foto che rappresentavano i suoi più profondi desideri: “Ero decisa a prendere il mio elenco scritto di preghiere e trasformarlo in immagini”. La donna inserisce nell’album: una foto di una donna con un abito da sposa, una di un uomo in smoking, foto di diamanti, una casa nuova con mobili moderni, un’isola deserta, una donna che aveva fatto carriera.

Poco tempo dopo aver fatto il suo album iniziano a verificarsi una serie di sincronicità, come le chiama Jung, e la donna si trova con un marito nuovo, una casa nuova, un lavoro nuovo. Si sono realizzati tutti i suoi desideri. Oltre a lavorare sulle immagini Glenna aveva aggiunto una buona dose di fiducia nell’Universo. 

L’inconscio pensa “per immagini” e le immagini che facciamo entrare nella nostra psiche hanno un peso, sia in positivo, sia in negativo. Per questo andrebbe fatta molta attenzione a quello che guardiamo, potrebbe essere buona cosa bannare i telegiornali e le notizie di cronaca e cercare di proteggere il nostro inconscio da ciò che “non gli fa bene”. 

Penso che se tutto il mondo meditasse e visualizzasse pace e amore anziché guerre e malattie, le cose andrebbero diversamente. Ma senza pensare troppo in grande iniziamo a ragionare “in piccolo”: creiamo anche noi il nostro album dei desideri… concentriamoci su 10 cose che vorremo accadessero in questo 2021 e dopo avere fatto un elenco iniziamo la ricerca delle immagini simboliche che rappresentano i nostri desideri, ritagliamo o stampiamo le immagini e mettiamole in un bel quaderno ad anelli o album fotografico!

So che tanti di voi saranno perplessi e sfiduciati e non vorranno fare l’esercizio. 

Spesso siamo noi  i primi ad avere paura che si realizzino i nostri desideri, sembra una sciocchezza, ma certe volte la nostra energia è talmente bassa che preferiamo non fare niente e continuare a piangerci addosso. 

Chiaramente se noi inconsciamente non vogliamo che si realizzi un desiderio, perché abbiamo paura, questo non si realizzerà. In questo caso può’ essere utile analizzare le parti di noi che remano contro e capire quali sono le nostre paure. Non dobbiamo volere la realizzazione del desiderio al 100% accettiamo anche di avere dei freni, ma se la nostra percentuale è al 70 % va già bene! Per uscire da una situazione di stallo ci vuole un atto di volontà, e questo esercizio è piuttosto facile da essere alla portata di tutti.

Facciamo tutti un piccolo sforzo e cerchiamo di riaccendere i nostri sogni!

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COME IN GUERRA

In questo periodo è facile buttarsi giù. Tutto è cambiato rispetto a un anno fa: i distanziamenti, le mascherine, i ristoranti chiusi, pure i negozi, i parenti che non si possono vedere, le cene con gli amici che non si possono fare… e come se non bastasse un clima pesante a livello di inconscio collettivo… si respira questa pesantezza di paura, di morte, di clausura. 

Anch’io ho vissuto un periodo difficile, alcuni mesi proprio duretti, non ho passato un’estate spensierata:  ho avuto il contraccolpo del sovraccarico del periodo di quarantena. Poi poco a poco ho iniziato a stare meglio, a riprendere le mie pratiche di mindfulness e yoga, la scrittura… però dopo pochi mesi siamo tornati in questo clima che ogni giorno si faceva più pesante. La gente preoccupata, chi sul lastrico, chi in quarantena senza sintomi, chi malato veramente. 

Un giorno però ho pensato a mia nonna Gianna… mi piace immaginare che è lei da lassù che mi cerca di aiutare: ho pensato che mio papà è nato nel ‘43, durante la guerra. Lei era giovane e sposata da poco. Poi è nata a ruota un’altra bambina, mia zia. E insomma non doveva essere  una passeggiata. Mi sono detta: “Ti rendi conto, tua nonna ha fatto i figli durante la guerra!” Lei abitava a Venezia e Venezia è stata l’unica città che è stata risparmiata dai bombardamenti, perché hanno voluto salvare “la bellezza”. Però mia nonna mica lo sapeva, cioè suonavano le sirene e la gente usciva in strada, o andava nei rifugi… ti poteva cadere una bomba in testa da un momento all’altro. E sua suocera infatti morì sotto un bombardamento in Sicilia. Il mio bisnonno era benestante e aiutava mia nonna e il suo giovane sposo (che a quel tempo era poliziotto) e tutta la famiglia: procurava da mangiare per tutti, avevano addirittura le galline in soffitta, e mia nonna, quando era incinta e aveva voglia di cioccolato, se lo era fatto procurare da lui al mercato nero. Insomma, conoscendola, lei in qualche modo si godeva la vita anche in guerra.

I miei nonni materni invece erano scappati da Venezia perché avevano paura che mio nonno venisse arruolato con i soldati della Repubblica di Salò e si erano fatti ospitare in Abruzzo da una coppia che viveva lì (cercavano di raggiungere la parte d’Italia liberata, invece, si sono dovuti fermare alla linea gotica). Mia nonna Emilia racconta che quando passavano le truppe a perquisire le case, lei nascondeva il nonno sotto il letto. Lei perse suo fratello al fronte, un ragazzo di appena 18 anni. Mi dispiace non avere più i mei nonni per sentire quei racconti, ma i mei genitori ancora si ricordano qualche aneddoto interessante. 

Insomma ho pensato a mia nonna Gianna che tira su un figlio e mangia cioccolato, e ho pensato che anche noi siamo in guerra, una guerra diversa, forse più subdola, meno chiara, ma un periodo tosto da affrontare. Questa visione mi ha cambiato la prospettiva, ho pensato che in fin dei conti non ci sono le bombe e non buttano giù i ponti, ho pensato a tutto quello che posso fare e non a quello che non posso fare. Siamo in una sorta di guerra (biochimica, virale, politica, mondiale?) ma per ora posso uscire (ad aprile non potevo), posso portare mia figlia al parco giochi, Lorenzo, mio figlio di 7 anni, anche se con una mascherina soffocante può andare a scuola ed è felice di andarci. Siccome siamo in zona “gialla” possiamo ancora andare al lago o in Lessinia, posso andare a fare merenda con qualche mamma al bar, magari sedute fuori al freddo, ma chiacchieriamo e i bambini giocano e si bevono una cioccolata calda. Posso passeggiare lungo l’Adige quando c’è il sole.

 Se pensiamo che siamo in guerra e che, come i nostri nonni, o nostri genitori (a seconda dell’età) dobbiamo affrontare questa esperienza forse riusciamo a non sentirci così depressi, ma a gioire di quello che c’è. Anche la Grande guerra è finita. Finirà anche questa esperienza, viviamo alla giornata, concentriamoci sul presente. Penso che sia importante stringere i legami con le persone a cui vogliamo bene, considerare le relazioni come doni preziosi. E poi cercare di focalizzarci sulla nostra interiorità, cercare la luce dentro di noi, capire se c’è qualche progetto creativo che ci piacerebbe realizzare: scrivere un libro, un blog di ricette o di racconti, fare dei video o degli album fotografici, fare spaceclearing e rimettere in ordine tutta la casa.

Assagioli dice che il nostro Sè, o la nostra anima, ha delle potenzialità infinite e il nostro compito è esprimerle, dice anche di essere generosi, di usare i nostri talenti per il mondo o anche solo per aiutare una persona. Di questi tempi può essere utile fare appello alla nostra anima e cercare di capire come possiamo vivere al meglio l’oggi, concentrandoci di più sulla nostra interiorità, andando a scovare le risorse per affrontare questo periodo che ci è letteralmente “capitato”. 

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